LETTERATURA. Dopo sette anni come direttore del Salone del Libro, è tornato ad essere scrittore, conduttore radiofonico, autore di podcast e riviste: «Io non sono uno scrittore seriale e non posso fare previsioni su quel che scriverò. Scrivo di urgenza e questo mi permette di creare strutture narrative abbastanza complesse, di grande respiro. Se vivessi solo di scrittura, dovrei stare attentissimo al numero di copie che vendo, e questo mi condizionerebbe rendendomi meno libero.»

 

nicola lagioia chiara pasqualini

Nicola Lagioia in un ritratto di Chiara Pasqualini

 

Negli ultimi anni Nicola Lagioia ha concluso il suo mandato da direttore del Salone del libro di Torino e ha pubblicato La città dei vivi, che probabilmente è il suo libro di maggior successo. Ha portato avanti il lavoro in radio, nei teatri e adesso nelle redazioni online e nei podcast. Il suo impegno non può che farlo riconoscere come uno dei più importanti animatori culturali attivi oggi in Italia e di essa analizza con attenzione errori e futuri possibili, guardando sia alla ritrovata Roma che alla natia Puglia. Gli abbiamo chiesto di questi luoghi, delle tante attività che segue e della sua creatività, e ne è venuta fuori l’idea di scrittura come mediazione con l’urgenza.

Com’è la vita dopo il Salone del Libro?

La vita dopo il Salone è una vita piena di cose belle da fare, tra cui la scrittura di un nuovo libro, il lavoro per la radio e Pagina3, la versione teatrale de La ferocia e la cura di Lucy sulla cultura, che sta andando molto bene grazie alle attività online e ad eventi dal vivo come il festival all’Esquilino, che è stata una vera festa delle comunità romane.

Hai descritto il Salone come un luogo di forte indipendenza e di infinita mediazione, e dalle tue parole emerge un giudizio positivo su questa esperienza. Hai comunque da parte rimpianti e occasioni perse che avresti voluto sfruttare diversamente?

Il Salone è andato così bene che è difficile avere rimpianti. Ogni edizione è andata meglio della precedente come comunità, metri quadri a disposizione, eventi ospitati. Ho lasciato la manifestazione più in salute di prima, per cui sono molto felice di com’è andata. Sono felice di aver lasciato al momento giusto, che è necessario nelle esperienze istituzionali. Lasciare quando le cose vanno bene è importante, soprattutto dopo sette anni senza rimpianti. Mi sembra di essere andato oltre le aspettative, favorendo il rinnovo al momento giusto.

Scrivi molto delle insufficienti politiche per la cultura in Italia, non da ultimo sottolineando i limiti di questo governo. Dalla tua attività nel Salone e dalla conoscenza dell’editoria sono emerse idee per dare forza al settore?

Dal punto di vista del privato l’editoria, pur con tutti i suoi difetti, funziona bene ed è una delle poche branche dell’economia culturale italiana che vive delle sue risorse senza fondi pubblici, a differenze di cinema, teatro e musica sinfonica. Le case editrici vivono dei libri che vendono, ma questo non significa che la politica non debba intervenire. Un intervento organico a tutela dell’editoria e a promozione della lettura, unendo i grandi attori come le case editrici, le librerie, le biblioteche e la scuola, è necessario e non viene fatto da tempo, se non con misure positive ma isolate, come la 18App. In Italia gli investimenti sulla cultura sono più bassi che in paesi come la Germania in termini percentuali rispetto al PIL, e questo è un annoso difetto della politica italiana, che usa la cultura nei suoi discorsi senza farsi un esame di coscienza. Le risorse probabilmente ci sarebbero, ma non si vede la cultura come tema elettorale ed essa finisce così in secondo piano, pur essendo un motore importante dell’economia del Paese. Come diceva De Gasperi: “I politici guardano alle prossime elezioni e gli statisti guardano alle prossime generazioni” e di statisti ne abbiamo visti pochi.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 11 di Awand, primavera 2024.
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Michele Cornacchia
Michele Cornacchia
È del '93 e vive tra Roma e Altamura. Si occupa di politiche pubbliche, economia della cultura e infrastrutture, cui si è dedicato per studio, lavoro e attivismo negli ultimi 10 anni.

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