- Michele Cornacchia

Foto © Elisabetta Brian / ypsigrock.it
La strada che da Cefalù sale verso Castelbuono è un susseguirsi di curve tra ulivi e fichi d’india. A ogni tornante il mare si allontana un poco, finché scompare del tutto. Chi non conosce l’Ypsigrock e ci arriva per la prima volta vive questo tragitto come un’ascesa, un passaggio tra mondi: si lascia alle spalle la Sicilia delle coste e si addentra in quella delle Madonie, fatta di borghi in collina e orizzonti più raccolti.
Castelbuono conta circa ottomila abitanti. Il suo nome antico, di origine bizantina, era Ypsigro, e da questa parola nel 1997 è nato il nome di un festival che da allora non ha mai lasciato il paese: l’Ypsigrock. Nel 2025 si è chiusa la ventottesima edizione — quattro giorni di concerti ai piedi del castello dei Ventimiglia, là dove tutto è cominciato con due sole serate e un pugno di band.
La prima edizione aveva in cartellone gruppi siciliani e i milanesi La Crus. L’idea era semplice e ambiziosa insieme: portare nelle Madonie la musica che i fondatori — due ragazzi del posto, Gianfranco Raimondo e Vincenzo Barreca — cercavano nei festival del Nord Europa. “L’idea ha il potere di smuovere qualsiasi cosa, in qualsiasi posto,” ha raccontato Barreca. “Fare un festival di musica indie nel 1997 in un borgo di ottomila abitanti in Sicilia, sembrava impossibile. Ma non era impossibile.”
La crescita è stata lenta e ostinata. Per qualche anno il festival ha ospitato il meglio della scena siciliana e qualche nome italiano — gli Afterhours, i Marlene Kuntz. Poi ha cominciato a guardare oltre: nel 2000 i Venus da Bruxelles, l’anno dopo i Blonde Redhead da New York, poi i norvegesi Motorpsycho, Bonnie Prince Billy, i dEUS. Nel 2010 il passaggio a quattro giorni, con Dinosaur Jr., Gang of Four e Caribou. “Il cambio di rotta è avvenuto intorno al 2011, anche con l’operazione Mogwai,” spiega Raimondo. “La stampa internazionale ha iniziato a seguirci.”
Il 2020 ha interrotto la serie: la pandemia ha fermato l’Ypsigrock per la prima volta in ventitré anni. Ma la pausa è durata una sola edizione: nel 2021 il festival è tornato con il nome Tiny but needed e ha ripreso a marciare. Da lì la ripresa, fino all’edizione 2025 con Lucio Corsi, CocoRosie, Porridge Radio, i Voidz di Julian Casablancas.
Se l’Ypsigrock è oggi considerato uno dei migliori festival italiani, il merito non è solo delle line-up. Patrizio Ruviglioni, su L’Essenziale, nel 2022 lo ha descritto così: “Ypsigrock funziona perché tiene in equilibrio i contrasti: concerti di qualità organizzati in una piazza piccola che sembra un’oasi, dove si sta larghi, non c’è l’ansia di dover stare in prima fila e i prezzi dei drink sono popolari.”.
La piazza del castello contiene poco più di duemila persone. Non c’è spazio per allargarsi, e non c’è intenzione di farlo. È ciò che nel gergo dei festival si chiama boutique: piccolo per scelta, non per difetto. I Mogwai, dopo aver suonato qui nel 2011, hanno scritto: “Ypsigrock is the best festival on the planet.”
In quasi trent’anni il festival ha costruito un equilibrio con Castelbuono — i suoi abitanti, i suoi commercianti, i suoi ritmi. Non è una relazione scontata: un evento del genere potrebbe essere subìto come un’invasione, invece è diventato parte del calendario del paese. L’Ypsigrock è prodotto dall’associazione Glenn Gould, fondata dagli stessi Raimondo e Barreca. Niente grandi sponsor, niente multinazionali dell’intrattenimento, pochi fondi pubblici. “L’unica cosa che non deve fare Ypsigrock è tradire la sua identità per ambire a numeri diversi,” dice Raimondo. “Come le famiglie si riuniscono a Natale, la comunità si ritrova per quell’evento lì. È qualcosa di magico, familiare, affettivo. Capisco che da fuori il parallelo può sembrare un’esagerazione. Alcune cose è difficile spiegarle se non le vivi.”
Nei pomeriggi che precedono i concerti, non è difficile trovare nella centrale piazza Margherita il circolo degli anziani del paese che suona l’armonica, giovani stranieri che ballano e qualche cantante che guarda divertito. Tutto si mescola senza attrito.
L’ultima sera di ogni edizione, quando l’ultimo concerto finisce, dal palco partono le note di All I Want for Christmas Is You. Un gruppo di volontari vestiti da Babbo Natale si lancia sulla folla — sudata per la piena estate siciliana. È un’immagine assurda e perfetta. Dice più di qualsiasi spiegazione sul perché, da quasi trent’anni, la gente continua a salire fin quassù.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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- Agnese Giordano

Foto dettaglio di Giuseppe Formiglio (per gentile concessione dell’autore e di La Luna e i calanchi)
Il festival La Luna e i Calanchi nasce nel 2012 dall’intuizione del poeta-paesologo Franco Arminio, creatore del neologismo paesologia, “disciplina” che non si limita a descrivere o studiare i paesi ma invita a farsi attraversare da essi e abitarli spiritualmente. Alcuni suoi versi recitano:
“Sacra è Aliano coi calanchi. È come stare in una chiesa: guarda come pregano questi monaci di creta.”
Sospesa su un abisso, Aliano è l’altare naturale dove da tredici anni si celebra un vero e proprio rito collettivo, percepibile nella sua interezza solo se vissuto dall’interno. Qui, nell’arco di cinque giorni si intrecciano legami, paesaggi lunari, cibo, arte, teatro, riflessioni, tavolini di un bar, panorami mozzafiato. Nessuno è spettatore, vanno in scena le relazioni che, lontane dal consumo, si alimentano giorno dopo giorno grazie al potere che in nuce l’arte contiene: quello di elevare. È in questa intensificazione continua di senso che prende corpo ciò che Arminio chiama “comunità provvisoria”, un’assemblea poetica e umana che cerca di avvicinarsi al prodigio: rimodellare sé stessa grazie alla poesia. Così, come i monti argillosi dei calanchi cambiano giorno dopo giorno con le piogge, col vento, così cambia chi vive questa esperienza: esporsi continuativamente all’arte genera un cambio molecolare.
Ricordiamo che Aliano fu il paese scelto dal regime fascista per il confino di Carlo Levi, giudicato molto più sicuro di Grassano perché privo di ferrovia. Fu in questo estremo isolamento che nacque uno dei più grandi affreschi antropologici del Sud Italia, Cristo si è fermato a Eboli, ambientato nel suo doppio letterario, Gagliano. L’isolamento assoluto che un tempo fu pena, oggi ci restituisce una qualità quasi miracolosa.
Caterina Pontrandolfo, spina dorsale di questo festival, rievoca i giorni dell’avanscoperta, quando insieme ad Arminio varcava le soglie delle case degli abitanti condividendo con lietezza canti, tavolate e maschere di cartapesta, ancor prima che tutto nascesse. Ricorda la versione alianese di Fronni d’alia, intonata timidamente da un paesano e il pudore degli abitanti quando la sera si affacciarono nella piazzetta Panevino per ascoltare i versi del poeta di Bisaccia e le avanguardie di Antonio Infantino, musicista antropologo capace di ridonare dignità e valore alla marginalità dell’identità lucana. Caterina è una delle più appassionate raccoglitrici di canti della tradizione orale, basta ascoltarla una volta per comprendere che lei è memoria viva di tutte le pietre di questi paesi, dei loro campi, dei loro lamenti, delle loro preghiere. La restituzione al pubblico dei suoi laboratori ne è testimonianza.
Le stime dell’ultima edizione parlano di cifre impressionanti: circa 25.000 persone, numeri che se da un lato testimoniano il successo del festival, dall’altro impongono una seria riflessione sull’impatto ambientale su un così fragile ecosistema. Gli appuntamenti si rimpallano tra la Casa della Paesologia e “Sotto Casa Levi”, tra l’auditorium dei Calanchi e piazza Panevino per concludersi l’ultima notte sulla tomba di Carlo Levi. L’evento più partecipato è quello della grande passeggiata nei Calanchi, dove una fiumana di gente guidata dal veliero di Emar Orante, assiste ai vari spettacoli. Gli artisti sono tantissimi, come non citare Rocco Papaleo, Claudia Fabris con Diario di un corpo, Serena Gatti con la sua Farmacia poetica ma anche il ricordo di Makardìa o Guido Celli, indimenticabili nelle loro performance. Trovano spazio poeti sconosciuti e realtà come il cinema di Ferula Ferita proiettato su ciò che resta del muro crollato della chiesetta di Santa Maria degli Angeli o il felliniano camioncino dell’ortofrutta Trifone, divenuto oggi palco privilegiato per un solo spettatore. Tutto avvolto da una gigantesca bandiera della Palestina.
Ogni cosa qui è postura politica, come i forni riaccesi dall’anarchico Ivan Fantini, personaggio mitologico che saccheggia l’incolto e che ha nutrito non di solo cibo i partecipanti. Da lui si legge “Prendete quel che volete, mettete quel che potete”.
Le sue parole, a condensare questa esperienza:
Non sta succedendo niente
tranne un capolavoro continuo
di relazione adesione condivisione
finché il fisico regge.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 17 di Awand, autunno 2025.
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- Antonio Ant Cornacchia

Il nome completo è “WOW Spazio Fumetto, Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata”, è un grande spazio tutto dedicato alle storie disegnate. Si trova a Milano, al numero 12 di Viale Campania. Inaugurato il primo aprile del 2011, occupa uno spazio su due piani che un tempo — fu costruito nel 1926 — era un deposito ATM (l’Azienda Trasporti di Milano), e dal 1960 al 1985 sede della Motta.
A dare vita al Museo è la Fondazione Franco Fossati e a dirigerlo è Luigi F. Bona. Di solito il piano superiore è dedicato alle mostre con ingresso a pagamento, grandi e molto curate come quella in corso mentre scriviamo, dedicata proprio alla città ospite “Fumetto, un miracolo a Milano” che viene presentata così: «Le immagini disegnate da grandi artisti, che hanno raccontato la Milano di ieri e di oggi, sono affiancate da approfondimenti sulla sua storia, per rivelare la Milano che è stata e non c’è più, con il legame tra l’espressione culturale e i luoghi, la vita e il lavoro. Ingrandimenti scenografici, pubblicazioni d’epoca, manifesti cinematografici e tante sorprese alzano il velo su percorsi inediti in una Milano che non può e non deve essere dimenticata, per una Milano da sperare ancora.»
È proprio uno dei pannelli di questa mostra che ci ha fatto scroprire le “coree”: «Con questo bizzarro nome i milanesi avevano ribattezzato le baraccopoli che erano sorte intorno a Milano dopo la Seconda Guerra Mondiale per ospitare tutti quei poveracci che con il conflitto avevano perso casa, lavoro e dignità e ora si arrangiavano a ricostruirsi una sorta di abitazione mettendo insieme materiali raccattati tra le macerie delle case o magari rubacchiati in qualche cantiere». Una corea è la baraccopoli in cui è per buona parte ambientato il film del 1951 di Vittorio De Sica da cui prende il nome la mostra — Miracolo a Milano, appunto — vincitore del Grand Prix a Cannes e sceneggiato da quel Cesare Zavattini che fu a lungo anche autore di fumetti in incognito «per pudore, discutibile, di letterato (...) Il fumetto era ancora visto come letteratura di consumo di scarsa qualità e i grandi autori avevano paura di sporcarsi le mani lavorandoci» riporta sempre lo stesso pannello in mostra.
Sono centinaia le mostre presentate da Wow in questi anni, tra grandi e più piccole, a pagamento e gratuite, dedicate al fumetto (e al cinema d’animazione) più popolare così come a quello d’autore, a quello mainstream come a quello underground. A quest’ultimo si rivolge “Bricola” «il festival dedicato a chi, non contento di leggere i fumetti, se li disegna e pubblica da solo» due giorni durante i quali è possibile incontrare decine di autori che si autoproducono e presentano sui banchetti i loro lavori in prima persona, compreso chi è andato ben oltre l’autoproduzione come il vulcanico Ivan Hurricane.
Wow ha una particolare attenzione per i temi sociali e spesso gli appuntamenti e le mostre sono occasione per riflettere su quello che accade nel mondo, valgano alcuni titoli come “Finché l’ultimo canta ancora. Un fumetto sull’accesso alle cure in Afghanistan”, “Il fumetto dal basso racconta la realtà” e “Femminismo a fumetti. Come uscire dalla bolla?”.
Ovviamente non mancano spazi e momenti dedicati ai più piccoli: “A caccia di Yokai!”, “Mostri fantastici e dove trovarli!”, “Pimpa e i suoi viaggi”.
Oltre che di mostre e ed eventi, il calendario di Wow è zeppo di laboratori e il piano terra è sempre molto frequentato da aspiranti disegnatori guidati da molti protagonisti dell’animatissimo mondo del fumetto italiano.
Una biblioteca, una libreria e un caffé arricchiscono ulteriormente l’offerta di un luogo singolare, probabilmente unico in Italia.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 14 di Awand, inverno 2024/2025.
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- Gianluca Ranzi

Le storie sono abitazioni in cui vivere dentro ed attraverso. Insieme contenitore e contenuto, esse plasmano l’architettura della nostra vita e dei nostri spazi, ed anche quando non le percepiamo restano sotto traccia, come un fiume carsico o come uno di quei monacielli di cui hanno scritto Matilde Serao e Anna Maria Ortese, lari domestici nascosti tra le pareti di casa, ombre e tracce appena visibili su un pavimento.
La Fondazione Mudima, voluta e inaugurata da Gino Di Maggio nel 1989 a Milano, è stata la prima fondazione italiana dedicata a un programma di artisti contemporanei le cui esperienze non fossero soltanto multimediali, ma soprattutto intermediali, giocate quindi in una zona di sovrapposizione tra i media e i diversi generi, trovando nella musica un collante capace di unirle e di fecondarle a nuova vita.
Le storie che in più di trent’anni sono state narrate dentro le mura di via Tadino 26 sono quindi trama e ordito della memoria di uno spazio che ha portato al pubblico le Avanguardie Storiche con Marcel Duchamp, il Futurismo, il Dadaismo, il Surrealismo e le Neo-avanguardie dagli anni Sessanta in poi. Con uno sguardo transnazionale e intergenerazionale qui hanno dialogato Fluxus, Happening, l’Azionismo Viennese, Gutai, Mono-Ha, fino ad arrivare a un panorama di artisti contemporanei tra i quali Jean-Michel Basquiat, Hidetoshi Nagasawa, Neo Rauch, Sam Havadtoy, Piero Pizzi Cannella, Sandro Chia, Giuseppe Spagnulo, Gunther Uecker, Michel Majerus, Nanda Vigo, Marinellia Pirelli, Grazie Varisco, Fausta Squatriti, Mimmo Paladino, Jaume Plensa, Kim Moon Suep, Ha Chong-Hyun, Roman Opalka.
Nel cortile all’ombra del nespolo o all’interno protette da alcune pareti in cartongesso, rimangono le tracce di alcuni di questi passaggi, storie narrate che, pur non visibili, ancora impregnano l’architettura di quel luogo plasmato dagli incontri, dai dibattiti, dai concerti di John Cage, dalle performances e dalla sperimentazione teatrale e letteraria di protagonisti quali Francesco Leonetti, Nanni Baletrini e Umberto Eco.
I muri della Fondazione Mudima e le loro storie nutrono la fantasia, nascondono opere come monacielli dispettosi che si sottraggono alla vista pur restando presenti, quasi fossero loro ad osservare e seguire il pubblico per le sale e per i piani, occhieggiando da sotto la calce o dietro ad alcuni cartongessi appositamente predisposti. Si tratta degli interventi, più o meno nascosti ma tuttora esistenti, di Ben Vautier, di Yoko Ono, di Cy Twombly, di Renato Mambor, di Milan Knizak, di Mario Ceroli, di Daniel Spoerri, di Giuliano Mauri, di Nam June Paik, di César, di Lee Ufan, di La Monte Young, di Giuseppe Chiari. Tante voci alcune delle quali poi risuonare fino in Estremo Oriente, come nei casi delle mostre di Giuseppe Penone, di Alberto Burri e delle artiste giapponesi degli anni Sessanta organizzate al Toyota Municipal Museum of Art, o del genio leonardesco portato in un serrato quanto inedito dialogo con Pininfarina a Seoul nel 1996, o dell’Arte Povera interfacciata alla Transavanguardia nel progetto Italiana a Yokohama nel 1994.
A partire dal tetto con le sculture “in volo” di Antonio Paradiso, appena visibili dalla strada, e poi fino al pianterreno, lo spazio è trafitto e insieme fluidificato in tutta altezza dai volumi di Mauro Staccioli, una saetta rossa che salendo al cielo diviene taglio di luna, quasi a memoria del famoso cuneo rosso futurista, che sembra ora farsi perdonare di aver ucciso il chiaro di luna. Sottoterra, sottotraccia, intra moenia, tocca però all’environment di Wolf Vostell, La Quinta del Sordo, farsi sentire per ogni dove pur senza esser visto, con i suoi dodici monitor che si specchiano nell’acqua di una piscina nera che riflette immagini e suoni della contemporaneità televisiva, insieme alle scene dipinte da Vostell sulle pareti, pinturas negras di Goya attualizzate nei fantasmi dei disastri della guerra di ogni epoca.
È un luogo dove le storie di una comunità, della sua terra e del suo tempo, diventano parzialmente narrabili e quindi trasmissibili. La parzialità è una virtù, consente di fare in modo che nessuna di esse prenda il sopravvento sulle altre ma restino tutte comunicanti, anche quando giungono alle nostre orecchie come una voce lontana, un flebile sussurro da dietro i muri.
(...)

