CINEMA. Autodidatta ed anarchico, con i suoi film ha disegnato una filmografia aliena ad ogni compromesso con il cinema commerciale. Autore liberissimo e uomo di cinema a tutto tondo, nel 1983 fonda a Roma il cinema Azzurro Scipioni, luogo di culto per generazioni di cinefili: «Un posto dove il cinema dimostra di avere la sua casa».

Silvano Agosti in un ritratto di Lorenzo Pallini
Con alle spalle un percorso lungo più di cinquanta anni, Silvano Agosti è un uomo di cinema dal profilo unico nel panorama italiano. Autodidatta ed anarchico, con i suoi film, tutti autoprodotti, ha disegnato una filmografia aliena ad ogni compromesso con il cinema commerciale. Nel 1983 ha fondato a Roma il cinema Azzurro Scipioni, diventato in poco tempo casa del cinema d’autore e punto di riferimento per una cinefilia libera ed innamorata, tenuta a debita distanza dalle istituzioni. Le sue idee, visionarie e provocatorie, sulla vita e sulla creatività informano tutta la sua produzione, ricca anche di opere letterarie. Quando ci incontriamo ha alle sue spalle un altarino laico in cui campeggiano le immagini dei suoi genitori e quella di Charlie Chaplin.
Produttore, sceneggiatore, regista. Per il cinema hai fatto tante cose ed il cinema è stato per te tante cose. Ma al cinema ci sei arrivato attraverso il montaggio. Come hai iniziato?
Il mio primo montaggio epico e storico è stato quello dei “Pugni in tasca” di Marco Bellocchio, nel 1965. Quando un regista mi chiedeva di fare il montaggio, gli dicevo “Volentieri. Però tu stai a casa. Vieni quando è finito e io ti faccio vedere. Se ti va bene ok, se no lo rifacciamo.” Ho sempre fatto così, ed è andata sempre bene. Non avrei mai potuto montare un film con accanto il regista.
Anche con Bellocchio è andata così?
A Bellocchio addirittura ho detto di stare a casa e chiudere la porta. La mia opera prima si chiama “Violino” ed è del 1963, girata quando avevo 25 anni. Dura otto minuti. In quel cortometraggio c’è tutto quello che io ritengo sia il montaggio.
Qual è la tua idea di montaggio?
Che ogni immagine tende, come ogni essere umano, a far sapere chi è. Bisogna darle il tempo perché l’immagine informi, faccia sapere che immagine è. Quando glielo hai dato, cambia il significato.
Questo è il mio ritmo segreto di montaggio. Dopo “I pugni in tasca” ho montato “Grazie zia” di Samperi. E poi tutti i miei film, dieci lungometraggi. Non avevo la troupe. Importante è stata anche la mia esperienza alla Scuola di Mosca, dove ero stato invitato con il beneplacito del Presidente della Repubblica Italiana. Lì sono stato ammesso nella scuola di cinema, rimanendoci due anni e mezzo.
(...)




