Awand. Interviste alla creatività

Intervista all’attore e regista. Dagli esordi stivando il furgone alla direzione del Teatro dell’Elfo.
Un percorso personale e collettivo nella storia del teatro e del Novecento, nei testi di Shakespeare, Checov, Fassbinder, Morgan, Kushner... lungo un movimento di giustizia che dalla Grecia di Eschilo, Sofocle e Euripide arriva fino a qui, ora.

elio de capitani

Elio De Capitani e Emilia Scarpati Fanetti al PAC di Milano il 5 maggio 2018

 

Elio De Capitani è, con Ferdinando Bruni, direttore del Teatro dell’Elfo di Milano. Attore e regista fra i più importanti in Italia, dagli anni Settanta va in scena con autori classici come Shakespeare e con contemporanei come Fassbinder, Kushner, Ravenhill, Kane, Miller, Bennet.

Storicamente, le produzioni di De Capitani, e dell’Elfo più in generale, si contraddistinguono per la densità, per la ricchezza di piani di lettura. Anche quando adottano un tono leggero non sono mai superficiali. Caratteristica che torna utile da considerare quando si vuole distinguere l’arte dall’intrattenimento.

Questa intervista, mai pubblicata prima, risale agli inizi del 2018 ed è stata leggermente rivista nell’aprile del 2021 per limare le imperfezioni inevitabili in un confronto live a tre voci. Trovate la terza voce, quella di Altan, nelle prime pagine di questo stesso numero di Awand.

Quando hai capito che quello che fai sarebbe diventato il tuo mestiere?

Tra i 14 e 18 anni,  avevo non solo posizioni politiche marxiste-leniste ortodosse, ma progressivamente sono divenuto un maoista convinto e il grande fascino della rivoluzione culturale cinese mi sembrava l’utopia concreta, il sogno di una cosa di Marx.  Quanto poco fosse marxista il mio pensiero lo si capisce dal fatto che il  teatro lo consideravo un’attività da parassiti, mentre Marx leggeva Shakespeare con passione, ad alta voce, la sera con la sua famiglia. 

Avevo finito il liceo e facevo filosofia alla Statale nel ‘73, andai a vedere uno spettacolo, c’era questa compagnia al suo primo spettacolo e non c’erano prenotati, brutta storia.  Mia madre, che organizzava la serata, mi ha detto “Dammi una mano tu” ed io ho detto “Non c’è problema, cammelliamo, mobilito io… ” Sul palco c’era una donna. Meravigliosa, capelli rossi, vestito viola con lo spacco fino a qui (era Cristina Crippa, moglie di De Capitani, Ndr). In un micro-secondo è cambiata la mia vita.  Mi è chiaro che se faccio teatro è per motivi di carattere erotico e sentimentale, un imprinting indelebile. Ho cominciato facendo il tecnico. Anzi ho cominciato stivando, una vera arte,  il nostro furgone troppo piccolo per l’insostenibile pesantezza delle scene in tubi innocenti della nostra prima scenografa greca. Il tecnico l’ho fatto poi ma quando a settembre 1973  un attore è partito per il militare  mi hanno buttato sul palco. Nel frattempo mi ero messo insieme a Cristina,  che era il vero scopo di tutto quel mio darmi da fare improvviso in teatro , ma poi ho capito che stavo traferendo la mia militanza dalla politica all’arte, con la stessa determinazione, e il teatro non è più stato il danno collaterale  dell’amore,  è diventato la mia vita, la mia ricerca e il mio mestiere ostinato. Ho iniziato così, senza alcuna preparazione specifica se non la disciplina della militanza politica che si è trasformata nella disciplina dell’arte:  e davvero la mia vita è cambiata in un istante. 

(...)

 

L'intervista integrale è pubblicata nel n. 1 di Awand, autunno 2021.
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Antonio Ant Cornacchia
Author: Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Cura mostre e rassegne culturali, ha fatto radio e fondato giornali e riviste. Awand è una sua creatura.
Molti lo chiamano Ant, che sta per formica.

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