ARTI VISIVE. Cos’è una bella immagine? È ciò che trasmette, quello che ti fa pensare. Una foto che non accontenta solo lo sguardo, che ti fa chiedere che cosa vuol dire, perché l’hai fatta. Come il cinema, come qualsiasi forma d’arte: è vedere attraverso il tuo sguardo una realtà che ritieni possa entrare nell’immaginario degli altri.

Mario Cresci

Mario Cresci, Autoritratto, dalla serie Giochi della mente, Bergamo 2009-2017

 

«Raccontare solo la dimensione estetica, filosofica, antropologica o culturale del risultato ottenuto non mi basta. Mi piace raccontare come arriva a quel momento di creazione di un’opera, che sia una fotografia, una grafica o un progetto di comunicazione. Mi interessa sempre sviluppare il percorso che porta all’opera, più che discutere dell’opera finita». È questa la premessa fondamentale per avvicinarsi al lavoro di Mario Cresci. Un artista che al momento “magico”, alla folgorazione romantica del gesto creativo ha sempre preferito il percorso, il progetto: «Non si deve mai pensare di essere l’ombelico del mondo e che il buon Dio ci abbia dato questa capacità creativa, perché artisti o creativi si diventa, non si nasce. Ovviamente si nasce con delle attitudini, però poi si deve studiare, ci si deve dar da fare, si deve pensare che vivendo insieme agli altri e che non operiamo in maniera autoreferenziale». Una attitudine probabilmente nata frequentando dal 1964 il Corso Superiore di Disegno Industriale a Venezia. Una tappa fondamentale del suo percorso a cui arriva quasi per caso «Ho studiato al liceo artistico di Genova, disegnavo molto bene, ero bravo, ma l’idea di andare all’Accademia non mi convinceva. Fu la preside a farmi avere una borsa di studio per Venezia e a permettermi di frequentarla, non ne avrei avuto i mezzi. Al Corso Superiore non era sufficente disegnare bene, si studiava: ergonomia, prefabbricazione, teoria della percezione, teoria della forma e dei colori, facevamo modelli in gesso e in legno e per la parte fotografica si lavorava molto in camera oscura. Quella era una scuola-modello, diversa dall’Accademia, una piccola Bauhaus».

Nel 1965 Cresci entra a far parte del Gruppo Polis, un laboratorio di ricerca e progettazione urbanistica fondato da Raffaele Panella, Ferruccio Orioli e Aldo Musacchio «Un calabrese intelligentissimo , che insegnava sociologia all’Università di Padova», figura a cui Cresci dichiara di essere molto legato e riconoscente. Nel 1966 il Gruppo riceve l’incarico di redigere il Piano regolatore di Tricarico ed è l’occasione per Cresci — e non solo per lui — per scoprire il Meridione. Al design industriale che avevo studiato al Nord era subentrata una nuova interfaccia comunicativa che, in alternativa al sapere scientifico, mi poneva all’interno delle relazioni umane e fuori da finalità speculative e produttive».

In Basilicata si ferma per circa 25 anni, lì nascono alcuni dei cicli più noti del Cresci “giovane”, come Interni mossi (1967-79), Ritratti reali (1967-72) e Misurazioni (1975-80): «Mi affascinò molto quel mondo, quella società che aveva un rapporto fortissimo con la natura, con la terra, con gli oggetti, con i materiali, con il fare del mondo contadino. Fotografai oggetti d’uso e oggetti ludici, in legno e in metallo, che erano la rappresentazione di un immaginario, di una realtà in miniatura, forme arcaiche, sempre legate al lavoro della terra rappresentate intagliando il legno a mano col coltello».

Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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