
Foto dettaglio di Giuseppe Formiglio (per gentile concessione dell’autore e di La Luna e i calanchi)
Il festival La Luna e i Calanchi nasce nel 2012 dall’intuizione del poeta-paesologo Franco Arminio, creatore del neologismo paesologia, “disciplina” che non si limita a descrivere o studiare i paesi ma invita a farsi attraversare da essi e abitarli spiritualmente. Alcuni suoi versi recitano:
“Sacra è Aliano coi calanchi. È come stare in una chiesa: guarda come pregano questi monaci di creta.”
Sospesa su un abisso, Aliano è l’altare naturale dove da tredici anni si celebra un vero e proprio rito collettivo, percepibile nella sua interezza solo se vissuto dall’interno. Qui, nell’arco di cinque giorni si intrecciano legami, paesaggi lunari, cibo, arte, teatro, riflessioni, tavolini di un bar, panorami mozzafiato. Nessuno è spettatore, vanno in scena le relazioni che, lontane dal consumo, si alimentano giorno dopo giorno grazie al potere che in nuce l’arte contiene: quello di elevare. È in questa intensificazione continua di senso che prende corpo ciò che Arminio chiama “comunità provvisoria”, un’assemblea poetica e umana che cerca di avvicinarsi al prodigio: rimodellare sé stessa grazie alla poesia. Così, come i monti argillosi dei calanchi cambiano giorno dopo giorno con le piogge, col vento, così cambia chi vive questa esperienza: esporsi continuativamente all’arte genera un cambio molecolare.
Ricordiamo che Aliano fu il paese scelto dal regime fascista per il confino di Carlo Levi, giudicato molto più sicuro di Grassano perché privo di ferrovia. Fu in questo estremo isolamento che nacque uno dei più grandi affreschi antropologici del Sud Italia, Cristo si è fermato a Eboli, ambientato nel suo doppio letterario, Gagliano. L’isolamento assoluto che un tempo fu pena, oggi ci restituisce una qualità quasi miracolosa.
Caterina Pontrandolfo, spina dorsale di questo festival, rievoca i giorni dell’avanscoperta, quando insieme ad Arminio varcava le soglie delle case degli abitanti condividendo con lietezza canti, tavolate e maschere di cartapesta, ancor prima che tutto nascesse. Ricorda la versione alianese di Fronni d’alia, intonata timidamente da un paesano e il pudore degli abitanti quando la sera si affacciarono nella piazzetta Panevino per ascoltare i versi del poeta di Bisaccia e le avanguardie di Antonio Infantino, musicista antropologo capace di ridonare dignità e valore alla marginalità dell’identità lucana. Caterina è una delle più appassionate raccoglitrici di canti della tradizione orale, basta ascoltarla una volta per comprendere che lei è memoria viva di tutte le pietre di questi paesi, dei loro campi, dei loro lamenti, delle loro preghiere. La restituzione al pubblico dei suoi laboratori ne è testimonianza.
Le stime dell’ultima edizione parlano di cifre impressionanti: circa 25.000 persone, numeri che se da un lato testimoniano il successo del festival, dall’altro impongono una seria riflessione sull’impatto ambientale su un così fragile ecosistema. Gli appuntamenti si rimpallano tra la Casa della Paesologia e “Sotto Casa Levi”, tra l’auditorium dei Calanchi e piazza Panevino per concludersi l’ultima notte sulla tomba di Carlo Levi. L’evento più partecipato è quello della grande passeggiata nei Calanchi, dove una fiumana di gente guidata dal veliero di Emar Orante, assiste ai vari spettacoli. Gli artisti sono tantissimi, come non citare Rocco Papaleo, Claudia Fabris con Diario di un corpo, Serena Gatti con la sua Farmacia poetica ma anche il ricordo di Makardìa o Guido Celli, indimenticabili nelle loro performance. Trovano spazio poeti sconosciuti e realtà come il cinema di Ferula Ferita proiettato su ciò che resta del muro crollato della chiesetta di Santa Maria degli Angeli o il felliniano camioncino dell’ortofrutta Trifone, divenuto oggi palco privilegiato per un solo spettatore. Tutto avvolto da una gigantesca bandiera della Palestina.
Ogni cosa qui è postura politica, come i forni riaccesi dall’anarchico Ivan Fantini, personaggio mitologico che saccheggia l’incolto e che ha nutrito non di solo cibo i partecipanti. Da lui si legge “Prendete quel che volete, mettete quel che potete”.
Le sue parole, a condensare questa esperienza:
Non sta succedendo niente
tranne un capolavoro continuo
di relazione adesione condivisione
finché il fisico regge.
(...)



