Awand. Rivista analogica di arti e creatività

ei manifesti in bianco e nero e la Biennale di Mosca. George Hardie, la storia come strumento di progettazione, il Compasso d’oro, l’insegnamento, Duchamp, Celant e Szeemann. Come in un gioco di enigmistica in cui la figura si rivela solo se l’occhio è attento e scruta la pagina: ritratto a matita di un maestro della grafica contemporanea.

leonardo sonnoli

Leonardo Sonnoli in un ritratto di Enrico De Luigi

 

Sulla Treccani si legge: “Sonnoli Leonardo, progettista grafico, nato a Trieste il 16 giugno 1962. Inserito nel 2004 da Phaidon Press, nel volume AREA, fra i graphic designers più importanti e innovativi del panorama mondiale” e ancora “I suoi lavori, conservati in numerose collezioni pubbliche internazionali, hanno meritato importanti riconoscimenti: il Rodchenko award (2008), la medaglia d’argento alla Triennale di Toyama (2000), lo Special prize alla Biennale di Hangzhou (2003), il Merit award dell’Art directors club di New York (2002) e l’Excellent award del Tokyo type directors club (2014). Nel 2011 ha vinto il Compasso d’oro per il progetto di identità visiva e di comunicazione del Napoli Teatro Festival Italia (2008-10), che si aggiunge alle menzioni d’onore negli anni 2001 e 2014”. Ma partiamo dall’inizio.

In che modo è nato il tuo interesse e la tua curiosità per il mondo della grafica?

In modo preciso non lo so: a diciotto anni non mi era così chiaro cosa fosse la grafica. Da piccolino mi piacevano molto i francobolli, proprio come oggetto. Ero molto incuriosito dall’arte, andavo spesso per gallerie, ricordo di aver visto una mostra di Scanavino alla galleria Planetario… Pensavo di andare a lavorare, poi mi sono iscritto alla facoltà di economia e commercio, ma ho capito subito che non faceva per me. Un giorno, casualmente, su un giornale femminile ho letto un trafiletto che raccontava l’esistenza di una scuola di grafica, che poi era l’ISIA di Urbino. Sapevo che era difficilissimo entrare, dunque, ho iniziato storia dell’arte a Trieste e, senza grande fiducia, ho tentato il test, ma con l’idea che non mi avrebbero mai preso. Avevo in mente di andare al DAMS a Bologna e invece mi hanno preso e lì ho incominciato a farmi un’idea di cosa fosse la grafica.

E che cos’era la grafica? O almeno, cosa ti sembrava fosse?

È stato molto difficile, soprattutto i primi due anni, perché c’erano molti ragazzi che avevano fatto l’istituto d’arte, disegnavano molto bene e invece io ero pessimo nell’illustrazione. Ero abbastanza depresso ma poi ho scoperto che c’erano degli artisti che usavano la tipografia, che si poteva lavorare con i caratteri e mi sono innamorato di questa possibilità. Dopodiché la mia fortuna è stata che non mi hanno rinnovato la sospensione della leva militare e, dopo due anni di ISIA, sono tornato a Trieste per un anno a fare l’obiettore di coscienza in un centro culturale. Trieste era una città estremamente conservatrice nonostante le molte influenze internazionali, eppure sui muri avevo visto dei manifesti di mostre ed eventi culturali che mi avevano colpito molto: erano firmati “Tassinari Vetta”. Lo stesso nome lo avevo visto nel colophon di catalogo di una mostra sul futurismo giuliano. Quel catalogo era curato da un’amica che mi presentò Pierpaolo Vetta e così ho incominciato a frequentare il suo studio. Passavo lì tutti i pomeriggi, fino a notte fonda, e allora ho capito che cosa era la grafica, o forse non lo avevo capito benissimo, ma mi era ormai chiaro che mi piaceva.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 12 di Awand, autunno 2024.
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Federica Boragina
Federica Boragina

Federica Boragina (1986), dottore in ricerca in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Torino, è attualmente impegnata come professore a contratto di Storia della Videoarte presso l’università Cattolica, dove si è laureata e specializzata, e come editor presso Electa. 

Dal 2009, con Giulia Brivio, ha fondato lo Studio Boîte, realtà dedicata all’editoria d’artista e sperimentale.

I suoi studi riguardano la scena artistica italiana del secondo dopoguerra, la cultura underground e l’editoria d’arte. 

Ha pubblicato Fabio Mauri. Che cosa è, se è, l’ideologia nell’arte (Rubbettino, 2012); Interno domestico. Mostre in appartamento 1972-2013 (con Giulia Brivio, Fortino Editions, 2013); Editoria e controcultura. La storia dell’ed.912 (Postmediabooks, 2021) e numerosi articoli relativi alle ricerche artistiche fra gli anni Sessanta e Settanta.

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