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ARTE. Instancabile sperimentatore, ha attraversato correnti artistiche come la pittura segnica, l’arte concettuale, la narrative art e il cinema d’artista ma è anche architetto, direttore di riviste e musicista. «Ho da sempre l’attitudine a pensare, costruire, lavorare e creare attraverso uno sguardo attento nei confronti della società». Il suo approccio non è arte “nel sociale”, cioè spostata semplicemente fuori dalle gallerie o dai musei, ma è arte “per il sociale”.

 Ugo La Pietra By Cartacarbone 02

Ugo La Pietra in un ritratto di Cartacarbone (dettaglio)

 

Parlare con Ugo La Pietra significa accendere micce sui temi più vasti che aprono riflessioni sul mondo dell’arte e sul contemporaneo che viviamo. Grande comunicatore, i suoi racconti sempre appassionati e lucidi rivelano con grande consapevolezza la direzione delle sue proposte e il suo ruolo nel mondo dell’arte.

Laureato in Architettura nel 1964 al Politecnico di Milano (con una tesi sulla “Sinestesia tra le arti”) e contemporaneamente pittore, musicista, insegnante, curatore di progetti espositivi ed editoriali, si autodefinisce un ricercatore che opera nel sistema delle arti visive. Il territorio di ricerca privilegiato è sempre stato l’ambiente urbano e il suo rapporto con l’essere umano.

Instancabile sperimentatore, negli oltre sessant’anni di attività ha attraversato diverse correnti artistiche (dalla Pittura segnica all’arte concettuale, dalla Narrative Art al cinema d’artista), ha utilizzato molteplici medium e ha sempre sviluppato in modo critico la componente umanistica, significante e territoriale dell’arte e del progetto.

All’inizio degli anni Sessanta eri uno studente di architettura al Politecnico e contemporaneamente un giovane pittore che frequentava Brera e gli artisti che avevano come riferimento Lucio Fontana. Fin da subito avevi iniziato a sviluppare un doppio ambito di ricerca, come vivevi questi due mondi?

In quegli anni vivevo questa contraddizione perché le varie discipline erano ancora molto distinte tra loro. Poi successivamente, negli anni Sessanta-Settanta, ci sono stati dei veri e propri riavvicinamenti tra l’ambito dell’architettura e quello dell’arte, della pittura. Noi, io e alcuni amici della mia generazione, abbiamo cominciato a realizzare le prime esperienze di travaso tra un ambito e l’altro, nel tentativo di far passare qualche concetto, qualche considerazione tra il mondo dell’architettura e il mondo dell’arte… È chiaro che in quel periodo vivevo una vita piena di contrasti perché, se da una parte la Facoltà di Architettura era rigorosissima e richiedeva allo studente degli sforzi importanti nello studio e nel lavoro per gli elaborati di progetto, dall’altra il mondo dell’arte, della pittura, in cui mi stavo muovendo, era esattamente l’opposto: non c’erano regole. Quindi queste due realtà erano molto in contrasto tra di loro, aggiungi poi anche il fatto che di sera andavo a suonare (il clarinetto nei circoli di jazz, NdR), avevo anche una terza attività artistica, un’altra situazione dove però le regole ce le davamo noi musicisti, perché cercavamo di ripercorrere un certo tipo di stile di jazz tradizionale.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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