Musica. Tra la fedeltà alle radici e la costante tensione verso la contaminazione, una vita passata a rivoluzionare il ruolo dell'organetto diatonico, trasformandolo da reliquia del folklore a protagonista della world music e del jazz contemporaneo. «Ho sempre cercato di utilizzare quel suono in contesti anche insoliti per uno strumento che era in una fase di declino», racconta ripercorrendo la propria traiettoria artistica e umana. Un lungo viaggio fatto di incontri illuminanti, ricerca etnomusicologica e dialogo intimo con la canzone d'autore, affrontato ancora oggi con immutata passione, sempre alla "giusta distanza" tra rispetto della tradizione e libertà di inventare il futuro.

Foto di Gabriele Acerboni
Pioniere, ricercatore, instancabile viaggiatore della memoria e del suono. Definire Riccardo Tesi solo un virtuoso dell'organetto diatonico sarebbe riduttivo. Fin dagli esordi alla fine degli anni Settanta, al fianco di una colonna del folk italiano come Caterina Bueno, Tesi ha compiuto una vera e propria rivoluzione culturale: ha preso uno strumento tradizionalmente confinato alle feste di paese e lo ha proiettato nei più prestigiosi festival di world music e jazz del mondo. Compositore raffinato e fondatore dello storico ensemble Banditaliana, Tesi ha ridefinito i confini della musica acustica ed etnica in Italia. La sua discografia è una mappa geografica e sentimentale che attraversa il Mediterraneo, dialoga con il jazz, accarezza la canzone d'autore e si spinge fino al Madagascar e al Sud America. Definendo una sorta di respiro globale dell'organetto. Non è un caso che il suo mantice abbia intrecciato le storie di giganti come Fabrizio De André, Ivano Fossati, Gianmaria Testa e tantissimi altri. In questa intervista per Awand, Riccardo Tesi ci guida dietro le quinte del suo viaggio musicale. Dalle radici toscane alla costante ricerca di quella che definisce "la giusta distanza" tra rispetto della tradizione e libertà di inventare il futuro. La sua straordinaria vita artistica, dalla metà degli anni Settanta al 2016, è ampiamente riassunta nel libro Una vita a bottoni di Neri Pollastri (Squilibri editore) in cui Tesi si racconta. Un lavoro che celebra il suo sessantesimo compleanno e che l'organettista di Pistoia spesso definisce scherzosamente "una lunga seduta dallo psicanalista".
Tra pochi giorni, di anni ne compi settanta. E di cose ne sono successe ancora tante. Ma cominciamo con lo strumento che caratterizza la tua dimensione artistica: l'organetto diatonico di cui sei considerato il pioniere.
Cominciamo col dire che "pioniere dell'organetto" è una definizione che mi hanno attribuito altri. Forse perchè ho sempre cercato di utilizzare quel suono in contesti anche insoliti per uno strumento che in realtà, quando ho cominciato io, era in una fase di declino. Per lo più utilizzato da tanti sconosciuti esecutori di repertori da ballo e confinato in "recinti" regionalistici. Ma c'erano già altri musicisti che invece avevano sperimentato l'uso dell'organetto in progetti più ambiziosi. Parlo soprattutto di Francesco Giannattasio e Marc Perrone. Il primo ebbi modo di ascoltarlo a un concerto del Canzoniere del Lazio, il gruppo folk rock più rappresentativo degli anni Settanta. Ascoltare le sue cose, confrontarmi con lui, è stato molto importante per la mia crescita tecnica. In quel momento era pressochè l'unico organettista italiano del folk revival. Marc l'ho conosciuto sin dai primi concerti in terra francese. Lui, cantautore e musicista, era l'artista europeo di riferimento per tutti coloro che cominciavano a prendere sul serio l'organetto in chiave non strettamente tradizionale. Parlo di un periodo in cui non c'erano pubblicazioni, dischi, insegnanti e metodi per imparare a suonare questo strumento.
Ma intanto finirai per studiare anche quel mondo di sconosciuti suonatori regionali più strettamente legati al folklore e alla musica da ballo...
Conoscere quella tradizione lo considerai necessario, quasi propedeutico. Studiai la musica sarda e il ballo tondo, la tarantella, il salterello nell'unica maniera possibile: cercando ai mercatini le musicassette in cui trovavi sempre qualcosa di bello da suonare. Poi arrivarono i dischi della collana Albatros, diretta dall'etnomusicologo Roberto Leydi, che scandagliavano il folklore musicale europeo con particolare attenzione alle realtà regionali italiane.
Nel libro di Neri Pollastri racconti la tua vita e, in seguito, scherzosamente hai definito quella lunga e bella intervista "una seduta dallo psicanalista". Ma non eri tu che studiavi psicologia?
(Riccardo sfodera uno dei suoi smaglianti sorrisi) Beh sì, sono stato uno psicologo mancato. Ero iscritto all'Università di Padova, facoltà di Psicologia, mancavano pochi esami dalla laurea quando decisi di dedicarmi totalmente allo studio dell'organetto, accarezzando il sogno di diventare un musicista professionista. Lo dico senza alcun rimpianto. Anche se a volte penso che sarebbe stato utile completare il mio percorso universitario compensando il dispiacere dato ai miei genitori quando scelsi l'altro percorso. Diciamo che loro non ne furono contenti. Ma io già da tempo, come molti altri, seguivo la musica. Amavo il prog inglese dei Jethro Tull, i Genesi, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, il rock dei Cream, dei Deep Purple, la canzone d'autore, Bob Dylan, Woody Guthrie... Volevo studiare la musica e null'altro. Magari imparare a suonare un organo Hammond. Cominciai col suonare la chitarra insieme a un paio di amici. Non c'erano soldi per pagare lezioni private di musica e ci iscrivemmo a quelli gratuiti delle bande cittadine. Interminabili lezioni di solfeggio col metodo Bona. Poi, forse perchè alla chitarra ero il più scarso, passai a suonare altri strumenti come il mandolino, il tin whistle, la concertina, fino a provare a suonare un organetto.
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