CINEMA. «Mi sento un docu-ascoltatore: preferisco lasciar raccontare piuttosto che raccontare in prima persona. Il mio è un innesto continuo di sintesi poetica e personale sul racconto del reale.»

Con sguardo curioso e mordace ha raccontato la Puglia che nessun cineasta aveva mai osato filmare. Il suo cult LaCapaGira ha immortalato una Bari livida e underground, molto prima che il capoluogo pugliese si trasformasse in location da cartolina per le grandi produzioni televisive. Da oltre vent’anni il suo cinema attraversa l’Italia muovendosi sul confine sottile tra finzione e documentario, sempre alla ricerca di storie dense di umanità e di speranza.
Il tuo nome è legato in modo indissolubile a Bari, ma l’anagrafe rivela che sei nato a Salerno. In Puglia come ci sei arrivato?
Ho vissuto un’infanzia e un’adolescenza nomadi, singolari e profondamente formative. Essendo mio padre un funzionario pubblico con aspirazioni di carriera, ho cambiato città ad ogni ciclo scolastico: l’asilo a Salerno, dove sono nato, le elementari a Latina, le medie a Matera, il liceo a Bari e il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Curiosamente per i miei compagni di scuola sono stato di volta in volta il napoletano, il romano o lo spatriato. Quando sono arrivato a Bari ero sociologicamente neutralizzato. Questo mio apparire per certi versi apolide ha probabilmente alimentato una forte curiosità verso l’identità e i dialetti locali. In Puglia mi sono riscoperto un osservatore attento, forse proprio perché sgravato dai limiti culturali e dai pregiudizi tipici di chi in un posto ci nasce e vi affonda una lunga tradizione familiare. Ho guardato questo territorio con un sano equilibrio tra distanza e affetto, una lucidità dovuta al non avere sangue barese per diritto di nascita. Pugliese sì, però: un ramo della mia famiglia è di origini foggiane. Il legame con Bari nasce quindi tra i banchi del liceo, ma si fortifica nell’aver vissuto la città in un’epoca sospesa tra gli anni ‘80 e ‘90, quando questa terra era la vera frontiera d’Europa. I clandestini, il contrabbando e le rotte adriatiche della droga sono stati determinanti nel focalizzare l’interesse nazionale verso la nostra regione. Una frontiera che potremmo definire verticale, antecedente a quella odierna di Lampedusa e della Sicilia che invece è orizzontale. Quell’emergenza storica ha spinto autori come me a raccontare la Puglia con il desiderio di ribaltare l’invisibilità e lo stereotipo in cui fino ad allora era stata costretta: per sintetizzarla in una frase, volevamo chiarire che non eravamo di Béri, ma d’Bar.
Come è cambiato nel corso degli anni il tuo rapporto con la città e come l’hai vista cambiare?
Dipende dalle angolazioni. Nel cinema, d’altronde, è sempre una questione di punto macchina. Se guardiamo “ad altezza d’uomo”, l’ho vista nettamente migliorare. La qualità della vita a Bari è cambiata moltissimo, ed è anche per questo che sono tornato a viverci. All’età in cui la frequentavo io di notte, negli anni ‘80, eravamo abituati a inquadrare a decine di metri di distanza le persone che stavamo per incrociare o i tratti di strada da evitare. Oggi questo problema non esiste più. Si respira un senso di libertà e benessere che ti fa sentire orgoglioso di appartenere a una città che offre una tale percezione di sé. Dall’altro punto di vista, quello “rasoterra”, in effetti Bari ha perso autenticità e forza espressiva. Oggi i suoi storici chiaroscuri si sono sfumati, come se la città avesse indossato un occhiale che uniforma la visione, rendendo lo scenario meno affascinante. La gentrificazione ha in parte spento quel teatro metropolitano che si respirava un tempo: si sente meno dialetto per strada e soprattutto si avverte più sfumato quel sulfureo combinato di contraddizioni che rappresentava l’essenza della città fino alla fine degli anni ‘90.
(...)


