Scrittura. Mensalèri è un luogo inventato, ma le storie che racconta sono ovunque. Conversazione con Wu Ming 2 sul capitalismo e i suoi sortilegi, sulle memorie operaie cancellate dalle narrazioni ufficiali e sulle pratiche — il romanzo, le guide non turistiche, i laboratori di scrittura collettiva — che provano a restituirle.

Foto di Loris Pampo
La storia di Wu Ming 2 inizia negli anni Novanta, quando il nome collettivo Luther Blissett diventa in Italia un laboratorio di controcultura, azioni situazioniste e scrittura condivisa. Da quel humus nasce Wu Ming, il collettivo che dagli anni Duemila ha rimescolato romanzo storico, scrittura collettiva e impegno politico con libri come Q e 54, ridefinendo i confini di cosa può fare la narrativa italiana.
Mensaleri, il suo romanzo più recente, pubblicato da Einaudi nell’autunno 2025, è forse il punto d’arrivo più maturo di questo percorso. È la saga di un villaggio operaio immaginario nella Pianura Padana, di una cartiera e della dinastia che la governa, di operai e operaie che cercano di sottrarsi — con le parole, con i corpi, con i riti — al controllo totale di chi ha costruito le loro case, le loro scuole, i loro svaghi. Un romanzo che usa il fantastico per dire cose che il realismo non riesce a dire, e che inventa un luogo per parlare di tutti i luoghi.
In questa conversazione, Wu Ming 2 racconta come tre laboratori di scrittura — con la FIOM a Milano, all’Ex Snia Viscosa di Roma, a Vaprio d’Adda — abbiano posato le fondamenta del libro. Spiega perché il capitalismo paternalista dell’Ottocento ha bisogno, ancora oggi, di narrazioni celebrative. Riflette sul legame tra magia e impresa, tra archivio e contronarrazione, tra memoria divisa e lotta di classe. E parla dei progetti che continua a portare avanti in parallelo alla scrittura — la collana Nonturismo, i laboratori di comunità, una collana sulla scrittura collettiva — come se la letteratura fosse sempre, per lui, anche un modo di stare nel territorio e nel presente.
Leggevo i titoli di coda pubblicati su Giap sulla genesi del libro e mi hanno molto interessato, come momento fondativo, i laboratori di narrazione che hai fatto con FIOM a Milano nel 2015, a Roma con Ex Snia Viscosa nel 2016 e poi nel 2017 a Vaprio d’Adda, dove raccontavi come in questi tre luoghi hai sviluppato tre comunità e tre archivi differenti, e da lì è partito il filo che ha portato a questo romanzo. Ti chiedo di raccontarmi com’è stata la costruzione del romanzo, il percorso che l’ha sviluppato nel corso degli anni fino alla decisione di inventare Mensaleri.
Tutti e tre i laboratori avevano un tema comune: le vicende legate al lavoro in fabbrica. Quello a Vaprio d’Adda era finanziato dal Parco, quindi più legato al paesaggio del territorio e all’uso della scrittura come strumento per l’emersione delle storie che nel paesaggio lasciano tracce. Quando attraversiamo un paesaggio vediamo elementi che ci dicono che lì è successo qualcosa, che lì ancora abita il fantasma di una possibilità non sviluppata, di un futuro abbandonato. La scrittura può andare a riscoprire di che cosa si tratta e riportarlo alla luce.
All’interno di quel paesaggio c’era anche il villaggio operaio di Crespi d’Adda, che abbiamo visitato insieme, e sul quale uno storico locale ci aveva fornito tantissimi materiali. La scintilla per il romanzo è stata quella visita, fatta dopo aver già riflettuto negli altri due laboratori sulle vicende del lavoro. Quando ho visitato Crespi d’Adda mi sono reso conto che l’ambientazione ideale era un villaggio operaio preso in due momenti: un presente vicino a noi — poi ho deciso che sarebbe stato il 1995 — in cui la fabbrica ha chiuso e la comunità si confronta con la perdita della sua ragione d’essere; e un passato in cui la fabbrica ancora funzionava, da riscoprire attraverso memorie, voci, dicerie.
Crespi d’Adda mi aveva colpito proprio per questa stranissima contraddizione che comunica: è un po’ città utopica, un po’ carcere, un po’ campo di concentramento. Un luogo pensato per essere ideale che ha però questa inquietudine di fondo, perché è ideale secondo qualcuno che ha deciso per tutti gli altri. Inizialmente pensavo di ambientare il romanzo proprio lì, raccontandone una versione in un mondo parallelo. Però piano piano, avanzando con la scaletta, mi sono reso conto che avevo bisogno di un meta-villaggio operaio, dove far confluire elementi trovati sparsi in tante storie reali e anche elementi di invenzione. Così ho costruito un villaggio inventato: Mensaleri.
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