Un angelo dallo sguardo scuro sta seduto in un luogo indefinito, né interno né esterno. In una mano ha un compasso, sull’altra poggia la testa. Un cane è appisolato ai suoi piedi; di fianco un cherubino scrive. In lontananza una cometa irradia cielo e acqua. Lo spazio pullula di oggetti: vari attrezzi, uno strano poliedro, un vaso da cui sgorgano fiamme, una scala, una bilancia. E nell’angolo superiore a destra, un quadrato. È composto da quatto riquadri per lato, ognuno contenente un numero.
Si tratta di Melancholia I di Dürer, incisione nel 1514 sulla quale studiosi di tutti i tempi si sono spesso scontrati a cercare un’interpretazione o, meglio, un’illuminazione. La più nota è quella di Panofsky, Saxl e Klibansky, nonostante gli studi successivi di F. Yates l’abbiano rettificata e precisata.
Ad ogni modo, quell’incisione è diventata il riferimento iconografico universale della malinconia, lo stato saturnino dell’artista che oscilla tra esaltazione e abbattimento, e anche dell’alchimista, che poi sono in un certo senso la stessa cosa: entrambi trasformano la materia, entrambi operano in un processo sublimante che è di per sé stesso ricerca, conoscenza, traguardo.
Quadrato quasi quasi magico di Roberto Piloni è un piccolo libro d’artista che riprende il dettaglio dell’incisione cinquecentesca e lo intrepreta in chiave contemporanea e divertita. Il libro, tirato a 16 esemplari dalla H.D. press di Marina Bindella su carta Hahnemühle, contiene una riproduzione con rilievo a secco del quadrato magico, un’immagine fotografica e un testo dell’artista.
Ritroviamo la misteriosa griglia quadrata, ma i numeri sono sostituiti da oggetti d’uso comune. Il procedimento ludico e ironico si avvicina alle scanzonate esperienze dada, ma anche agli esercizi surrealisti sulle relazioni inattese tra gli oggetti e le nuove attribuzioni di senso che ne scaturiscono. Ricorda insomma da vicino la prima strofa dei Canti Maldoror di Lautrémont: “Bello, come un incontro fortuito su un tavolo operatorio tra una macchina da cucire e un ombrello”. Si gioca infatti con la possibilità che un oggetto venga valorizzato dal modo in cui viene presentato e dal suo rapporto con gli oggetti vicini. Grazie all’accostamento e al contesto, dice Piloni, improvvisamente siamo indotti ad attribuire a un oggetto anche banale una valenza simbolica, siamo disposti a credergli una rilevanza che in realtà non ha, lo eleviamo.
Nel quadrato dureriano la presenza dei numeri è simbolica, ermetica e la loro somma in ogni direzione (verticale, orizzontale, obliqua) dà magicamente lo stesso numero, il 34. Gravidi di significati esoterici sono anche gli oggetti rappresentati nell’incisione. Piloni ne sceglie alcuni, ad esempio la clessidra, simbolo del Tempo, eterno nemico dell’alchimista. O il vaso, che rimanda all’opus magnum, la ricerca della pietra filosofale. Ma poi accosta oggetti quotidiani, come un ferro da stiro, una teiera trasparente, uno spremiagrumi, il cui solo fatto di essere rappresentati allo stesso modo e avvicinati agli altri, li innalza e suggerisce un senso nascosto, simbolico.
La tecnica scelta è quella fotografica, molto diversa perciò dalla calcografia. Eppure c’è un’affinità sottile tra le due tecniche sulla qualità dei neri, che rimanda guarda caso all’idea di nigredo, la prima fase del processo alchemico, quella oscura. In Quadrato quasi quasi magico gli oggetti sono infatti avvolti da un’atmosfera satura, opaca, che ricorda la maniera nera. Le forme emergono dal buio come apparizioni misteriose. Le foto sono stampate su carta per incisione e questo regala all’immagine un chiaroscuro morbido, una grana quasi polverosa, che non perde i dettagli e pur intensifica il mistero.
Anche la tecnica concorre quindi al gioco iniziale: accostare serietà e leggerezza. Tutto suggerisce infatti qualcosa di grave, portatore di messaggi o risposte. Invece è una piccola deliziosa messa in scena, “senza intenzioni di beffa” come precisa l’artista, ma con l’intento di offrire uno sguardo semiserio su un riferimento noto. Si ritrova in questo piccolo libro d’artista tutta una poetica: alleggerire, arrivare per elisioni successive alla centralità di pochi elementi essenziali, alla necessità di una sintesi. Ma con ironia. Anche questa una necessità.
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