CINEMA. «Se fai cose per passione, prima o poi l’occasione arriva». Dagli esordi con Ratataplan al presente tra didattica e web, la sua carriera è un'eccezione dell'audiovisivo italiano. Ricordando Tati e la sua scuola di mimo, dice: «Volevamo far capire che la nostra non era una scuola "in calzamaglia", ma di mimo clownesco». Sulla regia: «Più una scena la prepari nei dettagli, più permetti all'attore di improvvisare». E sull'IA osserva: «Nessuna intelligenza artificiale potrà mai inventare una gag nuova o sostituirsi al momento di improvvisare sul set».

Maurizio Nichetti in un ritratto di Sergio Bertaani
La lunga carriera di Maurizio Nichetti rappresenta una specifica eccezione nella storia dell’audiovisivo italiano. Nessuno si è mai mosso con la stessa agilità attraversando linguaggi e territori mediali tanto diversi, sebbene contigui: dal teatro al mimo, dal cartoon alla pubblicità, dal cinema alla televisione. Cogliendone intersezioni e interferenze, fino a reinventarsi oggi dentro una comunicazione capace di utilizzare i social in un modo libero e creativo, che parla anche alle nuove generazioni. A distanza di quasi cinquanta anni dal suo primo film, oggi Nichetti riceve finalmente l’attenzione critica che merita. Come se tutta la sua produzione fosse ancora da scoprire, o provenisse direttamente dal futuro.
Il tuo percorso è talmente ricco e articolato che sicuramente in questa intervista non ci potrà stare tutto. Vorrei partire da quello che c’è prima del cinema, ovvero dalla tua esperienza nel teatro. In particolare con la scuola di mimo e la creazione di una tua compagnia dedicata al clown Grock. Ho scoperto che esiste addirittura un museo dedicato a lui, a Imperia.
Sì, nella sua villa. Era considerato il re dei clown. Famosissimo in tutto il mondo, in un momento in cui il mondo non era collegato con la rete e la sua fama nasceva esclusivamente dagli spettacoli che faceva. Era un eccentrico, nel circo si chiamano eccentrici quelli che lavorano da soli, spesso con strumenti musicali. Faceva un'entrata, la famosa entrata della sedia, e per tutta la vita l’ha ripetuta. All'inizio durava 20 minuti e alla fine della carriera era quasi un'ora di spettacolo. Ha vissuto un'epoca in cui la fama ti precedeva, la gente ti conosceva per sentito dire e poi veniva a vederti dal vivo. Non esistevano ancora né il cinema, né la televisione. Quando Chaplin all'inizio del Novecento cominciò ad avere successo nel cinema, alla domanda se sarebbe potuto diventare un bravo clown, Grock rispose che aveva tutte le caratteristiche per esserlo ma che si era rovinato con il cinema. Dal suo punto di vista il cinema era un fenomeno da baraccone. Chaplin invece stava registrando le gag che ancora oggi possiamo vedere e di cui possiamo godere, mentre dell'entrata della sedia di Grock purtroppo abbiamo soltanto pochissime immagini. La sua casa museo fa impressione perché è una villa faraonica dove ci sono bassorilievi, statue, busti in giardino, ed ogni stanza è dedicata ad un continente diverso, ciascuno dove lui era stato a lavorare. Era una star planetaria. Io, Osvaldo Salvi e Giorgio Cardarelli che abbiamo fondato la compagnia Quelli di Grock, eravamo tutti allievi del Piccolo Teatro. Étienne Decroux, colui che ha codificato il mimo moderno, aveva formato la nostra insegnante, Marise Flach. Con lei abbiamo lavorato in teatro, con e senza calzamaglia, ma in maniera molto seria, alla Piccola Scala, alla Scala, negli spettacoli del Piccolo. Però quando abbiamo fondato una nostra scuola di mimo volevamo far capire da subito che la nostra non era una scuola di mimo “in calzamaglia”, ma una scuola di mimo clownesco e allora il nome Quelli di Grock. Forse c'era già Quelli che..., la canzone di Jannacci, per cui credo che tutti ci siamo rifatti a lui. Ancora oggi nella scuola lavorano alcuni nostri ex allievi.
Quel gruppo vive poi un fondamentale passaggio di medium, perché è presente nel tuo primo film, Ratataplan, in cui confluiscono spunti e suggestioni provenienti da ambiti culturali diversi della tua formazione. E che esce nel 1979, un momento di rinnovamento generazionale del cinema italiano. Come arriva il tuo esordio nel cinema?
Prima di noi c'era la generazione dei grandi comici: Tognazzi, Sordi, Manfredi. Attori più grandi di noi di 20-30 anni, che lavoravano con registi e sceneggiatori loro coetanei. Grandi registi dell'epoca come Monicelli, Comencini, Nanni Loy, Risi erano coetanei di sceneggiatori come Age e Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi, Sonego. Li ho conosciuti tutti. Allora erano più giovani di me adesso, ma per me rappresentavano i grandi vecchi del cinema italiano che mi raccontavano gli aneddoti di un mondo che non conoscevo. Nanni Moretti nel 1976 aveva rotto il ghiaccio con il Super 8 di Io sono un autarchico, seguito nel 1978 dal 16mm di Ecce Bombo. Film indipendenti, alternativi, ma di grande successo specialmente tra la nostra generazione, che si vedeva per la prima volta rappresentata sul grande schermo. Io stesso mi ero innamorato di quei film. Ho fatto in quel modo Ratataplan perché non avrei saputo farlo in un'altra maniera, ma anche perché il film di Nanni era molto parlato ed utilizzava un gergo giovanile ormai molto identificato con il suo cinema. Mi sarebbe spiaciuto passare per un imitatore di Moretti o per una persona che si accodava al suo successo. Per cui ognuno di noi ha fatto quello che sapeva fare. Io venivo dal mimo e dal cartone animato e ho fatto un film muto. C'è da dire che all'epoca non facevo solo teatro e scuola di mimo, già lavoravo da Bozzetto come sceneggiatore. Mi ero avvicinato al cinema attraverso la pubblicità e il cartone animato, che erano le due cose che lo Studio Bozzetto faceva. Quando mi è capitata l'occasione di fare un film mi è venuto quindi spontaneo fare un film muto, con le gag di un cartone animato, e come cast ho preso gli allievi della scuola di mimo. Detto così sembra semplicissimo perché è tutto molto logico, economico, artigianale. Ma all’epoca nessuno avrebbe mai immaginato che di quel film saremmo stati qui a parlarne dopo 50 anni.
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