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MUSICA. Cantautore in maniera non convenzionale, crescendo e cambiando ad ogni disco, sperimenta sulla canzone senza dimenticarsi le radici e l’impegno: «Sono sempre scontento quando mi sembra di ripetermi. Mi sembra che esistano due macro-categorie di creativi, di artisti: quelli che sviluppano un linguaggio e lo portano avanti e quelli che sono più erratici.»

 

Giovanni Truppi Alta 2 C Margherita Caprilli

Foto di Margherita Caprilli

 

Partito dall’autoproduzione, passato per le etichette indipendenti ed approdato a major, Giovanni Truppi è la dimostrazione che ancora oggi è possibile fare il cantautore in maniera non convenzionale, crescendo e cambiando ad ogni disco, sperimentando sulla canzone senza dimenticarsi le radici e l’impegno, arrivando fino all’apice del nazional-popolare (Sanremo) con integrità. Nell’intervista che ci ha concesso, Truppi ci racconta il suo processo di crescita e quello del mondo musicale alternativo italiano, che ha vissuto in prima persona e su cui nutre ancora ottimismo.

Partirei dalle origini del tuo percorso. Tu hai sempre voluto fare musica? Quando hai deciso che nella vita avresti fatto il musicista?

Non posso dire di aver sempre voluto fare musica, ma mi ha sempre interessato la creatività, e soprattutto mi hanno interessato le storie. Da bambino leggevo tanto e, forse, la prima cosa creativa che mi è venuta in mente di voler fare è stata scrivere, nel senso di scrivere i libri, scrivere le storie. Durante l’adolescenza ho continuato ad essere attratto dalla creatività, ma mi interessava a trecentosessanta gradi. Mi piaceva disegnare, studiavo pianoforte, provavo a scrivere. Poi ho iniziato a suonare con dei miei amici e questo mi ha aperto un mondo. Allo stesso tempo, però, non ero convintissimo di voler fare questo lavoro. Ricordo, anche se mi imbarazza un po’, un’apparizione di Bono Vox in televisione a un Pavarotti & Friends. Quel momento mi ha molto emozionato. Lì ho cominciato a pensare che forse la musica poteva essere l’attività più bella che potessi fare nell’ambito della creatività, e poi c’era un’altra cosa che piano piano avevo messo a fuoco, che riguardava la dimensione fisica della musica. Per spiegarmi: nonostante fossi molto giovane, mi preoccupava di essere risucchiato dal mondo dei libri e pensavo quindi che, facendo un lavoro che coinvolgesse di più il mio corpo, avrei fatto una vita migliore o comunque più orientata verso anche altri aspetti dell’esistenza che mi interessano. Devo dire che è stata una buona idea!

Come dicevi poco fa, all’inizio suonavi anche in una band, facendo cover. Cosa ti ha spinto a fare musica a tuo nome? Cosa ti ha spinto a dire “faccio musica a nome Giovanni Truppi e non mi nascondo dietro un nome collettivo”?

Tra le prime esperienze musicali ce n’è stata una più importante delle altre, una band, con la quale ho cominciato a fare più sul serio. Anche se le canzoni nascevano principalmente da me, facevamo moltissimo insieme ed è stato un momento fondamentale del mio percorso. Quando il componente con cui ero più legato è andato a studiare negli Stati Uniti — parlo di Marco Buccelli, che è tuttora il produttore dei miei dischi e il mio coautore e con il quale ho conservato un forte legame artistico nonostante la distanza — per forza di cose ho dovuto prendere le canzoni che scrivevo sulle mie spalle. Forse se le cose non fossero andate così avrei continuato con la band, è stata una decisione dettata dalle circostanze, più che da una scelta personale.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Nasce nel 1984. Studi liceali e poi al Politecnico. La grande passione per la musica di quasi ogni genere (solo roba buona, sia chiaro) lo porta sotto centinaia di palchi e ad aprire un blog. Non contento, inizia a collaborare con alcuni siti (Indie-Eye, Black Milk Mag, Vorrei) fino ad arrivare qui. Del domani non v'è certezza.

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