Awand. Tutte le arti in una rivista unica

CINEMA. Ha lavorato agli effetti visivi per decine di importanti produzioni italiane e straniere. Dall’Italia ha conquistato l’America e il mondo Marvel, cavalcando l’esplosione di un settore diventato strategico: «Siamo i nuovi studios, abbiamo il controllo di  sempre più elementi in un film. E potremmo presto arrivare a produrre da soli.»

francesco grisi

 

 

Con 156 credits all’attivo, tra film e serie, e svariati lavori nella pubblicità, Francesco Grisi è uno dei maggiori punti di riferimento in Italia nel settore degli effetti visivi. Nel 2001 ha fondato la società EDI Effetti Digitali Italiani, ed in poco tempo ha saputo conquistare importanti produzioni in Italia e all’estero. Ci ha raccontato il suo ingresso in questo mondo, avvenuto quasi per caso, e le ragioni di un successo tutto italiano.

Come sei arrivato a lavorare negli effetti visivi?

Quando ho cominciato, nel 1994, non c’era formazione specifica in questo campo. Era un momento pioneristico, in cui si iniziavano a utilizzare i primi software, ed eravamo nel passaggio dall’analogico al digitale. Gli effetti analogici, fatti davanti alla macchina da presa, sono i cosiddetti effetti speciali, mentre quelli fatti dopo le riprese sono gli effetti visivi. Avevo provato a studiare ingegneria, con scarso successo. Ho lasciato perdere per cercare qualcosa di più stimolante e creativo, partendo dalla fotografia. Mi ero trasferito In Francia e avevo iniziato a fare il fotografo per una agenzia di moda. Quello che avevo capito rapidamente era che non sono un grande fotografo e che se mai fossi riuscito a fare una carriera nella moda quello non era un mondo che mi appassionava. Mentre ero lì però mio cugino, Pasquale Croce, mi chiese se sapessi usare Photoshop. Risposi di sì e mi ritrovai catapultato in una società che curava effetti visivi a realizzare uno spot per Coca-Cola, quasi senza sapere da dove cominciare. Le inquadrature su cui stavo lavorando però piacquero al regista dello spot, che si rivelò essere Michel Gondry. In quella società poi eravamo in pochi a parlare inglese: venivo mandato in giro per il mondo e poco dopo arrivai sul primo set di pubblicità importante negli Stati Uniti, con un regista all’epoca molto in auge che si chiamava Frédéric Planchon. Poi sono cominciati i film americani, Batman & Robin e Fight Club, sul set con David Fincher. Mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, tutto molto alla Forrest Gump. Quello era il mondo che sognavo: informale, piacevole, che mi permetteva di viaggiare, di conoscere gente interessante e di fare spesso cose diverse. Penso che Fight Club sia stato un po’ il momento della svolta. Ero l’ultima ruota del carro, ma soltanto tre anni dopo il mio ingresso in quel mondo avevo la sensazione di essere arrivato ad una meta importante.

Come hai riallacciato i tuoi rapporti con l’Italia?

Dopo alcuni anni un po’ interlocutori, ho iniziato a lavorare con produttori italiani. Prima tutti gli script che arrivavano dall’Italia venivano cestinati, perché il mio capo francese non riteneva gli italiani affidabili. Molti non lo erano davvero, ma il mio dialogo con alcuni produttori italiani si rivelò positivo e cominciai a fare pubblicità per loro. Da lì abbiamo iniziato a conoscere case di produzione e registi, verificando che si stava creando un mercato. Era il Duemila e in Italia c’era pochissima gente che lavorava sugli effetti. Sempre con mio cugino Pasquale abbiamo deciso nel 2001 di aprire la EDI a Milano, iniziando con la pubblicità e avvicinandoci anche al cinema. C’era bisogno di effetti visivi, e noi abbiamo portato il know-how. Siamo stati molto fortunati ad intercettare una fetta di mercato in maniera privilegiata. In Francia tutti facevano un po’ tutto. Io facevo il producer, il supervisore e il compositor, cioè discutevo di numeri con il produttore, poi andavo sul set e dicevo al regista come dirigere le scene, infine prendevo il girato e mi mettevo sul computer a lavorarci. E questo per gli americani, abituati ad un modello di lavoro iperspecializzato, era inconcepibile. In Italia abbiamo trovato una realtà diversa: produttori esigenti, con un innato senso del bello, ma che non hanno mai soldi e mai tempo. Capimmo che il metodo da adottare non era quello americano ma quello francese, in cui ognuno fa quante più cose possibile. Questo ci ha permesso di fare molto, a prezzi più contenuti, in tempi più contenuti.

 

(...)

L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
Abbonati, acquistalo o cercalo nei punti vendita.

Stefano Lorusso
Stefano Lorusso

Medico e cinefilo, affianca da anni al camice bianco l’amore per il cinema, considerandolo la migliore delle terapie. È stato collaboratore della riviste Nocturno e  I-filmsonline. Dal  2010 è nella redazione di Paper Street, per cui segue ogni anno la Mostra del Cinema di Venezia.  È autore di saggi pubblicati sulle raccolte Il Divo di Paolo Sorrentino – La grandezza dell’enigma (2012) e Cento registi per cui vale la pena vivere (2015), editi da Falsopiano. Ha collaborato alla creazione del portale Longtake con schede sul cinema di Spielberg, Antonioni, Rosi, Wenders. Nel 2017 fonda il circolo di cultura cinematografica “Formiche Verdi”, attivo nell’organizzazione di numerose manifestazioni e rassegne. Speaker radiofonico, cineblogger, collezionista, esplora il cinema in molte direzioni, dalla ricerca musicale a quella iconografica legata alla produzione di manifesti e locandine.

La sua pagina


© Riproduzione riservata. È vietata qualsiasi riproduzione su qualsiasi mezzo senza autorizzazione esplicita di Awand e degli autori.
© All rights reserved. Any reproduction on any medium is forbidden without the explicit authorization of Awand and the authors.