Come stanno i giornali di carta? I numeri parlano di un declino piuttosto repentino, i milioni di copie vendute fino agli anni Novanta oggi sono solo centinaia se non decine di migliaia anche per testate nazionali molto note. Ma i numeri da soli non dicono mai tutto, per questo abbiamo voluto incontrare due giornalisti di grande rilevanza e con sensibilità vicine a quella di Awand, sono infatti entrambi art director e voi lettori sapete quanto noi teniamo ai linguaggio visivi.
Stefano Cipolla lavora per l’Espresso e da un paio di anni ha dato vita a Grafica Magazine, trimestrale dedicato appunto alla grafica e alle discipline che ruotano intorno al mondo della comunicazione visiva. Angelo Rinaldi è vicedirettore di Repubblica — dove lavora dal 1996 — e di Cipolla è stato maestro, dopo essere stato a sua volta allievo di quel Piergiorgio Maoloni, genio della grafica editoriale, di cui ha scritto per noi sul numero 8.

Vi sentite più art director o più giornalisti?
Rinaldi. La mia è una formazione artistica, ho fatto il Liceo Artistico e Architettura, ma lavorando in un giornale devo essere prima di tutto un giornalista: la cosa più importante è la notizia e il modo di comunicarla. È quello che mi ha insegnato il mio maestro, Piergiorgio Maoloni: l’ideale, per un giornale, è considerare tutto come materia prima, il testo è materia prima, la foto è materia prima. Quello che spetta a te come comunicatore è lavorare la materia prima. Il lavoro di un art director è quello di risistemare le notizie, fonts, immagini, spazi, non sono decorazioni ma il loro insieme concorre a comunicare. Questo è il lavoro vero, un lavoro di riflessione, non più di inerzia ripetitiva.
Cipolla. Sono ovviamente d’accordo con Angelo, anche perché io ho imparato il mestiere proprio da lui. Aggiungo che siamo anche progettisti, seguiamo tutto il percorso di costruzione del timone, la gerarchia delle notizie all’interno del giornale e della stessa pagina. Nel 1996 Michael Rock parlava del designer as an author, come autore. Io non sono d’accordo, perché deve essere un produttore.
Qual è stato il vostro percorso, come siete arrivati a questa professione?
R. Per me è stata la necessità di trovare un lavoro che mi permettesse di studiare a Milano. Ero al Politecnico e mia madre da sola non ce la faceva a mantenermi. Una sera ho conosciuto Guido Chiericetti, un vignettista piuttosto noto allora, gli ho chiesto se avesse bisogno di aiuto in studio, qualche giorno dopo gli ho portato un po’ di illustrazioni e vignette «Qualcosa di buono c’è». Così, quando Il Sabato, un settimanale di allora, cercava un illustratore, ho chiamato in redazione e ho preso appuntamento. Quella è stata la mia fortuna, perché è così che ho mosso i miei primi passi nel mondo dei giornali. Poi Guido Folloni, il direttore, è passato all’Avvenire, l’ho seguito e i miei disegni sono apparsi anche su quel giornale. Ma le coincidenze positive non erano ancora finite. Nel 1984 Maoloni, lascia il Messaggero e gli viene commissionato il ridisegno proprio del quotidiano cattolico e avendo bisogno di assistenza chiede se in redazione c’è qualcuno che lo possa affiancare. All’epoca, fatta eccezione per il Messaggero e Repubblica, i giornali non avevano un ufficio grafico, così gli dicono «C’è questo ragazzo che fa le vignette, se vuoi provare lui». Mi hanno assunto e ho cominciato a lavorare con Piergiorgio, avevo solo 20 anni. Con lui nell’89 sono passato a La Stampa. Tra una cosa e l’altra ho collaborato anche con il Giorno, il Mattino, il Corriere della Sera... infine, nel 1996, sono approdato qui a Repubblica, trent’anni fa.
S. Quando ho finito il Classico non avevo idea di cosa fare. A me è sempre piaciuto disegnare ma di grafica non sapevo nulla, la prima a parlarmene è stata un’amica, così ho saputo dell’esistenza dello IED e del Centro Studi di Comunicazione, qui a Roma. Entrambi private per cui avrebbero pagato i miei. Con loro ho fatto un patto, frequentare sì la scuola di grafica ma iscrivermi allo stesso tempo a Scienze Politiche, che non si sa mai. L’impatto è stato forte, altri venivano dall’Istituto d’Arte o dall’Artistico e avevano nel disegno una mano baciata dal talento. Per fortuna erano gli anni dell’arrivo dei Mac e grazie a quelli ho recuperato terreno. Già mentre ero iscritto al terzo anno ho cominciato a frequentare agenzie di pubblicità e imparare il mestiere vero e proprio. I giornali sono arrivati dopo un paio d’anni da freelance, testate di settore come Satellite oppure di musica come Rockstar. Nel Duemila, per una sostituzione di maternità, ho avuto l’occasione di entrare al Manifesto, un quotidiano che non rincorre la notizia, con orari umani (cominciando nel primo pomeriggio, non si finiva mai più tardi delle dieci di sera) che mi permettevano di dedicarmi anche alla famiglia, cosa di cui in quel momento avevo bisogno. È lì che ho conosciuto il vero lavoro di redazione, l’adrenalina — erano gli anni dell’attacco alle Torri Gemelle e del G8 di Genova — e quella sensazione di aver fatto il giornale più bello del mondo, sì, ma il giorno dopo devi ricominciare da capo... Quando ho potuto riprendere ritmi più serrati, di mattina ho preso a lavorare anche in Vespina, il service editoriale di Giorgio Dell’Arti, il fondatore del Venerdì di Repubblica. Nel 2004 sono approdato infine al Gruppo l’Espresso, la storia professionale sicuramente più importante per me. Prima a Repubblica e in questi ultimi anni al settimanale, prima che ci fosse la separazione di quello che poi è diventato il Gruppo Gedi.
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