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FOTOGRAFIA. È tra gli autori più noti nel mondo ma ha sempre uno spirito punk. «L’etica è una questione personale, non è collettiva e non lo potrà mai essere. Tutto deve essere fotografato, l’etica poi serve a decidere cosa mostrare e cosa no. Mentre fotografi non hai piena coscienza, dopo sì». «Quello che conta è what it is about, poi può toccare lo stomaco, la mente, le nostre percezioni e convinzioni, la nostra religione».

Alex Majoli Portrait

 

 

Le prime volte che ho notato il suo nome è stato negli anni Novanta, affiancava spesso le foto dei musicisti che ascoltavo allora (e ascolto tutt’ora). Poi lo ricordo ancora su Diario e poi un po’ ovunque: potenti, incisive, difficili da dimenticare. Alex Majoli, ravennate classe 1971, è tra i fotografi più noti nel mondo. Entrato a 25 anni in Magnum — l’agenzia più prestigiosa, fondata da divinità come Robert Capa, Henri Cartier-Bresson e David Seymour — ne è diventato presidente nel 2010. Ha lavorato in molti luoghi della Terra, tra i suoi progetti più noti Leros, Hotel Marinum, Tudo Bom, Congo (con Paolo Pellegrin) e Scene. Al contrario di molti suoi colleghi ha pubblicato pochi libri, il motivo è tra le cose che ci racconta in questa intervista.

In un tuo vecchio filmato pronunciavi questa frase «La libertà più grande è non avere scelta».

È un pensiero sufi. L’ho usato nel libro One Vote. Credo che avere poco a disposizione spinga a rompere i limiti e andare oltre. Certo, se sei imprigionato è difficile, ma anche lì puoi trovare il modo di liberare, se non il corpo, la mente.

È così che ti sei avvicinato alla fotografia?

No. Fotografare mi ha permesso di fare qualcosa per me più piacevole che l’aiuto cuoco o il parcheggiatore, lavori che ho comunque fatto. Ero molto giovane e ho imparato il mestiere, a usare bene le macchine, le luci, a servire il cliente, fare i matrimoni... Poi con il tempo e le letture ho scoperto la parte più artistica, creativa, la consapevolezza e responsabilità sociale. Ma all’inizio la fotografia era un modo per pagarmi da mangiare. Parliamo di quando avevo tra gli otto e i quindici anni.

Come otto anni?

Sì, già fotografavo molto. A Ravenna, a quindici ero già professionista, anche se andavo ancora a scuola. Nel pomeriggio lavoravo per il mio maestro Daniel Casadio e la sera avevo lo studio a disposizione per me. Facevo i “morticini”, le foto con le preghiere per i defunti. Poi mi sono specializzato negli still life, in studio venivano molti artisti a fotografare le loro opere. È così che ho guadagnato i primi soldi. L’idea di viaggiare e il fotogiornalismo sono arrivati dopo.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 20 di Awand, estate 2026.
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Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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