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ILLUSTRAZIONE. È l’erede della grande tradizione di cartellonisti italiani «Il manifesto è un mezzo davvero democratico, è molto più stimolante catturare l’attenzione di un passante distratto per strada che il visitatore di una mostra in galleria». Con lui abbiamo parlato anche di talento, commissioni e formazione «Il  disegno è il mio modo di conoscere il mondo e gli altri», un mondo in cui «Nessuno sta più in silenzio, il silenzio prima di una risposta, il silenzio prima di parlare. Sono tutti proclami senza un dialogo».

riccardo guasco

 

Il suo nome mette un po’ tutti d’accordo, quando se ne parla con i suoi colleghi e con chi ama il disegno e l’illustrazione le lodi per il suo lavoro e per il suo carattere abbondano sempre. Le sue immagini hanno la capacità di tenere insieme il sapore vintage dei manifesti del Novecento e la freschezza contemporanea, ambìto dalle grandi aziende lavora anche per testate internazionali come New Yorker e Los Angeles Magazine, così come per editori italiani quali Modadori, Topipittori e Carthusia.

Quando vedo i tuoi disegni, la prima cosa che mi viene in mente è: “Guasco ha un talento assurdo”. Che cos’è il talento?

Il piacere di fare una cosa che ti nasce da dentro in maniera naturale, senza preconcetti, senza costruzioni, senza fatica. E poi c’è un qualcosa in più, quella scintilla che vedo nei miei miti, nei miei artisti di riferimento. Si può chiamare talento o ispirazione o fuoco, quel qualcosa in più che ti fa arrivare davvero a esprimerti in maniera unica.

Quanto è stata importante la formazione? Hai studiato Decorazione in Accademia.

Penso che sia stato un tassello molto importante della mia carriera. Mi ha dato una libertà e una visione classica che trovo rivoluzionaria adesso che tutto è proiettato all’iper futuro. Noto che gli artisti del passato avevano i miei stessi problemi: cercare un linguaggio efficace e nuovo e l’ho capito grazie all’Accademia e all’Istituto d’arte che mi hanno avvicinato alla storia dell’arte. Per conto mio ho poi ho scoperto tantissimi altri artisti, un sottobosco fittissimo: guardare al lavoro di un artista del passato, il suo percorso, i suoi lavori, dall’inizio fino alla sua scomparsa, la reputo una cosa importantissima. I contemporanei — anche quelli bravissimi — sono ancora in corsa. Li stimo e li guardo, certo, ma di quelli del passato riesci ad avere una visione più completa del percorso e dei cambiamenti che hanno fatto.

Hai parlato di artisti del Novecento, ce ne sono alcuni che spesso indichi come ispirazione, Picasso, Depero, Feininger e i suprematisti russi. Che cos’hanno in comune?

Credo il loro interrogarsi su ciò che si può dire con l’arte e con mezzi grafici propri, sfidando il pensiero comune del tempo. Hanno avuto la forza di creare un alfabeto in grado di rivoluzionare tutta la storia dell’arte successiva. Essere un artista in grado di motivare altri artisti, generare altre idee partendo dalle mie radici, questo è un buon punto di arrivo per me. Mi piacerebbe essere d’ispirazione per altri, affinché le mie cose possano far nascere nuove idee in altri artisti. Più che un lavoro bello e basta, mi piace un lavoro che diventi un seme da cui può germogliare altra arte.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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