FOTOGRAFIA. «Il mio linguaggio fotografico è molto emotivo ed emozionale, cercando di toccare corde che probabilmente si trovano nelle viscere». «Il mio ruolo nella collettività è stimolare una riflessione per un possibile cambiamento, spinto da un’idea romantica di resilienza rivoluzionaria, in cui molti possano unirsi, diventare collettività, per cambiare un mondo nel quale non ci riconosciamo». «Quello israeliano è un progetto coloniale di apartheid etno-nazionalista che mira a cancellare l’identità palestinese».

Fabio Bucciarelli in un ritratto di Mike Kamber (dettaglio)
Fabio Bucciarelli è nato a Torino nel 1980. Noto a livello internazionale per i suoi reportage in zone di conflitto e per la documentazione delle conseguenze della guerra sui civili, ha testimoniato alcuni eventi chiave della storia contemporanea, dalla caduta di Gheddafi allo sterminio in atto in Palestina, così come altre crisi umanitarie in Medio Oriente, Africa ed Europa.
Il suo lavoro ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui la Robert Capa Gold Medal, due volte il World Press Photo, il Prix Bayeux-Calvados, tredici volte il Picture of The Year International e il World Report Award. È anche autore di diversi libri fotografici, tra cui The Dream, selezionato dalla rivista Time tra i migliori libri fotografici del 2016.
Sul tuo sito, le tue sono definite “immagini viscerali”.
Questa definizione non è mia; credo sia stata usata per la prima volta quando sono diventato ambassador Canon. Mi è piaciuta, soprattutto in riferimento alla prima fase della mia produzione in zone di conflitto, perché le mie fotografie cercavano di avvicinare il lettore ai fatti in modo intenso, profondo ed empatico, quindi viscerale. Erano immagini che mostravano la violenza del conflitto, come quello libico. Tuttavia, ho cambiato il mio linguaggio quando mi sono reso conto di non avere io stesso risposte a tanta violenza. Ho iniziato a creare fotografie che invitassero il lettore a porsi delle domande sui fatti del mondo, piuttosto che limitarsi a palesarne giornalisticamente la brutalità.
Un reporter può permettersi di essere viscerale o dovrebbe essere più razionale?
Il mio linguaggio fotografico non è molto razionale, è sicuramente molto emotivo ed emozionale, cercando di toccare corde che probabilmente si trovano nelle viscere. Le mie immagini non mirano a passare inosservate, e in un contesto di saturazione fotografica contemporanea, un “layer” emotivo ed emozionale è parte integrante del mio lavoro.
Il tuo nuovo libro, Occupied Territories, raccoglie storie da Gaza, Libano e Cisgiordania, da territori sotto occupazione israeliana; ritieni che la situazione sia raccontata in modo sufficientemente corretto dai media mainstream?
No, soprattutto se si tratta dei media occidentali. L’errore principale è quello di non considerare la storia dell’occupazione a partire dal 1948, con la nascita dello stato d’Israele e la conseguente colonizzazione dei territori, che andava contro il piano ONU concordato. Non è una storia che inizia il 7 ottobre; è fondamentale dare continuità storica, cosa che pochi media occidentali fanno. Ad esempio, la prima volta che sono stato a Gaza nel 2013, era già una “prigione a cielo aperto”, come la definiva lo storico israeliano Ilan Pappé. Già allora, la maggior parte delle falde acquifere di Gaza erano rovinate, e c’era un blocco totale che impediva di entrare e uscire dalla Striscia di Gaza. Il modo in cui la situazione viene raccontata è ridicolo; c’è un genocidio in atto, ed è il momento di alzare la voce e prenderne parte per non essere complici, perché il vero problema è l’indifferenza. Come diceva Gramsci: “Odio gli indifferenti”.
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