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Musica. Formato nella Milano del dopoguerra tra il Piccolo Teatro, “Il Politecnico” di Vittorini e l'“Avanti!”, sviluppò una ricerca eclettica e insofferente alle ortodossie ideologiche. Pioniere della musica elettronica con Berio e Maderna, critico, autore teatrale e co-fondatore del Nuovo Canzoniere Italiano, promosse spettacoli storici come Milanin Milanon e Bella ciao. Prima di approdare alla cattedra di etnomusicologia al DAMS, intese sempre l'azione culturale come un'opera pubblica di contaminazione tra i linguaggi e continuo piacere intellettuale.

Leydi

Roberto Leydi in una foto di Ferdinando Scianna da In viaggio con Roberto Leydi, Squilibri, 2015

 

Cominciamo con il dire da subito che a Roberto Leydi vanno molto stretti gli abiti del co-fondatore della moderna etnomusicologia italiana, per cui è ricordato nelle cronache italiane, avendo indossato nella sua vita molte altre vesti ed essendosi cimentato in innumerevoli altri ambiti, anche molto distanti tra loro.

Critico musicale dell’“Avanti!” nella Milano del secondo dopoguerra, collaboratore della televisione svizzera e della RAI, precocissimo autore di disparate monografie e tra i pionieri della musica elettronica in Italia, co-fondatore del Nuovo Canzoniere Italiano e protagonista di spicco nella stagione di massimo splendore del folk revival, ideatore e promotore di innumerevoli spettacoli teatrali, da Pietà l’è morta a Milanin Milanon, e di una più fitta attività concertistica con la moglie, Sandra Mantovani; e, ancora, direttore della Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro, consulente discografico per la Vedette, per la quale cura la più ampia raccolta di “musiche del mondo” che si sia vista in Italia; fautore e coordinatore, per la Regione Lombardia, della più vasta ricognizione multidisciplinare che sia mai stata effettuata su un territorio regionale. Le indicazioni potrebbero moltiplicarsi, in relazione a molti altri ruoli e incarichi, ma credo siano sufficienti per ravvisare in Roberto Leydi le sembianze di un autore che attraversa da protagonista gran parte della cultura italiana del secondo Novecento, prima e dopo il suo approdo alla cattedra di Etnomusicologia al DAMS di Bologna, in una straripante ricchezza di relazioni intellettuali e in una duratura solidarietà di intenti con Luciano Berio e Umberto Eco, gli amici di tutta una vita. Un agire intellettuale, il suo, contrassegnato dalla capacità di farsi trovare pronto nei momenti in cui la cultura è chiamata ad agire come causa, propellente e motore di possibili trasformazioni, e sostenuto sempre da un costante, ma non esclusivo, riferimento alla musica oltre che dalla tensione a tradurre in spettacolo le proprie idee nella convinzione che solo in un ambito pubblico potevano diventare lievito e agenti di cambiamento: istanze e principi radicati nella sua stessa formazione, sulla quale converrà ora soffermarsi per meglio comprendere le peculiarità di una storia intellettuale per molti versi irripetibile e impossibile a riassumersi in poche pagine.

A l’“Avanti” Leydi era arrivato, non ancora ventenne, grazie al critico musicale del giornale, Ferdinando Ballo che, già prima della fine della guerra, era uno dei riferimenti principali per quanti in città aspiravano a uscire dai limitati orizzonti in cui il regime aveva rinchiuso la vita culturale. Il responsabile delle pagine teatrali era Paolo Grassi che con Ballo avrebbe condiviso numerose altre vicende, mossi dalla stessa esigenza di dare vita a spazi pubblici in cui ospitare le novità più rilevanti della cultura internazionale. Quando, il 14 maggio del 1947, Grassi vede realizzarsi i suoi progetti attorno a un teatro pubblico, Ballo è già impegnato con i Pomeriggi musicali che, al Teatro Nuovo, offrivano alla città prostrata dalla guerra la possibilità di ascoltare la grande musica del ’900, da Webern a Hindemith. Tra gli spettatori di quei primi spettacoli, tanto al Piccolo Teatro quanto al Teatro Nuovo, c’è anche il giovanissimo Leydi e con lui i suoi amici, tra i quali Luciano Berio che in quella sala avrà così modo di ascoltare per la prima volta autori fondamentali per la sua futura carriera.

Per delimitare l’ambito della sua formazione, accanto ai nomi di Ballo e di Grassi, Leydi indicherà anche quello di Elio Vittorini che, già con l’editoriale del primo numero de “Il Politecnico”, dava una forma compiuta alle tensioni sottese all’agire di quegli intellettuali votati allo spettacolo e, pertanto, orientati verso una «nuova cultura» capace di incidere nel corpo della società. Con l’evidenza accordata a disegni e fotografie, “Il Politecnico” annunciava anche l’attenzione per generi fino ad allora trascurati o disprezzati, come il foto-racconto, la letteratura disegnata, i manifesti e i fumetti, secondo uno sperimentalismo “multimediale” adottato già in Americana, e ripreso poi con Conversazione in Sicilia. Per quanti si affacciavano sulla scena subito dopo la guerra, Vittorini, per le sue traversie con il partito nel quale militava, rappresentava anche l’attestazione più emblematica dell’impossibilità di operare all’interno di strutture organizzate attorno a un’ortodossia dottrinale. Al di là delle sue stesse intenzioni, Vittorini prefigurava così il canone e la poetica di una concezione del lavoro intellettuale che a lungo avrebbe accompagnato i lettori formatisi sulle pagine del suo giornale, ben oltre la sconfitta elettorale del 1948 e i ‘lunghi inverni’ discesi sulle illusioni della sinistra italiana. Una concezione che portava a intendere il lavoro intellettuale, per sua intrinseca natura, un fattore di trasformazione, destinato a rivelare quasi ineluttabilmente il proprio potenziale di liberazione.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 21 di Awand, autunno 2026.
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