Awand. Tutte le arti in una rivista unica

Fondazione Rossi. Fabián Villa racconta la storia della Linterna, una tipografia storica in Colombia. «È nata senza denaro, da una promessa di solidarietà e da un gesto di fiducia. Da allora non abbiamo mai smesso di stampare, di imparare, di condividere. Non è solo una tipografia, ma una scuola di saperi e di relazioni.»

linterna

© La Linterna

 

Nel quartiere San Antonio di Cali in Colombia sorge La Linterna, una tipografia storica nata all’inizio del Novecento, sopravvissuta al declino grazie all’incontro con un gruppo di giovani artisti e designer. Oggi La Linterna è uno spazio di produzione culturale riconosciuto a livello internazionale, ma solo pochi anni fa era un laboratorio dimenticato, destinato a chiudere. A raccontarne la trasformazione è Fabián Villa, designer e artista di Cali, che dal 2017 lavora accanto ai maestri stampatori che per decenni hanno custodito le macchine da stampa. La Linterna è una realtà ormai internazionale e le sue produzioni sono presentate in una mostra presso la Libera Accademia di Pittura Vittorio Viviani, Nova Milanese (MB), nel mese di dicembre 2025.

Fabián, come inizia il tuo percorso nel mondo dell’arte e del design?

Ho studiato all’Instituto Departamental de Bellas Artes di Cali e mi sono laureato nel 2005. Poco dopo ho cominciato a lavorare come designer grafico, soprattutto nel campo pubblicitario. Per quasi sette anni ho vissuto a Bogotá, lavorando in diverse agenzie per marchi internazionali come Kimberly, Intel, Coca-Cola, Samsung e Nokia. All’epoca mi occupavo di progetti per tutta l’America Latina. Era un lavoro interessante, ma molto competitivo e frenetico. Con il tempo ho capito che stavo perdendo il legame con ciò che mi aveva spinto a studiare arte: la curiosità, la sperimentazione, la dimensione umana. Bogotá è una città caotica, dove tutto si muove troppo velocemente. Così, nel 2013, ho deciso di tornare a Cali, la mia città, e di ripartire da un’altra scala, più vicina alle persone e ai contesti locali. Una volta tornato, ho iniziato a occuparmi di progetti culturali, a organizzare eventi legati alla bicicletta, alla musica, alla scena artistica indipendente. Con la mia compagna Patricia, che è anche designer, abbiamo deciso di fondare Casa Ternario, uno spazio che si occupava di promuovere la cultura visiva e i progetti artistici emergenti di Cali. Volevamo creare connessioni tra il design, le arti visive e la città, per non restare chiusi nei circuiti commerciali. Dovevamo stampare dei cartelloni pubblicitari ed è lì che abbiamo conosciuto La Linterna.

Cosa rappresentava La Linterna a quel tempo?

Era una tipografia commerciale storica, molto conosciuta a Cali, ma ormai sull’orlo del fallimento. Stampava manifesti per promozione di eventi e locali, ma il lavoro era diminuito. Quando siamo arrivati, nel 2017, l’officina era quasi ferma. Ricordo benissimo la scena quando entrai: tre stampatori seduti davanti a un vecchio computer che giocavano a Solitario. Le macchine erano spente, coperte di polvere. Il proprietario aveva deciso di chiudere e vendere i macchinari come rottami, per ricavare qualcosa con cui pagare le liquidazioni degli operai. I maestri non ricevevano stipendio da due anni ma continuavano a venire ogni giorno, nella speranza di non perdere il diritto a quella piccola somma. Era un’immagine triste: uomini che avevano passato quarant’anni in quel laboratorio, ormai senza lavoro, ma ancora legati a quelle macchine che conoscevano come fossero persone di famiglia.

Cosa vi ha spinti a intervenire in una situazione così difficile?

Siamo rimasti colpiti da quella realtà ormai dimenticata che stampava pochi manifesti pubblicitari. Non avevamo un piano preciso, ma non potevamo restare indifferenti. Allora chiedemmo ai maestri come potevamo supportarli. Io e Patricia abbiamo deciso di aiutarli a realizzare una collezione di manifesti, per raccogliere un po’ di denaro e salutarli prima della chiusura. I maestri non capivano bene cosa intendessimo per “collezione”: per loro un manifesto era un prodotto commerciale, non un oggetto d’arte né soprattutto legato a una collezione. Ma abbiamo insistito, convinti che fosse possibile trasformare quelle stampe in qualcosa di nuovo, un modo per far conoscere il valore del loro lavoro.

 

(...)

L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
Abbonati, acquistalo o cercalo nei punti vendita.

© Riproduzione riservata. È vietata qualsiasi riproduzione su qualsiasi mezzo senza autorizzazione esplicita di Awand e degli autori.
© All rights reserved. Any reproduction on any medium is forbidden without the explicit authorization of Awand and the authors.