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Con la sua casa editrice Sagoma e con il podcast “Non c’è niente da ridere” si spende per tenere viva la memoria dei grandi comici del passato e combatterne l’oblio. Abbiamo parlato di libertà e censura nella comicità con lui che dice di essere «Aggressivamente contro qualsiasi forma di rimozione o cancellazione dei contributi artistici»

carlo amatetti

 

Con i libri pubblicati dalla sua casa editrice Sagoma e con il podcast Non c’è niente da ridere Carlo Amatetti è tra i pochi in Italia a perseguire una mission ben precisa: non disperdere il patrimonio e l’eredità dei grandi comici del passato e trasmetterlo alle nuove generazioni. In contesti culturali in cui rimozione e oblio sono spesso parola d’ordine, non è un obiettivo da poco.

Nella presentazione del tuo podcast affermi che «da una vita lavori per tenere viva la memoria del pubblico sui grandi della comicità mondiale». La domanda migliore da cui partire credo sia: perché?

Per una questione puramente sentimentale. Da piccolo sono stato un consumatore compulsivo di sala cinematografica. Quando un film mi piaceva rimanevo a vederlo per 3 o 4 volte consecutive, e mi affezionavo ai personaggi, letteralmente, come fossero dei parenti. Questo capitava anche per la televisione, quando i telefilm erano pochi e la messa in onda, spesso disordinata nella sequenza delle puntate, ma sempre ad un orario preciso, favoriva un legame profondo verso il prodotto mediatico, molto diverso rispetto a quello “consumistico” che induce l’attuale fruizione. Avere a disposizione subito tutte le puntate è bello, ma questa assenza di rischio rende tutto meno emotivamente coinvolgente. Nel frattempo sono cresciuto e mi sono imbattuto in una realtà per me inaccettabile: personaggi fondamentali nel mio immaginario venivano dimenticati, spesso anche dalla mia generazione. In un sistema in cui il numero di ore di palinsesto televisivo è potenzialmente infinito, trovo davvero offensivo che ad esempio non si possano più vedere, solo per citare il caso di oblio più clamoroso, i film di Jerry Lewis, per noi per anni un must della domenica mattina. L’impossibilità di vederli fa sì che la predisposizione ad essere dimenticati, in particolare per i volti della commedia, aumenti a dismisura. Per combattere questo processo ho creato Sagoma Editore e ho cominciato a muovermi nell’editoria, che ha un pregio e un difetto: il pregio è che quando scrivi qualcosa è per sempre, il difetto è che ormai leggiamo in pochissimi. Con l’editoria ho anche capito che andavo a raggiungere solamente la mia generazione. Con il podcast, che è stato il passaggio successivo, ho provato a guadagnare fette di pubblico più giovani.

Quanto è difficile racchiudere in un podcast la vita di autentiche leggende, come quella di Buster Keaton?

Una vita è una vita. E la vita di Buster Keaton è di per sé straordinaria. Uno che è nato, non in senso metaforico, in una compagnia teatrale e ha imparato a cadere perché la routine familiare prevedeva che lui venisse usato come oggetto da lanciare durante gli spettacoli. Noi usiamo il termine podcast, ma in realtà facciamo una cosa molto antica, che io ho imparato ascoltando con mia nonna alle sette e mezzo del mattino i radiodrammi. Il luogo di fruizione è diverso, ma l’idea di narrazione è proprio quella lì. Confesso che di podcast ne avrò sentiti tre in vita mia: Non c’è niente da ridere nasce da mie esperienze dell’infanzia di radioascoltatore, non filtrate da nessuna esperienza di ascolto di un podcast per come è concepito oggi. Peraltro per cercare di mantenere una certa originalità, se voglio cimentarmi in una certa cosa, cerco di non ascoltare nulla di simile, altrimenti rischio di assorbirla e di copiarla involontariamente.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 12 di Awand, autunno 2024.
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Stefano Lorusso
Stefano Lorusso

Medico e cinefilo, affianca da anni al camice bianco l’amore per il cinema, considerandolo la migliore delle terapie. È stato collaboratore della riviste Nocturno e  I-filmsonline. Dal  2010 è nella redazione di Paper Street , per cui segue ogni anno la Mostra del Cinema di Venezia.  È autore di saggi pubblicati sulle raccolte Il Divo di Paolo Sorrentino – La grandezza dell’enigma (2012) e Cento registi per cui vale la pena vivere (2015), editi da Falsopiano. Ha collaborato alla creazione del portale Longtake con schede sul cinema di Spielberg, Antonioni, Rosi, Wenders. Nel 2017 fonda il circolo di cultura cinematografica “Formiche Verdi”, attivo nell’organizzazione di numerose manifestazioni e rassegne. Speaker radiofonico, cineblogger, collezionista, esplora il cinema in molte direzioni, dalla ricerca musicale a quella iconografica legata alla produzione di manifesti e locandine.

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