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Scrittura. La sua scrittura è «atto collettivo» e «abbraccio», capace di incrociare poesia, sport e memoria. Dai paesaggi di Napoli, Milano e Venezia — la sua «geografia sentimentale» — all'attenzione per i margini e «le cose imperfette», emerge una visione in cui «ogni crepa nasconde la bellezza». La letteratura diventa così cura e bussola verso il futuro: «Ricordare è la prima azione che ci spinge verso il futuro». Infine, la memoria di Anna Toscano: «Ha ampliato il mio modo di guardare le cose», fino al nuovo progetto intimo e collettivo, la raccolta Stelle basse.

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Gianni Montieri in un ritratto di Dino Ignani. Per gentile concessione dell'autore

 

Nato a Giugliano (Napoli) nel 1971, Gianni Montieri ha vissuto a lungo a Milano prima di trasferirsi a Venezia. La sua formazione non deriva da un percorso accademico tradizionale, è autodidatta con una particolare attenzione all’intreccio tra grande letteratura, sport, ricerca del ritmo e uso di una “lingua famigliare”. Ruolo fondamentale nella sua maturazione artistica e didattica è sicuramente quello della moglie Anna Toscano con cui ha condiviso la conduzione di laboratori, lezioni di poesia e la fondazione del laboratorio veneziano “Lo squero della parola”.  Poeta, scrittore, saggista e critico culturale, è particolarmente apprezzato per la sua innata capacità di far dialogare differenti ambiti della letteratura. Montieri è una vera fucina di idee: è stato coordinatore artistico del Festival dei Matti di Venezia, redattore della rivista letteraria bilingue The Florence Review, scrive regolarmente recensioni, saggi e articoli di critica letteraria e sportiva per testate come Doppiozero, minima&moralia e HuffPost Italia e si occupa della formazione e dell'insegnamento di tecniche di scrittura e lettura poetica. Autore della biografia narrativa del calciatore spagnolo Andrés Iniesta, come una danza e del volume Non era un mostro strano, entrambi editi da 66thand2nd, ha pubblicato quattro raccolte poetiche costruite attorno a un dettato semplice ma dalla forte tensione etica e civile. Leggendo Gianni ho imparato la protezione di chi non c’è più verso chi resta, la bellezza delle crepe, i cambi di prospettiva geografici, il desiderio di prendere sempre nuovi treni e il buon caffè come sinonimo di rinascita.

Hai definito la scrittura “un vero e proprio atto politico”: pensi che la poesia possa incidere sulla società senza cadere nella retorica ideologica?

Davvero ho fatto questo? Scherzi a parte, sono convinto che scrivere sia sempre un atto politico, a partire dal gesto della penna che si appoggia sulla carta. Immagino sempre la scrittura come un atto collettivo, in quel senso è politica, è condivisione. Io credo nell’inutilità della poesia, è in-utile, ovvero utile in sé. Io credo possa incidere su di noi come sempre fa la letteratura, spiegando senza spiegare le cose, mostrando senza mostrare. Soprattutto, la poesia, muovendosi nel campo della bellezza, ci offre nuove maniere di formulare le domande, ed è così – anche attraverso un processo attento di scrittura – che non cade nella retorica, ideologica o meno.

Napoli, Milano, Venezia: la tua biografia è legata a doppio filo a luoghi fisici. C’è una continua oscillazione tra geografica e sentimentale tra il Sud delle origini, la Milano del lavoro e della maturità e la Venezia dei gesti minimi e universali dell’amore. In che modo il paesaggio si è fuso con il tuo panorama interiore?

Per me esiste un unico paesaggio, quello che ho attraversato e, per forza di cose, quel paesaggio è sia interiore che esterno e si è costruito nel tempo. È certo che Napoli, Milano, Venezia siano la mia geografia sentimentale, ma sono anche tutto il resto, così come lo sono gli incontri, lo sono tantissimo, tantissimo, tantissimo, i libri letti. Alla fine, tutto sta dentro uno zaino immaginario che viene sempre con me, apri una tasca e c’è una via di Milano, ne apri un’altra e c’è una parola in dialetto napoletano, apri una zip e c’è il sorriso di mia moglie che mi viene incontro a Venezia, e poi nell’infinito doppio fondo un sacco di parole, vecchie, inventate, perdute, custodite, dimenticate.

Hai spesso citato l’importanza delle “braccia di chi ci ama” come unico luogo sicuro contro la precarietà del mondo: a tuo avviso la letteratura può essere considerata una forma di questo abbraccio?

La letteratura è anch’essa quell’abbraccio. Da persona non religiosa, il conforto che dà la preghiera io l’ho sempre trovato nei libri. Più abbraccio di così.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 21 di Awand, autunno 2026.
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