TEATRO. C’è chi arriva al teatro partendo dalla parola, e chi invece lo incontra attraverso il movimento. Marina Rippa appartiene a questa seconda categoria facendo del teatro un luogo di trasformazione comunitaria e individuale.

Quando a Napoli si pronuncia il nome di Marina Rippa, affiora immediatamente l’eleganza del suo gesto, insieme a una costellazione di progetti teatrali di grande rilievo per i quali ha curato il training sul movimento. Affiorano la gentilezza e la voce di Massimo Staich, artista, grafico, scenografo e compagno di una vita. E affiorano le donne di Forcella con cui Rippa collabora da anni. Il collettivo (f.pl.) femminile plurale – oggi Ente del Terzo Settore – è un’esperienza che intreccia arte, territorio e impegno sociale. Da questo percorso condiviso è nato Si dice di me, il documentario di Isabella Mari presentato nel 2024 alla Festa del Cinema di Roma.
Incontriamo Marina Rippa per parlare di movimento e teatro, di quanto il gesto possa farsi racconto, ma anche di come la pratica artistica possa generare comunità. Un dialogo per capire cosa significa, oggi, fare del movimento un atto politico e poetico insieme.
Qual è stata l’epifania della tua identità artistica?
Un giorno, quando frequentavo l’ISEF, arrivò una docente da Roma che ci segnalò il testo sul quale avremmo dovuto studiare. Si intitolava Verso una scienza del movimento umano, di Jean Le Boulch e parlava di psicocinetica.
Lì c’è stato un grandissimo spostamento rispetto alla scelta che avevo fatto di studiare il movimento efficace — cioè quello sportivo — verso il movimento espressivo: quindi tutto il discorso sulla relazione, sulla formazione della persona attraverso il movimento.
Infatti spesso parli del corpo non solo come strumento ma anche come linguaggio.
Sì. Io veramente faccio fatica a parlare di “corpo”, è un termine che non coincide tanto con me, perché è come se lo separassimo da un’altra parte che poi genericamente chiamiamo “mente”.
Io perciò parlo sempre di movimento, di lavoro sul movimento, per la scena.
In che modo si manifesta questo approccio nel tuo lavoro di trainer e di formazione?
La psicocinetica era una scienza sviluppata da Le Boulch che si riferiva a tutti, senza distinzione: parlava proprio dell’importanza del lavoro sul movimento per la formazione dell’uomo. Quindi, in relazione a ciò, si apre un lavoro complesso e completo, come dire: non solo il lavoro sul linguaggio attraverso il movimento, il linguaggio corporeo, l’espressione eccetera, ma anche il lavoro sulla dissociazione, sulla coordinazione, sullo sviluppo psicomotorio. Trovo che la libertà di espressione del sé consenta poi di andare a lavorare sui testi, sulle ricerche, sulle scene molto più facilmente. C’è un bagaglio che diventa poi organico.
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