Arti visive. Protagonista dell’arte e della cultura del Ventesimo secolo, ha letto il “secolo breve” secondo una duplice focale, in cui le vicende collettive si sono rispecchiate in quelle individuali e viceversa. Un doppio processo narrativo concretizzato in immagini, fotografie, video e performance, divenute flusso di situazioni, di attimi, che spesso Mauri ha messo in scena mediante operazioni che paiono riecheggiare il modello brechtiano dello straniamento.

Ritratto di Fabio Mauri negli anni 2000. Foto: Claudio Martinez. Courtesy Fabio Mauri Estate and Hauser & Wirth
Venezia, 4 giugno 2009. La galleria Michela Rizzo inaugura una mostra dedicata a Fabio Mauri, intitolata Etc. Sono esposte opere risalenti alla fine degli anni Ottanta e alcuni lavori recentissimi, gli ultimi realizzati dall’artista, la cui dipartita era avvenuta il 26 aprile dello stesso anno. È una mostra intrisa di commozione e consapevolezza, memoria di una carriera e di una vita abitata da straordinaria intelligenza e disarmante sensibilità. Ne descrive, con efficacia, l’eccezionalità Vittorio Urbani in catalogo, definendola un rebus “facile da leggere come un timbro, ma misterioso per il significato simbolico che vi è nascosto”.
Ho varcato la soglia della galleria veneziana appena ventiduenne e, forse complice la giovane età, fui annientata dall’enigmatica solennità che regnava fra le stanze divenute teatro di un accadimento poetico. Ne erano principali artefici i grandi Zerbini posti sul pavimento della Galleria Michela Rizzo, attraversati da frasi incise: “Non ero nuovo”, “Forse l’arte non è autonoma” e ancora “Nessun segno particolare di cultura è fuori da un testo generale storico e nessun testo generale storico o interpretazione di mondo è fuori dall’enigma più generale dell’universo”. Quest’ultimo Zerbino, summa della complessa argomentazione fra cultura e natura, storia personale e storia collettiva che ha caratterizzato la decennale ricerca di Mauri, fu poi esposto, insieme ad altre opere, nell’estate del 2012, a dOCUMENTA(13), nell’edizione curata da Carolyn Christov-Bakargiev. È proprio la curatrice, fra gli studiosi più vicini all’artista fin dalla metà degli anni Ottanta, a restituire la genesi di queste opere: «Mi confidava che avrebbe voluto studiare il tedesco mentre, seduto in poltrona nel salotto di casa a Roma sopra piazza Navona, guardava porzioni di zerbino che gli assistenti avevano amorevolmente posto a terra, ai suoi piedi. Pensava e proiettava scritte mentali sullo zerbino: pensieri che a volte si sono manifestati, realmente ritagliati nella materia delle sue ultime opere orizzontali e calpestabili». Già, quelle opere sono calpestabili e io ricordo bene l’imbarazzo che provai negli spazi della galleria, intimorita e inconsapevole del valore semantico di quell’azione che non ebbi il coraggio di compiere. Capii che avrei dovuto farlo solo leggendo le parole dell’artista giorni dopo: «Gli Zerbini da calpestare, quasi come un’ultima spiaggia. Stesi all’entrata della galleria, calpestati sino a scomparire. Sopravvivranno le parole, i concetti, le rielaborazioni o interpretazioni degli stessi avventori, passanti; sopravvivrà la memoria della parola calpestata come evento».
Oggi come allora, leggendo quelle frasi ricavate in negativo fra le setole, le interpretazioni si moltiplicano e godono dell’assoluta e incerta attendibilità dei pensieri orfani della mente di chi li ha generati. Non a caso Mauri ha scelto, per quella stessa mostra, una parola scalfita nel muro: Etc. Letteralmente “Et cætera” cioè “e altre cose”. Una crepa sul muro come una ferita, traccia tangibile di una ricerca dolorosa, costante e senza fine.
Protagonista singolare dell’arte e della cultura del Ventesimo secolo, Mauri ha letto il “secolo breve” secondo una duplice focale, in cui le vicende collettive si sono rispecchiate in quelle individuali e viceversa. Da una parte, come spesso ha sostenuto e raccontato, la Storia con la S maiuscola gli è passata accanto, tanto vicino da sedersi nel salotto di casa, da ritrovarsi nelle vicende personali, familiari e degli amici con cui ha condiviso momenti ed esperienze (dalla parentela con Valentino Bompiani, di cui era nipote, all’amicizia fraterna con Pier Paolo Pasolini); dall’altra, la memoria privata e autobiografica, inverata nelle sue opere e rivelatasi forma e tempo di una dimensione che riguarda la società, gli uomini tutti, dentro e oltre le nazionalità e le identità in cui essi si riconoscono o in cui sono spinti a riconoscersi. Un doppio processo narrativo che si è concretizzato in immagini, fotografie, video e performance, mai limitate a registrare un istante o un tempo, ma divenute flusso di situazioni, di attimi, che spesso Mauri ha messo in scena mediante operazioni che paiono riecheggiare il modello brechtiano dello straniamento. Un lavoro complesso e imprendibile, pieno di “opere prime” ossia di sperimentazioni che sono state esemplari senza mai diventare modelli da ripetere.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 19 di Awand, primavera 2026.
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