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Dal teatro sui palcoscenici d’Europa al cinema d’autore, con i lungometraggi Giulia e Taxi Monamour. Rosa Palasciano, attrice e sceneggiatrice pugliese, è una delle giovani personalità più interessanti dentro un sistema ancora troppo chiuso al contributo delle nuove generazioni.
«Si dà ancora troppo poco spazio a tutti i giovani talenti che ci sono in questo paese. Qualcuno riesce a farcela, ma in giro c’è molto più di quello che vediamo.»

rosa palasciano

Rosa Palasciano in un ritratto di Charles Chessler

 

Nel panorama delle attrici del cinema italiano, Rosa Palasciano con i suoi ultimi film realizzati con Ciro De Caro ha saputo ritagliarsi uno spazio di libertà creativa dentro un sistema produttivo ancora molto chiuso ai contributi delle nuove generazioni. Candidata a David di Donatello e Nastro d’Argento, partendo da Taxi Monamour — il film presentato all’edizione 2024 del Festival di Venezia — l’attrice e sceneggiatrice ci ha parlato di come vive la sua vocazione artistica, le dimensioni del tempo, il lavoro sul palcoscenico e sul set, i personaggi femminili nel cinema.

Che sensazioni provi quando ti rivedi sullo schermo? In contesti prestigiosi come a Venezia ma anche nelle sale.

Proprio l’altro giorno sono andata al cinema in incognito. Ho preso un biglietto e sono andata a vedere il film perché volevo vederlo da sola, senza le emozioni di Venezia. Lo avevo visto per la prima volta in sala proprio lì alla Mostra. Che effetto mi fa? Strano. Nel senso che mi piace fare questo lavoro, e mi piace il cinema, ma allo stesso tempo ammetto di essere una persona molto timida. E quindi ci sono tantissime contraddizioni. Mi piace quello che faccio e trovo che funzioni quando riesco a staccarmi da me stessa. Allora mi godo il film, mi godo la storia.

Hai ricordi di luoghi o momenti della tua infanzia che porti dentro ancora adesso?

Sono nata a Fasano e cresciuta in una piccola frazione che si chiama Pezze di Greco. Passavo gli inverni a Pezze di Greco e l’estate a Torre Canne, quindi sono cresciuta tra la campagna e il mare. Sicuramente ho un legame fortissimo con il mare, che si vede anche nei film che ho scritto. Mi ritengo fortunata di essere cresciuta in un contesto molto semplice, piccolo e con un legame forte con la natura, quindi ho memorie di estati passate a piedi scalzi tutto il giorno tra il mare, gli uliveti, giocando a nascondino sugli alberi di fico. Un’infanzia di ricordi molto belli, legati alla natura, al gioco e allo stare in un piccolo villaggio con un forte senso di comunità. Una sorta di famiglia allargata, di protezione reciproca. Mia madre mi racconta sempre che andavo a scuola a piedi da sola anche in prima elementare, perchè c’era sempre qualcuno che ti guardava. In un paese piccolo puoi fare esperienze che in città magari sono più pericolose. A 18 anni mi sono trasferita a Roma.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 14 di Awand, inverno 2024/2025.
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Stefano Lorusso
Stefano Lorusso

Medico e cinefilo, affianca da anni al camice bianco l’amore per il cinema, considerandolo la migliore delle terapie. È stato collaboratore della riviste Nocturno e  I-filmsonline. Dal  2010 è nella redazione di Paper Street, per cui segue ogni anno la Mostra del Cinema di Venezia.  È autore di saggi pubblicati sulle raccolte Il Divo di Paolo Sorrentino – La grandezza dell’enigma (2012) e Cento registi per cui vale la pena vivere (2015), editi da Falsopiano. Ha collaborato alla creazione del portale Longtake con schede sul cinema di Spielberg, Antonioni, Rosi, Wenders. Nel 2017 fonda il circolo di cultura cinematografica “Formiche Verdi”, attivo nell’organizzazione di numerose manifestazioni e rassegne. Speaker radiofonico, cineblogger, collezionista, esplora il cinema in molte direzioni, dalla ricerca musicale a quella iconografica legata alla produzione di manifesti e locandine.

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