- Tiziana Romanin

Il libro è anche un oggetto con una qualità plastica; questa caratteristica è inoltre mutevole. Dal più banale “chiuso/aperto”, chi progetta libri dispone di molte possibilità e varianti di sviluppo e cambiamento della forma. Una pagina si può aprire, squadernandosi in orizzontale o verticale, singolarmente o in coppia. Un gruppo di pagine può svilupparsi legata a fisarmonica. Il libro inoltre può avere finestre, buchi, filze e appendici; può emergere come un piccolo mondo fantastico nei pop-up, apparendo e poi scomparendo sotto i nostri occhi nel gesto dello sfogliare.
Kveta Pacovska, benché illustratrice sotto tutti gli aspetti, ha sempre progettato i propri libri unendo la loro qualità plastica alla ricerca grafica, creando degli oggetti/libro molto singolari. Da quell’esperienza, maturata a Praga, sua città natale, già negli anni di formazione, Kveta Pacovska è arrivata all’albo illustrato. Dallo studio delle arti applicate al graphic design, l’artista ha indirizzato la propria ricerca verso la scultura e il libro, come termini dialogici della stessa sfida artistica. Si farebbe un gran torto a liquidarla con supponenza come una semplice illustratrice per l’infanzia, sia perché questa categoria è a pieno titolo un campo di ricerca artistica, in cui l’artista deve esprimersi con maggiore responsabilità e doti (di sintesi, immediatezza, spontaneità) che in altri campi, sia perché definire un artista per categorie fisse e stagne è sempre riduttivo e semplicistico. Uno dei più grandi pregi della Pacosvska è stato quello di portare l’Arte nelle mani di tutti, a cominciare dall’età più delicata, cioè la piccola infanzia.
Kveta Pacovska ha esplorato in contemporanea due strade diverse e convergenti: il libro d’artista come libro oggetto molto prossimo alla scultura, e il libro oggetto tramutato e tradotto in oggetto quotidiano. Tra i suoi più bei contributi, un abbecedario. Nato dagli appunti, le composizioni grafiche, le sculture e una ricerca multiforme (dalla grafica alla comunicazione), l’Alphabet di Kveta Pacosvka è un libro d’artista a tutti gli effetti, anche se per tutti nel prezzo e nella diffusione. Qui ritroviamo suggestioni che ricordano Mirò, Kandinsky, i giocattoli di Depero, i collage dada, ma anche l’arte popolare e la grafica ceca del dopoguerra, tutti riferimenti acquisiti e restituiti con la più grande capacità di reinvenzione. La tradizione del folklore ceco ritorna nella tavolozza e nei personaggi come costanti di tutta la sua opera. In particolare, la ricerca sui personaggi riprende gli archetipi della fiaba, ricordando l’indagine morfologica di Propp. Nel bestiario immaginifico della Pacovska allora un rinoceronte diventa IL RINOCERONTE; nel suo cast di attori un re è IL RE. Modelli originari per le loro categorie. Anche ogni lettera dell’Alphabet è concepita come un personaggio. Esso occupa la pagina, o più pagine, con disinvolta prestanza. L’artista opera tagli, fa emergere elementi, introduce finestre che nascondono e rivelano. A volte aggiunge piccole porzioni specchianti, che ci includono improvvisamente tra i protagonisti del defilé di lettere. Oppure lavora la pagina bianca a creare superfici tattili che seguono il profilo di lettere. E crea un ritmo fluido, lineare ma vario, senza regole fisse, alternando pagine con lettere che occupano tutto lo spazio della pagina, imponenti anche quando sono superfici bianche su bianco, a grappoli di segni minuti, come scrittura appuntata, l’equivalente di una conversazione fitta e a bassa voce. Altre lettere si trasformano in uno zoo di animali buffi, creati da forme elementari semplici e dai colori franchi. Qui e là riferimenti alla quadrettatura scolastica, alle macchie d’inchiostro, le chiose e le correzioni.
L’Alphabet di Kveta Pacovska si sgrana con divertimento condiviso tra creatore e fruitore, prende per mano in un girotondo scherzoso nato da segni convenzionali e dall’ordine, ma che li reinventa tutti. In questo ABC, nel compitare tutte le lettere dalla prima all’ultima, la litania monotona non esiste. Piuttosto impariamo quanto sia divertente la sorpresa, l’invenzione e il gioco. Par quasi di sentire risate di scolari di un tempo durante l’intervallo.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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- Tiziana Romanin

Tra gli artisti contemporanei che scelgono il medium del libro come mezzo privilegiato c’è Anselm Kiefer.
Fin dal 1969 Kiefer esplora il mondo, proibito e non-dicibile per un artista tedesco, della storia recente: la catastrofe nazionalsocialista. E il mezzo del libro è forse quello più in grado di trasmettere il senso del racconto e della Storia come testimonianza collettiva.
Nella lectio magistralis pronunciata nel novembre del 2014 durante il conferimento della laurea honoris causa in Filosofia all’Università di Torino, Kiefer aveva precisato il rapporto intercorso nella sua opera tra libro e Storia, la dimensione rituale della lettura e l’importanza dell’oggetto-libro come testimonianza. L’artista aveva dichiarato: “Il libro mi accompagna dalla più tenera infanzia. Ha un’importanza capitale, tanto nella mia vita quanto nella mia pratica artistica. Ritengo che rappresenti il 60% della mia opera”. Libro come pratica quotidiana, anche nella composizione di diari riempiti di annotazioni, idee da sviluppare, schizzi, citazioni ma anche note banali del quotidiano. Per Kiefer il libro è “un rituale, struttura il tempo e fa appello ad altri poteri rispetto a quelli della cultura”. Tra i rituali legati al libro, c’è quello mattutino: prima di mettersi all’opera l’artista percorre la sua biblioteca (lunga sessanta metri) trovando spesso esattamente il libro necessario. Come in un’evidenza insieme miracolosa e semplice, l’artista trova ciò che cerca, come se ci fosse “un accesso ai nostri libri che non passa per l’intelletto, che transita altrove rispetto al cervello”.
Nella sua opera in generale e nei libri d’artista in particolare, Kiefer attraversa il rimosso della cultura tedesca, i mostri notturni della civiltà contemporanea che ha generato l’Olocausto e affronta questo viaggio con il compito di fare da guida. L’artista per Kiefer è infatti colui che trascende attraverso il personale e il soggettivo per calarsi nel collettivo e il sociale. In questo senso è alchimista e angelo. Cioè colui che opera una trasmutazione della materia dalla terra al cielo, con un dialogo incessante fra gli estremi piuttosto che farli fronteggiare in modo giudicante. L’Arte, per Kiefer, è veritiera ed efficace quando contiene le dicotomie della vita. Il processo artistico trae anzi energia e forza da questo perenne confronto. Fin dalla serie fotografica Besetzungen del 1969, Kiefer aveva affrontato l’argomento scomodo e disgraziato del recente passato nazionalsocialista, con la convinzione che l’arte abbia il potere e il compito di tenere testa a tutte le tragedie e tutti i drammi della storia dell’umanità. L’artista/angelo si fa mediatore, veggente, messaggero, guida e congiunzione tra elementi avversi. È il processo artistico in sé stesso che opera il contatto tra opposti poiché è fatto di lavoro intellettuale e lavoro manuale.
I libri d’artista di Kiefer, sempre unici e senza tiratura, registrano e testimoniano eventi. A volte ripercorrono nella scelta dei materiali il tentativo alchemico di ascendere dal basso all’alto. Ecco allora i bitumi, le terre, le tracce di immagini bruciate o semi-cancellate, i frammenti e le corrosioni, i segni di quella trasmutazione alchemica dal terreno al celeste. Il linguaggio di Kiefer è scrittura, densa, malinconica, spesso funerea, sempre con la consapevolezza che l’artista-testimone è un elemento isolato, solo, al di sopra delle parti. Il suo sguardo è intimo e interiore, privo di limiti e costrizioni. Esso può librarsi e accedere a dimensioni che trascendono la realtà pur fondandosi su di essa.
Alchemici sono in particolare gli ultimi libri d’artista in lamina di piombo, il cui significato non ha più bisogno di parole ed immagini: forma e materia sono di per sé stessi significanti, creano connessioni che trasportano ad una dimensione superiore. Il piombo, infatti, è il simbolo della trasmutazione degli elementi, il più basso in ordine di grado, primo gradino del procedimento alchemico per ottenere l’oro e innalzarsi così a stadi spirituali superiori. Kiefer stesso parla di “dissimulazione totale” e di “paradossi perfetti” perché sono libri impossibili da leggere e sfogliare, troppo pesanti da maneggiare, fatti di una materia opaca e senza parole. Libri-non-libri.


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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 17 di Awand, autunno 2025.
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- Tiziana Romanin

Foto di Lorenzo Palmieri
Tra gennaio e febbraio di quest’anno, alla Biblioteca delle donne di Bologna, sono stati esposti i Quaderni di Hannah Arendt di Sabrina Mezzaqui. Il progetto era già stato esposto in corso d’opera a Torino nel 2017, anche se là erano presenti solo 6 dei 29 Quaderni definitivi. A Ravenna, l’anno seguente, ne erano stati esposti 12. Una scelta che suggerisce un’idea di arte come esperienza che si va facendo, in un divenire metodico e collettivo, che prende forma nel tempo.
Nell’opera della Mezzaqui il medium libro diventa spesso un’esperienza di condivisione, sia per la scelta dei temi e degli autori ispiratori, che nel fare artistico o nella modalità di fruizione delle opere.
Nei Quaderni di Hannah Arendt, riflessioni ed esperienza umana contemporanei si intrecciano e restituiscono, rielaborato, il pensiero espresso da Hannah Arendt nei diari scritti tra il 1950 e il 1973. In Mezzaqui la loro assunzione e restituzione avviene attraverso la ricopiatura manuale. La riscrittura, prima a matita e poi a inchiostro blu, è una pratica intima e insieme collettiva, eseguita dall’artista in collaborazione col Tavolo di Lavoro di Marzabotto. Questo collettivo di dodici persone di provenienza diversa, sotto la guida di Sabrina Mezzaqui, condivide già da alcuni anni pratiche semplici e metodiche di creazione artistica. Secondo Mezzaqui è attraverso la ricopiatura manuale che avviene una lettura approfondita dei testi, che “dagli occhi attraversa il corpo fino alla mano, da pagina (letta) a pagina (scritta).” Molto interessante è la traslazione del procedimento di copiatura dall’immagine alla scrittura: solitamente la copiatura in arte (dell’opera dei Maestri, della Natura) avviene sulle immagini e non sui testi. Qui avviene sul segno grafico della scrittura. Inoltre, più che un libro d’artista o una serie dallo stesso tema, si tratta di una vera e propria installazione (come spesso le opere dell’artista). I Quaderni sono presentati aperti, poggiati su tavoli neri dalle forme epurate e protetti da teche di vetro illuminate. L’esperienza offerta allo spettatore diventa spazio/temporale, una visione cioè non frontale e univoca dell’opera. I libri non sono fatti per essere sfogliati individualmente, ma ci si cammina intorno, assieme ad altri spettatori, cogliendo frasi, passaggi di discorso, frammenti visibili di un flusso di parole sotteso. Sia il processo di esecuzione dell’opera che quello di fruizione presuppongono quindi un coinvolgimento e una condivisione dell’intero processo artistico, dalla nascita e gestazione dell’opera, fino al suo “andare nel mondo”. Un’ opera complessa e non statica.
Da un punto di vista stilistico, i materiali sono scelti con cura per dare forma visibile e interpretare il carattere dell’autore preso a riferimento. In questo caso le copertine dei Quaderni di H. A. sono realizzate in stoffa bianco/nera e grigia, dal disegno che rimanda subito al Bauhaus (epoca in cui nella stessa città la Arendt studiava con Heidegger). Le pagine sono carte molto bianche e sottili, fruscianti, di vecchi atti giuridici e amministrativi. Uno dei temi messi in luce dalla Arendt in Eichmann a Gerusalemme non è forse la degenerazione del sistema burocratico? La Arendt aveva qui approfondito il tema della responsabilità individuale, mettendo in guardia sul rischio di trasformarci in burocrati ottusi che obbediscono agli ordini e si sentono sgravati dalle responsabilità del male. Nella installazione bolognese alla Biblioteca delle donne, i Quaderni di H.A. erano significativamente esposti nella sala degli archivi.
Infine, l’arte non si può esimere dal soggetto, e il soggetto in questo caso riguarda un’interrogazione cruciale, individuale e collettiva. La risposta arendtiana presuppone una presa di coscienza critica e la proposta di un potere diffuso, di relazione, orizzontale e condiviso da una pluralità di attori. Similmente il lavoro della Mezzaqui sui Quaderni si appoggia su uno scambio e una partecipazione collettivi, a tradurre riflessioni più intime e personali. E il fare artistico si fa metodo attento e meditativo di assunzione della scrittura. Per “Ripensare i pensieri, riflettere, alla ricerca della verità”.

Foto di Lorenzo Palmieri

Foto di Paolo Carraro
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 16 di Awand, estate 2025.
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- Tiziana Romanin

Il giardino è aperto è un libro d’artista ma è anzitutto il luogo in cui esperienze diverse si sono incontrate. Il soggetto è un luogo reale: il giardino di Vico Morcote, affacciato sul lago di Lugano in Canton Ticino. Un giardino che viene definito da alcuni esperti e appassionati uno dei più belli dall’antichità. Luogo desiderato, creato e curato con passione negli ultimi 20 anni della propria vita e fino alla scomparsa, nel 2006, da un personaggio quantomeno insolito: sir Peter Smithers. Avvocato britannico, volontario nella Marina durante la Seconda Guerra, poi segretario generale del Consilio d’Europa, politico ma anche spia e giardiniere, pare che Ian Fleming tracciò il profilo di James Bond proprio su quello di sir Smithers. Le voci non furono mai confermate ma nemmeno smentite dai due. Una vita, quella di Smithers, avventurosa e fuori dal comune, accompagnata dalla passione straordinaria per il giardinaggio, praticato fin da bambino in un pezzo di terra nella Winchester natale, e poi nel corso della vita a qualunque latitudine e in qualsiasi contesto possibile.
Paolo Cottini, scrittore e storico di giardini, ha frequentato Smithers e raccolto la testimonianza del suo profondo legame col giardino, anche come metafora della vita. Alessandra Angelini, artista incisore, ha interpretato il testo fondendolo all’esperienza diretta, mescolando schizzi en-plein-air, fotografie e incisioni, in una metamorfosi continua, che reinventa la realtà e la rimodella.
Daniela Lorenzi, nella fucina meravigliosa che è lo studio A14, ha realizzato il libro, concretizzando l’idea in un oggetto-libro di rara eleganza. Incontro di passioni e professionalità, di personalità e interrogazioni, Il giardino è aperto è quindi un dialogo, tra immagini e testo, ma anche tra visibile e non visibile, curato in ogni dettaglio e accompagnato a fiorire come fosse una creatura vegetale.
Il libro si compone di otto capitoli e una postilla, e al centro il testo autografo di Smithers Principi per il mio giardino. Nell’intenzione di Angelini, testo e immagini si intrecciano incessantemente. La natura vegetale è in ogni dettaglio: gli inchiostri verdi, a volte iridescenti, paiono succhi, le sfocature e dissolvenze delle immagini sembrano abbagli del sole da sotto le fronde, mai fisse ma mobili e cangianti. A volte grandi porzioni di verde -pagine intere, di un verde vellutato e pregno- si squadernano come fossero improvvise radure. A volte sottili tracciati, ora nervosi, ora sfumati, emergono dalla pagina, si sviluppano come steli mobili a cercare la luce. Ma l’esperienza di un giardino è anche tattile e nel libro è forte: sulla superficie corposa delle pagine, a volte compaiono rilievi di matrici stampate a secco. Le dita possono esplorare. Oltre la bellezza per gli occhi c’è il godimento semplice ma primario che ci danno gli elementi di un giardino vero: le scorze, le cortecce, i muschi. E la luce, che crea nel giardino come qui degli effetti di sfocatura e dissolvenza, una sospensione onirica che suggerisce un oltre la visione. Luogo naturale e sogno si mescolano. Angelini utilizza per questo colori fantastici più che reali e fonde le tecniche: l’incisione a matrici polimeriche impresse mediante luce solare o raggi UV, foto e disegni rielaborati digitalmente, xilografie a secco. L’artista giunge così a una ibridazione del linguaggio artistico, molto simile alla partitura musicale di diversi strumenti che concorrono insieme alla complessa unità dell’opera.
Il giardino di Vico Morcote non è solo un insieme di bellissime piante, ma un posto in cui prende forma la filosofia esistenziale di Smithers, pragmatica eppure lieve, dove la conoscenza diretta e curiosa della natura ci permette di toccare una conoscenza più profonda, quella semplice ma non banale della vita. Per Angelini, ogni dettaglio del libro rende “omaggio alla lezione etica ed estetica di sir Peter: Armonia e Bellezza, come accade alle piante e ai fiori, sono in grado di trasformare la semplice quotidianità nel giardino aperto dei nostri sogni”.
Il libro fa parte della collezione dei Cento amici del Libro, storica associazione milanese di bibliofili nata nel 1939, ed è stato esposto alla Biblioteca Braidense nel 2015.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 15 di Awand, primavera 2025.
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- Tiziana Romanin

Le caratteristiche di un libro d’artista (formato, materiali, rilegatura) rispecchiano scelte non solo estetiche né tantomeno istintive o casuali. Forma e contenuto, come testo (parola/immagine segnica) e immagine, sono un tutt’uno, concorrono assieme e in multiplo legame al compimento dell’opera. A volte, per alcuni libri, il dialogo stretto tra forma e contenuto è più intimo, saldo, e flagrante. Come in Oceanografia, di Marina Bindella.
Oceanografia è un volume di 50 x 30 cm, di 20 pagine e tirato a 30 esemplari. Progettato per la mostra personale dell’artista all’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona nel 2017, il libro è stato presentato in quell’occasione e contiene quattro poesie sul mare di Josè Saramago (nato appunto a Lisbona), scelte da Marina Bindella per il loro significato personale, in particolare riguardo ai temi dell’infinito e del tempo. Il testo è presentato nelle due lingue portoghese/ italiano, differenziati per colore: blu il primo, bianco il secondo. Le immagini di Marina Bindella sono realizzate in xilografia su linoleum e impresse su pregiata carta Magnani Pescia ai torchi a mano delle edizioni HD di Roma. Ogni dettaglio del libro è stato scelto con grande cura: il testo è stampato a polimeri (per i versi su immagini digitalizzate a partire da lettere incise dalla stessa Bindella); la copertina è in fogli in polpa di cotone fatti a mano e poi tinti con l’indaco, realizzati nel Laboratorio della Carta e del Colore dell’Accademia di Belle Arti di Roma. L’ oggetto-libro interpreta in ogni sua parte immagini e versi. D’altra parte, per Marina Bindella “la pratica del libro è strumento e soluzione di un’idea creativa, dove aspetti tecnici ed estetici si incontrano, dando vita ad un unico oggetto in cui tout se tient”.
In Oceanografia le xilografie di Marina Bindella interpretano le poesie di Saramago come linguaggio parallelo e complementare a quello poetico: i segni e le loro stratificazioni, le campiture vibranti formate delle loro ripetizioni e variazioni, generano un tessuto segnico che affianca, rimanda, risponde e interpella il verso. Le xilografie sono stampate a tutta pagina, a suggerire un proseguimento al di là del taglio della carta. Il formato, vasto e all’italiana, suggerisce l’orizzontalità dell’elemento marino, la linea di paesaggio aperto, suggerimenti assecondati dal gesto ampio dello sfogliare e la fluidità dello sguardo d’immagine in immagine, di foglio in foglio. La scelta della rilegatura copta, cucita rigorosamente a mano, permette una maggiore libertà e ampiezza nell’apertura delle pagine, soprattutto di quella centrale, così il testo contenuto nell’immagine è più leggibile. Altre sovrapposizioni testo/immagini si operano altrove: in altre pagine i caratteri diventano immagine o ne assumono la funzione. E viceversa.
Oceanografia è una sequenza dinamica, come il tema che tratta. Lo è nel fruire del medium cioè nell’andamento delle pagine, e nella concezione delle pagine stesse, nel rapporto tra immagini e versi. Un insieme in cui l’intreccio tra gli elementi che lo compongono è inscindibile. Il potere evocativo delle immagini raggiunge quello poetico dei versi, sublimando gli elementi naturali che sono la partenza tanto dell’opera poetica che di quella visiva, ma in una dimensione trasfigurata, “altra”. La realtà concreta è trasformata, e ci si affida a percezioni non solo sensoriali. Tutta l’opera di Marina Bindella sceglie proprio per questi motivi la xilografia come tecnica privilegiata. Una “pratica ostica con un alto tasso di imprevedibilità”, come la definisce la stessa artista. Il caso, quindi, irrompe come momento inatteso e fecondo. Ma la sfida ulteriore la dà il fronteggiare il limite della tecnica, quel robusto e rigido scavare della materia xilografica, vissuto qui piuttosto come stimolo che come limite. Caso e tecnica: tutti ostacoli che generano soluzioni e inducono a sperimentare nuove regole del fare artistico. Ma attenzione: la leggerezza e la fluidità sono il risultato di un sapiente lavoro, dove il gesto all’apparenza fluido, solo istintivo e rapido, è invece l’esito cercato di una ricerca metodica e appassionata.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 14 di Awand, inverno 2024/2025.
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- Tiziana Romanin

Louis Roquin (scomparso all’inizio di quest’anno) è stato un artista completo. Autore di diversi saggi sulla relazione tra percezione del suono e scrittura musicale, Roquin ha indagato e praticato concretamente, più che solo teorizzare, il rapporto tra arti figurative e musica.
Ricordiamo soprattutto il suo Journal des sons (Diario di suoni) un saggio che ha avuto lo straordinario pregio di prendere coscienza che quello in cui viviamo e siamo immersi è anzitutto un mondo di percezioni sonore: vibrazioni, melodie, rumori, una polifonia quotidiana in cui anche il silenzio prende corpo e rilevanza, come segno negativo che marca una (eventuale) mancanza di suoni.
Compositore e artista plastico, Louis Roquin ha sempre considerato e utilizzato la notazione musicale anche per le sue qualità grafiche, elaborando delle composizioni visive perfettamente eseguibili da strumenti musicali. Tutta la sua ricerca artistica parte e si struttura a partire dallo studio della disciplina musicale: tromba, contrappunto, composizione, armonia, ma fondamentale è l’intuizione e la volontà di applicare a mondi artistici diversi la ricerca sul suono, considerando le varie arti mezzi espressivi complementari. Facendole dialogare tra loro, l’artista crea delle vere e proprie “sonorità visuali”, che mescolano collage, calligrafie, disegni, partiture e che hanno il duplice risultato di essere composizioni grafiche e composizioni musicali. Musica, performance, esposizioni, o secondo l’artista “rappresentazioni del segno e del suono”, l’attività singola e di gruppo di Louis Roquin sfocia in arte totale. In questa visione, i mezzi artistici sono considerati elementi duttili e di relazione, e le varie discipline artistiche, dialoganti tra loro, si compenetrano e si fondono.
Le son d’une ville (Il suono di una città) è un libro d’artista editato nel 2008 da Despalles éditions a Parigi e Mayence in versione bilingue francese/tedesco, con stampa a pigmenti su carta Arches e tirato a 77 esemplari. Il libro è il risultato di una ricerca molto singolare e intuitiva eppure estremamente precisa e sistematica. Durante un soggiorno a Berlino, Louis Roquin rimane colpito dai gruppi alfabetici in cima alle pagine dell’elenco telefonico della città. L’artista nota che essi formano delle tetradi cioè degli accordi di quattro suoni diversi, con qualità sonore molto interessanti: ABAC, BIEG, HEUS, … Roquin decide di isolare ogni tetrade e di tradurla in segno visivo. Di seguito, a partire dalla loro frequenza di apparizione e dalle loro relazioni nell’annuario, compone con quei segni un tessuto grafico e musicale, una vera a propria partitura, potenzialmente eseguibile. A quel punto, associando ad ogni lettera dell’alfabeto un volto e un oggetto trovato per strada, crea una sorta di ready-made musicale e visivo.
Le son d’une ville riunisce 26 composizioni nate dall’iterazione tra ritratti ed altrettanti oggetti. Si può intendere come la trasformazione visibile del legame immaginato dall’artista tra soggetti immersi nella loro vita cittadina ed elementi diversi presenti nello spazio urbano in modo fortuito e casuale. Da questa relazione scaturisce un flusso vitale che l’artista appunta con differenti mezzi (foto, disegni, note), creando un singolare diario di viaggio, un’esperienza musicale e visiva che va al cuore della città. Ognuna delle 26 composizioni è formata da cinque movimenti, che si possono facilmente leggere e immaginare eseguiti in musica. L’edizione curata da Johannes Strugalla per le edizioni Despalles comprende incisioni, fotografie, disegni, appunti grafici, una composizione eterogenea riunita sotto forma di libro. Un insieme che equivale ad una testimonianza viva e in movimento, una partitura ricca di sfumature e voci molteplici trasformate in musica e immagini concrete e sfogliabili.
Le son d’une ville è un approccio inconsueto e multiforme alla nozione di viaggio: non solo l’intenzione è quella di cogliere e approfondire la complessità di una città, qui Berlino, ma anche di trasferire quell’esperienza multisensoriale allo spettatore/lettore, e di comunicargliela integralmente.


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