L’intelligenza artificiale per l’arte contemporanea. Un team di giovani ricercatori della Fondazione Rossi, sta studiando le applicazioni dell’AI e del suo incredibile potenziale per la comprensione e l’accessibilità dell’arte. A cominciare da Manzoni, Alessandro.

Davide bosco, Riccardo Bordon, Simone Sanvito, Daniele Potertì, Andrea Tirico, Michele Banfi e Alessio Sanvito
L’odierna espressione ombrello di Humanities Computing contiene in sé la sfida di mettere in relazione le discipline computazionali e le scienze umanistiche. In questo ambito si inserisce la Fabrica AI, un’iniziativa della Fondazione Rossi di Nova Milanese, che punta a integrare le potenzialità dell’intelligenza artificiale nel mondo delle arti visive, nella prospettiva di un nuovo umanesimo digitale, in cui la tecnologia è utilizzata per ampliare la comprensione e l’accessibilità della cultura.
La Fabrica AI: intelligenza artificiale e cultura in dialogo
Nata come sezione della Fabrica dei Saperi, la Fabrica AI è il risultato del lavoro di un gruppo di giovani ricercatori della Fondazione Rossi (Daniele Potertì, Michele Banfi, Davide Bosco, Andrea Tirico, Riccardo Bordon, Alessio Sanvito, Simone Sanvito), accomunati dalla passione per l’innovazione e dall’intento di esplorare nuovi orizzonti interdisciplinari, per interpretare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale. «L’intelligenza artificiale è un tema sempre più rilevante», racconta Daniele. «Abbiamo voluto indagare come questa tecnologia possa essere utilizzata in modo creativo e accessibile, non solo per analizzare l’arte, ma anche per avvicinare il pubblico a nuovi modi di viverla».
Alla base del progetto c’è un lavoro di squadra, in cui il confronto e la multidisciplinarità giocano un ruolo centrale. Pur senza una struttura gerarchica rigida, i ruoli sono distribuiti in modo da sfruttare al meglio le competenze di ciascuno: «Ogni progetto nasce da una discussione collettiva che ci permette di esplorare soluzioni innovative e di migliorare continuamente il nostro approccio».
I primi progetti e I Promessi Sposi: analisi digitale di un classico
Nel 2019 hanno preso avvio i progetti finalizzati all’applicazione dell’Humanities Computing. Il primo sviluppo ha portato l’analisi dell’AI sul quadro “La falconiera” di Giovanni Segantini, progetto realizzato da Cristian Salvatore e con la relazione a cura della professoressa Isabella Castiglioni, rivelando un disegno preparatorio sotto la pittura e una firma sul retro. Gli studi sul tema hanno portato i ragazzi alla realizzazione di un workshop nel 2023 sulle potenzialità, sull’etica, sulla regolamentazione e sugli scenari lavorativi dell’AI. Nell’ultimo anno è stata svolta una applicazione dell’intelligenza artificiale al testo de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, «testando la capacità dell’AI di estrarre e sintetizzare contenuti individuando alcuni dei temi principali del romanzo», spiega Michele. Ciò ha prodotto la creazione di una demo rivolta al pubblico presentata a Nova Milanese nel gennaio 2024. «È stato interessante notare come le persone fossero affascinate dal fatto che un’intelligenza artificiale potesse interpretare e riassumere il romanzo», ricorda Daniele, «anche se in quella versione il progetto era rigido perché non permetteva interazioni dirette con i fruitori». L’esperimento ha posto le basi per le fasi successive, portando il gruppo a confrontarsi con obiettivi più articolati e complessi.
Verso l’arte contemporanea: nuove sfide per l’intelligenza artificiale
Dopo la sperimentazione del progetto su I Promessi Sposi, il gruppo ha deciso di spostare la propria attenzione sull’analisi dell’arte figurativa, in particolare applicandola all’interpretazione della pittura di Walter Erra Hubert. «Abbiamo voluto spingerci oltre, cercando di sfruttare l’intelligenza artificiale non solo per analizzare testi, ma per lavorare con le immagini e con il contesto artistico», spiega Davide. «Per fare questo, abbiamo considerato non solo la componente visiva delle opere, ma anche le informazioni relative alla storia dell’artista e il background delle sue opere». Il progetto ha raggiunto un livello di complessità superiore, poiché l’AI è stata allenata a interpretare le opere attraverso una combinazione di dati visivi, tecnici e contestuali. «Non ci limitiamo a ‘far leggere’ un testo alla macchina; stavolta abbiamo dovuto inserire descrizioni dettagliate, interviste, biografie e altre informazioni fondamentali per fornire all’AI un contesto che le permetta di comprendere l’opera», aggiunge il gruppo. Questo progetto ha rappresentato una sfida significativa, ma ha anche aperto nuovi orizzonti per il team.
La potenza dell’interfaccia vocale: un’esperienza interattiva per il pubblico
Un aspetto innovativo del progetto di analisi delle opere d’arte è stato l’integrazione dell’interfaccia vocale, che permette all’AI di dialogare con gli utenti «quasi come fosse una telefonata», spiega Daniele. Questo sviluppo ha ampliato le possibilità di interazione uomo-macchina: ora il pubblico può parlare alla macchina, senza bisogno di digitare informazioni su una tastiera. La macchina, a sua volta, risponde adattandosi all’interlocutore, scegliendo, ad esempio, un linguaggio più semplice per i bambini o rispondendo in diverse lingue per un pubblico internazionale. Questa interfaccia vocale è stata sperimentata per la mostra di Hubert a Villa Vertua Masolo di Nova Milanese, dove il pubblico ha potuto interagire direttamente con la macchina. «Abbiamo creato dei report dettagliati per ogni opera, che l’AI poteva spiegare vocalmente ai visitatori», raccontano. L’AI descriveva le caratteristiche tecniche del quadro, il contesto dell’artista e altri dettagli in modo semplice e immediato, offrendo una lettura complessiva dell’esposizione. Come suggerito dal curatore della mostra, Il professor Massimo Bignardi, questo è un percorso da approfondire e da estendere aggiungendo alle notazioni tecniche anche contributi interpretativi che possano aprire nuove piste di analisi, con la consapevolezza di saper scegliere e selezionare le informazioni da fornire alla macchina. In questa direzione le potenzialità didattiche potrebbero essere incrementate e fornire utili supporti all’apprendimento della storia dell’arte. I risultati sono stati presentati in Villa Vertua Masolo a novembre 2024, occasione anche per presentare il catalogo realizzato per la mostra di Hubert.
L’allenamento dell’AI: un processo di contestualizzazione complesso
Una delle fasi più delicate del progetto è stata quella dell’allenamento dell’AI, che ha richiesto una raccolta di dati accurata e un processo di contestualizzazione minuzioso. «Abbiamo inserito informazioni come le interviste, la biografia dell’artista, e le descrizioni tecniche delle opere d’arte», spiega il gruppo. «Abbiamo anche incluso l’analisi critica del professor Bignardi e le immagini delle opere. La macchina ha utilizzato tutte queste informazioni per produrre report descrittivi che offrono una visione completa e dettagliata». L’AI è stata allenata a interpretare le opere tenendo conto di ogni aspetto tecnico, dalle dimensioni del telaio allo stato di conservazione, ma anche del significato storico e artistico. «il nostro obiettivo era far sì che la macchina fosse in grado di comprendere le opere non solo a livello visivo, ma anche in termini di significato», aggiungono. Questo approccio rappresenta uno dei punti di forza principali del progetto e rende questa esperienza unica nel suo genere.
Il concept del progetto: l’importanza della direzione e del contesto
Uno dei messaggi chiave del gruppo è che l’intelligenza artificiale, per essere utile e significativa, deve essere indirizzata in una direzione definita e precisa. «Per ottenere un valore reale, bisogna conoscere il contesto e inserire informazioni seguendo un filo logico. Solo così l’intelligenza artificiale può generare un risultato utile e arricchente per la società». Questo progetto dimostra come l’AI possa agevolare l’approccio all’arte, specialmente alle opere della produzione contemporanea, rendendole accessibili a tutti: dai bambini agli adulti, da spettatori esperti a visitatori di altre nazionalità. «L’AI può interagire in diverse lingue e adattare il livello di complessità della spiegazione in base all’utente», affermano. È questa versatilità a fare la differenza e a rendere il progetto un’esperienza inclusiva.
AI come strumento di comprensione: una bicicletta per la mente
Per Daniele, l’AI rappresenta una «bicicletta per la mente», un mezzo che aiuta le persone a comprendere opere di arte contemporanea e, in generale, contesti culturali complessi. «Vogliamo che l’AI sia uno strumento di supporto, capace di orientare il pubblico nella fruizione del patrimonio culturale», aggiunge. La macchina diventa un mezzo che, anziché sostituire l’umano, lo assiste nel capire il significato di un’opera, permettendo anche a chi non ha basi storiche o artistiche di apprezzarne il valore.
Guardando al futuro: mostre internazionali e nuove applicazioni
Il progetto prevede l’applicazione a nuove esposizioni in contesti internazionali, considerando ad esempio la presentazione della nuova collezione di Hubert a Los Angeles con la mostra The Art of Surf. «Stiamo esplorando come l’AI possa adattarsi a contesti culturali diversi», spiegano. «In Italia, il professor Bignardi ha supervisionato il lavoro con un approccio critico; negli Stati Uniti l’interpretazione della macchina potrebbe differire, e sarà interessante vedere come la comprensione dell’AI si discosta da quella di un curatore umano». Questo nuovo progetto sarà un banco di prova per verificare la flessibilità e l’adattabilità dell’AI in ambito internazionale, aprendo la strada a future collaborazioni culturali in tutto il mondo.
AI e cultura: un nuovo paradigma tecnologico
Il team della Fabrica AI è consapevole di quanto l’intelligenza artificiale abbia un ruolo importante nel futuro della cultura. «Il nostro progetto rientra in quello che possiamo definire urbanistica computazionale», spiegano. «L’AI può essere applicata all’arte, alla musica, alla letteratura, ampliando il messaggio culturale e rendendolo accessibile a una platea sempre più vasta». Il gruppo esplora costantemente nuove applicazioni, immaginando un’AI in grado di adattarsi non solo a diversi linguaggi e livelli di conoscenza, ma anche a vari formati culturali. «L’AI potrebbe diventare un metodo di apprendimento interattivo, capace di coinvolgere direttamente gli studenti o gli spettatori e di fornire esempi artistici in tempo reale», suggeriscono. In futuro confidano di applicare il metodo ad altri ambiti quali la musica, la danza e ad altre forme artistiche. Grazie alla capacità di generare immagini, suoni, e interpretazioni, l’AI offre nuove possibilità per la cultura, permettendo anche a contesti locali e poco conosciuti di essere valorizzati. Fabrica AI sta dimostrando come l’intelligenza artificiale possa essere non solo uno strumento tecnologico, ma un mezzo per arricchire il patrimonio culturale, facilitando la comprensione di opere e contesti che altrimenti potrebbero restare inaccessibili. È un approccio innovativo, un percorso sperimentale volto a ridefinire, a diversi livelli, la relazione tra tecnologia, arte e pubblico. Il lavoro è frutto di progetti collettivi che utilizzano applicazioni tecnologiche anche molto sofisticate, pensandole a come rivolgersi a un pubblico indifferenziato e vasto per avvicinarlo all’ambito della cultura: è come se «l’ingegneria diventi una materia umanistica: da un prodotto ingegneristico, fatto di codici e algoritmi molto complessi, si arriva a una struttura accessibile a diversi livelli, dal giovane all’adulto», afferma Luigi Rossi, socio fondatore di Fondazione Rossi.
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