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franco battiato fleurs 2

 

 

Con te dietro la finestra guardavamo
Le rondini sfrecciare in alto e in verticale
Lungo strade di campagna
Stavamo bene, per orgoglio non dovevi
Lasciarmi andare via

L’addio, Franco Battiato


Era estate e stavo vivendo una storia d’amore sbocciata da poco. Ascoltavo la musica in cucina e dalle finestre vedevo il sole alto e qualche rondine attraversare la porzione di cielo tra le case in cortile. Avevo impostato su Spotify l’ascolto casuale di alcuni brani di Franco Battiato. Ho sempre amato la sua musica, fin da piccola; in casa ascoltavamo spesso i suoi dischi, era uno dei cantautori preferiti di mia madre e ricordo che cantavamo insieme Stranizza d’amuri mentre la guardavo cucinare. Cantare quella canzone in siciliano mi veniva facile per via delle mie origini da parte del ramo paterno, ed è da sempre uno dei miei brani preferiti. L’intero album, “L’era del cinghiale bianco”, è un capolavoro. Già da bambina sentivo di essere di fronte alla grandezza di un artista unico; l’ascolto dei testi e della musica di Battiato mi proiettava verso realtà misteriose e mondi lontanissimi. Con gli anni ho sviluppato una vera adorazione per la sua musica, per i riferimenti alla mistica e alla spiritualità, e sono andata a vederlo in concerto in più di un’occasione. L’ultima volta è stata nel 2016, al Teatro degli Arcimboldi a Milano, dove si è esibito insieme ad Alice in un live toccante.

Dopo la sua morte, nel 2021, non sono riuscita ad ascoltare la sua musica per diverso tempo. Era come se sentissi di profanare qualcosa che non ero ancora pronta a riscoprire.

Una strana forma di rispetto altissimo e di devozione mi teneva a distanza.

Non ero pronta ad andare incontro al dolore provocato dalla sua scomparsa, dunque lo facevo scomparire a mia volta. Quell’estate, però, stavo vivendo una stagione di pienezza sentimentale che mi fece avvicinare di nuovo a lui. A sorpresa dalla playlist arrivò una canzone di Battiato che non avevo mai sentito: L’addio, interpretata da Giuni Russo.

Ricordo che l’impatto fu talmente forte che iniziai a piangere, e più piangevo, più desideravo riascoltare quel gioiello. Quasi si trattasse di un movimento ipnotico.

Andai avanti per giorni e giorni a programmare la riproduzione in loop di quel brano.

Ne parlai al mio compagno e anche lui mi disse che anni prima aveva vissuto lo stesso attaccamento febbrile a quella canzone meravigliosa.
Ancora oggi come allora L’addio ha la capacità di farmi precipitare in uno stato di commozione totale. C’è la sequenza finale in cui la voce della Russo sale di diverse ottave, fino ad arrivare a vocalizzi che ricordano le grida dei gabbiani. Questo passaggio apre letteralmente lo sterno, lo posso paragonare a uno stato di grazia.
Ma non è solo per un innegabile virtuosismo tecnico di Giuni Russo che quel procedere finale del canto spalanca il cuore. Credo che le corde della commozione vibrino per effetto della svolta che la sua voce riesce a imprimere trasformando il dolore in pura estasi.
Mentre ascoltavo quel prodigio riconoscevo l’universalità della sofferenza per amore così ben descritta da Battiato, e al tempo stesso sentivo avvicinarsi un’ombra. Qualche tempo dopo, in un giorno di inizio autunno, mi capitò di avvertire qualcosa di analogo. Provai improvvisamente un forte senso di mancanza per l’uomo di cui ero innamorata proprio mentre riposavamo insieme. Sentii un dolore inspiegabile. Ero con lui e lo abbracciavo, guardavo la sua schiena mentre dormiva. Era lì con me, eppure avvertivo un senso di perdita. Mi chiedevo come fosse possibile provare la mancanza di qualcuno mentre si è insieme a lui, e non riuscivo a darmi una risposta. Ripensai a quella canzone, al sentimento che mi aveva colto ascoltandola per la prima volta. Un senso profondo di tristezza, nonostante l’amore nascente che stavo vivendo in quel momento, come se presagissi l’avverarsi di quello che Giuni Russo cantava.

Quell’amore non era destinato a toccare altre stagioni e sfiorì in inverno.

Penso spesso al senso di verità che ci può capitare di cogliere leggendo un romanzo, una poesia, o vedendo un film. A come certi messaggi tocchino con potenza le nostre corde emotive. Quella volta la verità si era manifestata a me con una canzone.

 

(...)

L'articolo integrale è pubblicato nel n. 13 di Awand, autunno 2024.
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