Poesia. Un'esplorazione del concetto di poesia come «flusso ritmato» e fatto sonoro, più vicina alla musica e alla matematica che alla sola letteratura. Dagli esordi tra Beat e Fluxus all'esperienza del Gruppo '93, emerge una visione radicale che rifiuta il lirismo stucchevole per rivendicare il valore della performance, dello spoken word e della fusione intermediale, in cui la parola precede e guida la musica. «La poesia, quella umana, quella che conosciamo noi, oggi, non è minacciata dalle imitazioni dell’IA, ma dai cattivi poeti che ne fanno strame...» Forte anche il richiamo critico alla deriva del poetry slam e alle illusioni del mercato editoriale: «In poesia, più o meno da sempre nella modernità, si può essere (spesso si deve essere) nello stesso momento poeti ‘professionisti’ e ‘dilettanti’»

Lello Voce (Napoli, 1957) è poeta, scrittore, performer e critico letterario. La sua ricerca intreccia parola, musica e arti visive, come testimoniano, tra le altre, le collaborazioni con Paolo Fresu e Frank Nemola. Praticamente impossibile sintetizzare qui le sue iniziative e pubblicazioni, ne segnaliamo giusto alcune: ha introdotto il Poetry Slam in Italia, organizzando i primi eventi internazionali e diventando Presidente Onorario della L.I.P.S.; tra i suoi volumi con supporto audio figurano L'esercizio della lingua (Premio Delfini 2003), Piccola cucina cannibale (Premio Napoli 2012) e Il fiore inverso (Premio Pagliarani 2016). È stato inoltre direttore artistico di festival internazionali come Romapoesia e Absolute Poetry. Nel tempo ha collaborato con moltissime testate; nel 2022 ha pubblicato Razos, nel 2026 ha curato Exit poetry. Poesia futura con Aldo Nove e Gilda Policastro. Sempre quest'anno è stato ripubblicato Musa!
Qual è la definizione di poesia che più senti tua?
Mi chiedi una cosa davvero difficile: la poesia è una dinamica in continuo movimento, non è mai uguale a sé stessa, è un divenire. Difficile, se non impossibile, definirla una volta e per tutte. Se proprio insisti – conscio della inadeguatezza di quanto propongo – direi: è poesia tutto ciò in cui conta (linguisticamente) contare. La poesia è un flusso ritmato, ha più a che fare con la matematica e la musica che con la letteratura. È qualcosa che destabilizza il linguaggio, ne mette in pericolo ogni cliché, ne mette in luce le contraddizioni. E che guarda, prima ancora che ai significati che veicola, alle forme del suono, al loro flusso, al loro ritmo. La lingua è un evento sonoro e il compito della poesia è proprio ricordarcelo e sviluppare al massimo possibile questa sua caratteristica di base. Se vuoi posso esprimerlo più ‘poeticamente’, rubando le parole ad Arnaut Daniel, trovatore e poeta supremo: la poesia è il fiore inverso, l’unico a crescere con le radici rivolte verso il cielo.
Quali sono le tue radici poetiche? Che rapporto hai avuto con Fluxus?
Ho iniziato a scrivere piuttosto tardi, e l’ho fatto più o meno saltuariamente per molto tempo, almeno fino ai 30 anni. Prima mi interessavo di storia moderna, poi ho fatto l’imprenditore, poi il tossico junkie: un po’ di tutto insomma.
Nel frattempo ho scoperto i poeti Beat americani, Pound e – tra gli italiani – Pagliarani. Il primo a leggere le mie poesie è stato Gregory Corso, negli anni di Castelporziano.... Poi per anni ho fatto altro... Più avanti, intorno al 1985, ho riscoperto la poesia ed è iniziato un lungo percorso attraverso le Avanguardie fino ad arrivare a Fluxus. E quindi, in qualche modo, anche al superamento del concetto di Avanguardia. Fluxus è stato un imprinting per me, a partire dall’edizione del 1989 di Milano poesia a cui fui invitato e a cui parteciparono moltissimi suoi esponenti. Venivo da esperienze punk, scoprire Fluxus fu, in qualche modo, la quadratura del cerchio.
Quello che mi offriva era un’idea dell’arte dinamica, viva, non elitaria, ma capace di cercare e scoprire forme nuove, di immaginare orizzonti per me sino ad allora impensabili. Soprattutto di mettere in discussione i confini tra arte e vita. Fu travolgente e decisivo. Da allora, ogni volta che posso mi ricordo il motto di uno dei suoi esponenti più radicali, Maurizio Nannucci: there is no reason to believe that art exisists...
Com’è nato il Gruppo '93? Perché non ami la parola Avanguardia?
Il Gruppo ’93 è nato nel 1989, in coda a quell’edizione di Milano poesia di cui ti dicevo prima, anche dai confronti e dagli scontri con gli esponenti del Gruppo 63 che erano presenti - Balestrini, Giuliani, Sanguineti, Barilli, Leonetti - dalla fusione di gruppi e personalità molto differenti. Quando nasce, il Gruppo, con piglio situazionista, stabilisce già la sua data di scioglimento, per l’appunto il 1993. Ed è esattamente ciò che accadrà. Io amo molto la parola Avanguardia e quanto le Avanguardie vecchie e nuove hanno fatto in arte. Semplicemente non credo che questo sia il caso della produzione mia e di alcuni miei compagni di strada, per esempio del gruppo riunito intorno alla rivista Baldus. Quando abbiamo iniziato ad operare noi la funzione normativa della Tradizione era ormai ampiamente esaurita. Il problema, insomma, non era lo scarto dalla norma, o interrompere la comunicazione per distruggere vecchie forme, quanto piuttosto ricostruire una comunicazione complessa ed efficace sulle rovine lasciate da anni di stucchevole lirismo e di Avanguardia ormai in parte musealizzata. L’esatto contrario degli intenti del Gruppo 63, ma anche agli antipodi del neo-orfismo lirico da Parola innamorata. Per altro verso, se un’Avanguardia è quel movimento, quella dinamica formale e artistica che permette a forme ‘periferiche’, nuove, minoritarie, di conquistare il centro della semiosfera poetica, allora i due più importanti autori d’Avanguardia, e non soltanto in Italia, sono Dante e – soprattutto – Petrarca. Insomma, da questo punto di vista, la Tradizione altro non è che genealogia dell’Avanguardia.
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