POESIA. Poeta e scrittrice di libri per l’infanzia, ci racconta del suo rapporto con la parola, i bambini, il mistero, le fiabe e le ispirazioni «Accade che la parola trasformi, come un atto magico, a volte come una preghiera. Almeno dentro di me. Orienta, dice addio o benvenuto, accoglie cose nuove, si prepara. In me agisce. E fallisce anche, tante volte. Ma ritenta».

Silvia Vecchini

Silvia Vecchini in un ritratto di Beatrice Vincenti

 

La scoperta della poesia ha coinciso con l’adolescenza ed è stata per me una specie di seconda nascita nella parola. Da quel momento ho iniziato a scrivere e la poesia è stata la prima forma che hanno preso le mie parole. È la lingua in cui penso le storie, è il modo in cui conosco e mi avvicino alle cose. Christian Bobin parla della poesia come una spiegazione che non spiega niente, come una scienza. Ecco è la mia scienza.

Che cosa fa di una poesia una poesia?

Per me l’onda del suono che porta il pensiero. Sentire che la parola è andata avanti a cercare qualcosa che non sapeva ancora, che il pensiero in qualche modo ha scavalcato se stesso in una sequenza di suoni e di significati che si dipana, si addensa producendo dei salti, delle perdite, delle improvvise illuminazioni. Questo movimento.

A quale domanda rispondi quando scrivi?

Come scrive Szymborska, mentre i poeti continuano a ripetersi “Non lo so”, ogni poesia è forse un tentativo, testimonia lo sforzo di rispondere a questa affermazione. C’è una bella poesia di Giusi Quarenghi che mostra un viale in autunno e il cielo che fatica a entrare. Inizia con il verso “Vorranno pur dire qualcosa queste foglie...” e poi il pensiero e la parola cercano, cercano attorno, vanno a passeggio sotto le chiome e guardano e continuano a domandarsi che cosa vogliano dire.

Vorranno pur dire qualcosa queste foglie/ così lente a morire che insistono/ a stare sui rami d’inverno i viali/ in città ricolmi di gialli gloriosi di ruggini/ caldi il cielo che non trova dove infilarsi/ le chiome compatte che il vento non smaglia/ la pioggia non buca vorranno pur dirmi/ qualcosa.

Mi piace molto che la poesia termini con quello spostamento “vorranno pur dirmi/ qualcosa”. Descrive bene come nasce una poesia. Anch’io provo a rispondere alla stessa domanda. Una specie di enigma dentro il reale, scritto sulla sua superficie, un mistero anche minimo. Qualcosa in me reagisce a ciò che ai miei sensi sembra una domanda, non risolve, non scioglie il mistero, ma è un’occasione di accordarmi a una frequenza che vibra, illumina, sposta, solleva un dettaglio, un pezzetto di mondo, di linguaggio, di visione.
In un piccolo libro, La via della narrazione (Feltrinelli, 2022), Alessandro Baricco parla della fase embrionale delle storie, anzi di un momento ancora precedente, prima ancora che si formi l’intensità necessaria a desiderare di esplorare una possibile storia. Scrive: “Accade talvolta che singole tessere del reale escano dal rumore bianco del mondo e si mettano a vibrare con una intensità particolare, anomala”. Qualcosa di simile accade per me con la poesia ma questa tessera del reale che inizia a vibrare è anche “un pezzetto di lingua” come scrive invece Charles Simic paragonando la poesia a objets trouvés disposti su una tavola.
È così. Mi chiedo che cosa siano questi oggetti, che relazioni abbiano tra loro, con me, che cosa abbiano da dirmi, mi chiedo perché posso vedere quella vibrazione e non un’altra, che cosa c’è dietro. La lingua va in esplorazione richiamata da questo mistero.
C’è qualcosa in particolare da cui trai ispirazione?
Sono attratta dall’infanzia, dalla natura, dagli ambienti, dagli oggetti, dalla memoria, da tutto ciò che è in trasformazione e allo stesso tempo c’è da sempre, sicuramente da prima che io lo veda. Quello che mi fa sentire che sono ospite passeggero. Mi piace concentrarmi su cose piccole, ma senza retorica delle piccole cose che personalmente detesto. Sono semplicemente la porzione che mi assegno, un punto di vista, uno scarto. Come il neon in una brutta scuola.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 11 di Awand, primavera 2024.
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Sara Elena Rossetti
Sara Elena Rossetti

Sara Elena Rossetti insegna lingua e civiltà inglese a Sesto San Giovanni (MI).

Ha lavorato come traduttrice per NextMediaLab, Fondazione Mudima, DesignVillage e Creativi Digitali. Ha collaborato come attrice e drammaturga con la compagnia teatrale Favola di Mattoni e ha girato con R. Cacciola il documentario Sogni? e con A. Sartori la videopoesia Who am I?.

Si è occupata della traduzione di poesie di Christina G. Rossetti (San Marco dei Giustiniani e GalassiaArte) e di Andrea Inglese (Patrician Press). Nel 2014 ha pubblicato una raccolta di poesie (Arcobaleno Rainbow, Patrician Press) e successivamente diversi aforismi con Edizioni Pulcinoelefante. Attualmente continua la ricerca poetica con MilleGru con cui si occupa principalmente di teatropoesia e poetry therapy.

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