Awand. Interviste alla creatività

 «Scrivo soprattutto di notte, il giorno lo impiego a convincermi che devo scrivere. Ma anche perché la notte è una dimensione di solitudine: le cose e le persone sono lontane, senti la mancanza di quello che non è accaduto, e osservi i tuoi desideri, e le tue paure, gonfiarsi in modo mostruoso.»

Silvia Righi foto1

 

Vi presentiamo qui la poesia di Silvia Righi, giovanissima poetessa che ha appena vinto il premio Pordenonelegge Poesia 2021, I poeti di vent’anni. La sua poesia è carismatica, filosofica, ammaliante, usa parole forti che rischiano di entrare e fare segno. Attenzione ai poeti, ai loro sguardi e ai loro versi, e poi la notte, quando chiudete gli occhi, Awand, attenti ai sogni. 

 

Cos’è per te la poesia?

Come ho scritto di recente in una nota di poetica uscita su L’Estroverso, (Non) sputare diamanti dalla bocca, credo che qualsiasi discorso sulla poesia non dovrebbe essere altro che un’ipotesi. Forse proprio il vuoto che separa il soggetto dalla risposta a questa domanda, dunque la tensione ineliminabile verso la risposta, è il non-luogo in cui cercare. La dimensione della possibilità, degli spettri, di ciò che muta continuamente. Aggiungo che, a grandi linee, davanti a questa domanda si rivelano tre categorie di poeti: quelli che si atteggiano a dive del XXI secolo e sfoggiano risposte cinico-lapidarie tipo «so di non sapere» o «non rispondo mai a queste domande», quelli che attaccano (a volte con successo, ma più spesso rovinosamente) coi pipponi filosofici, e quelli che si arrampicano sugli specchi perché ancora il gesto della poesia è preminente rispetto alla sua teorizzazione e/o magari non si sentono all’altezza di pontificare per questioni anagrafiche. Io mi colloco tra la seconda e la terza categoria, con sbilanciamento drastico verso quest’ultima (spero). Il mio modo di arrampicarmi sugli specchi è il seguente: non riesco a dare una definizione di poesia ma posso usare una narrazione esistente come messinscena, una storia e dei personaggi sui quali proiettare i significati che non so esprimere.

Prendiamo ad esempio la fiaba intitolata La signora delle Nevi, una delle più famose di Andersen. Tutti conoscono l’inizio e la fine ma c’è un momento, prima del «e vissero per sempre felici e contenti», che passa quasi inosservato; per me, per quello che mi serve dire ora, è invece significativo.

La Regina delle Nevi promette al giovane Kay la ricchezza e la libertà se solo sarà in grado di comporre la parola «eternità» con i frammenti di ghiaccio che lei gli ha donato, ma più Kay guarda le lettere, più Kay si concentra su quell’unica parola, più essa gli sfugge, si dissolve, si allontana da lui come un’allucinazione. Quando Gerda – il doppio femminile, colei che compie il viaggio – supera le porte del castello, lo libera dalla maledizione e lo porta via con sé, allora le vibrazioni dei loro passi attraversano il sottile strato di ghiaccio del pavimento e spingono i giochi incantati della Regina a formare la parola «eternità». E questo è il punto: la definizione di poesia è sempre alle nostre spalle, nel nostro punto cieco. La percepiamo, simuliamo quello che potrebbe essere ma niente di più.

Ricordi la prima volta che l’hai incontrata?

Sì. Forse non è davvero la prima, di sicuro, però, l’incontro di cui ti parlo si è impresso nella mia memoria. Frequentavo la prima media, più o meno, e a un mercatino dell’usato ho visto questo libro con la copertina nera e il viso angelico di un ragazzo dipinto sopra. Illuminazioni di Arthur Rimbaud, edizioni SE, 1999. È stato come un richiamo, mia madre me l’ha comprato perché, mi disse poi, che sembravo ipnotizzata (ho preso anche un portagioie di zucca essiccata decorato a mano, non chiedermi cosa c’entrasse). A casa l’ho divorato. Non ho capito niente ovviamente ma è stato come se un altro sguardo si fosse sovrapposto al mio e la realtà che mi circondava avesse preso fuoco.

Puoi dirci qualcosa riguardo alla tua formazione? Quanto pensi ti abbiano resa ciò che sei le letture dei miti greci, la cultura medievale, la poesia provenzale e gli studi di filosofia del linguaggio?

Tutti i riferimenti che hai citato si sono sedimentati in momenti diversi. Come una collezionista, sento il bisogno di creare degli archivi ai quali attingere per la mia scrittura. I miti sono stati un’ossessione precoce: mi attraeva la genesi di queste storie dove la meraviglia lasciava spesso il posto al mostruoso, al perturbante; quando ho letto Le metamorfosi di Ovidio è stato come entrare in una casa degli specchi: non vedevo altro che un flusso, una materia incandescente che continuamente si rimescolava, si ripeteva e dava vita a nuove immagini, a nuovi nomi, a nuove tragiche conseguenze. Stavo guardando dentro a una ragnatela di fili rossi dove ogni elemento era connesso a un altro da un segreto. In un tale labirinto di echi mi piaceva inseguire le vicende di questi corpi liminari, mutanti, mi sembrava che rompessero delle convenzioni di cui ancora non ero consapevole (in seguito, grazie alla cultura queer e al femminismo ho messo a fuoco più lucidamente determinate tematiche): l’ermafrodito, Tiresia, la ninfa Eco, per non parlare delle figure femminili che, in relazione all’atto erotico, si trasformavano, o venivano trasformate, per punizione o per desiderio altrui, come Aracne, Leda, Io, Procne e Filomela. La radice intrinseca del mito è la possibilità: non esiste una narrazione, esiste un numero x di narrazioni della medesima storia (e sono tutte vere).

La lirica dei trovatori viviseziona un paradosso interessante: il desiderio esiste in assenza dell’oggetto del desiderio, l’erotismo può sopravvivere senza la carne. La parola diventa il rovescio della ferita, il lembo di pelle da ricucire sopra una sottile linea di sangue, ed è così che il trauma, e il desiderio, possono dirsi all’infinito, producendo la nevrosi. Nella poesia provenzale, l’occhio della donna amata è lo specchio d’acqua, dunque simbolo di morte, che riflette l’immagine dell’io maschile; sono donne-spettro, figure di trasparenza che mutano in base al desiderio di chi le desidera. Ma così è anche per i cavalieri amati dalle trobairitz, simulacri di guerra, bellezza, eroismo, dei quali non rimane che un’impronta tra le coperte o il ricordo delle loro promesse d’amore. Ci sono, poi, esperimenti letterari come Lo ferm voler qu'el cor m'intra di Arnaut Daniel che mostrano la volontà ossessiva di rendere visibile l’architettura del desiderio attraverso giochi fonosimbolici e figure di ripetizione. È questo che mi affascina: il tentativo di esumare lo scheletro di ciò che continuamente si trasforma. Ed è lo stesso processo della filosofia del linguaggio, la materia che più di tutte, forse, mi ha spinta a indagare il confine che esiste tra verità e finzione.

Hai degli autori a cui ti senti particolarmente legata?

Queste domande sono sempre difficili perché bisogna inevitabilmente distinguere tra vivi e morti e perché la mia compulsione mi porta a fare delle liste, e le liste annoiano tutti.

Anne Sexton è stata per me un’autrice di riferimento: la mania del sesso, l’ironia dissacrante, la capacità di sintetizzare una nuova categoria semantica a partire dal sacro e dall’osceno, la figura morbosa e titanica del padre, l’uso zoppicante della metrica. Transformations, la riscrittura in versi e in chiave psicanalitica delle fiabe dei Grimm, è una raccolta alla quale sono molto legata, e che sto traducendo. Ho passato anche diverso tempo a invidiare, e a provare a imitare, la visionarietà di Sylvia Plath e Ted Hughes, il loro immaginario notturno al limite dell’allucinazione. Ma forse le letture che mi hanno aiutata di più a mettere a fuoco il mio linguaggio sono state i sonetti di Shakespeare e i versi di John Donne, dove l’onirismo si irradia attraverso il pensiero logico-cerebrale, ed è simile a un bisturi che taglia i tessuti e scopre i nervi del desiderio, dell’amore, dell’attrazione erotica. Tra le poete italiane che più mi hanno segnata ci sono Amelia Rosselli e Cristina Campo: sono due scrittrici cardinali ma opposte, sarebbe come comparare le fiamme al ghiaccio, e le loro riflessioni sulla poesia sono state, e sono, fonti con cui dialogo costantemente. Ho sempre amato moltissimo anche Silvia Bre e Antonella Anedda, se parliamo di viventi (detta così è un po’ macabra mi rendo conto, qualcuno starà facendo gli scongiuri). Devo dire che, in generale, il mio approccio alla poesia è stato caotico e a tratti schizofrenico: ho letto Emily Dickinson insieme a La camera da letto di Attilio Bertolucci, ma sono arrivata assolutamente in ritardo a poeti come Milo De Angelis, Mario Luzi o Giorgio Caproni, mi sono innamorata dei Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke avendo letto sì e no due poesie di Vittorio Sereni, passavo indiscriminatamente da Konstantinos Kavafis a Saffo, a Marianne Moore, a Elizabeth Bishop e a Jacques Prévert. Avevo delle lacune che ad oggi mi sembrano assurde ma che rientravano in una specie di delirio giovanile per il quale tutto quello che mi annoiava era escluso dal mio Pantheon. Alcuni di quei vuoti li sto ancora recuperando. Per quanto riguarda i poeti e le poete contemporanei, ti faccio i nomi di persone con le quali esiste un dialogo anche in termini umani e che, anche se sono distanti dal mio immaginario, penso vadano letti: Tommaso Di Dio (che mi ha fatto conoscere la poesia di Mario Benedetti e ha, tra le altre cose, lavorato insieme a me al libro), Carmen Gallo, Francesco Maria Tipaldi, Simone Burratti, Francesca Santucci, Marilena Renda, Luciano Mazziotta, Antiniska Pozzi, Tiziana Cera Rosco, Gilda Policastro. Una cosa di cui mi rammarico è di essere arrivata con un ritardo imperdonabile all’area di ricerca, dove ci sono voci come quelle di Manuel Micaletto e Simona Menicocci che davvero non possono essere trascurate.

Ci tengo a precisare che, per scrivere Demi-monde, sono stati importanti anche riferimenti extra-letterari come le serie tv, Penny Dreadful e The OA, e il cinema (Sofia Coppola, Wong Kar-Wai, Alice Rohrwacher, Nagisa Oshima, Park Chan-Wook, Emerald Fennell).

Quando e dove scrivi?

Sono terribilmente scostante per quanto riguarda la scrittura, questo perché ho, in fondo, paura di confrontarmi con il gesto; lo vedo come un conflitto, un tentativo un po’ masochista di auto-squartamento. Scrivo soprattutto di notte, il giorno lo impiego a convincermi che devo scrivere. Ma anche perché la notte è una dimensione di solitudine: le cose e le persone sono lontane, senti la mancanza di quello che non è accaduto, e osservi i tuoi desideri, e le tue paure, gonfiarsi in modo mostruoso.

Che rapporto hai con i tuoi sogni? Sono fonte d’ispirazione?

Ambiguo. I sogni, per me, sono una sorta di realtà aumentata, anzi, direi che spesso prevaricano la realtà stessa. Il mio sguardo è filtrato da ciò che ho sognato, da ciò che ho immaginato più che da quello di cui faccio esperienza; è come avere una retina composta di nebbia. Da bambina soffrivo di incubi, da adulta quasi mi spaventa la vividezza di ciò che la mia mente, nel sonno, riesce a concepire: sono mondi a parte che germinano dal desiderio, dalla mancanza, e a volte sono così nitidi da sembrare reali, più reali della parete che ti trovi davanti quando apri gli occhi. E sì, sono fonte di ispirazione. Ho iniziato a trascriverli quando ho scoperto che Elsa Morante teneva un diario dei sogni, volevo imitarla perché la ammiravo incondizionatamente, e dopo aver letto i diari di Anaïs Nin ho avuto davanti la prova che quella materia onirica, aggrovigliata, indecifrabile, se lasciata depositare, è rivelatrice, quando si ritira lascia dietro di sé visioni che non possono essere ignorate. Il problema, alla fine, è distaccarsene, comprendere cosa sia reale e cosa vorremmo che lo fosse.

Ci racconti com’è nato Demi-monde?

Nella prefazione a Fuochi, Marguerite Yourcenar scrive: «Nato da una crisi passionale, Fuochi, si presenta come una raccolta di poesie d’amore, o, se si preferisce, come una serie di prose liriche collegate fra loro sulla base di una certa nozione d’amore». Demi-monde nasce dal desiderio, per e a causa delle riflessioni intorno al mio desiderio (quindi al desiderio femminile). Dunque, Demi-monde si presenta come una raccolta di poesie, e come una serie di prose liriche, collegate fra loro sulla base di una certa nozione di desiderio. Volevo decostruirlo, trovarne la chiave: all’inizio ne cercavo la radice per poterla estirpare, pensavo «smonterò il desiderio come se fosse un giocattolo e scoprirò cosa non funziona». Ovviamente non è stato possibile. Mi sono, invece, resa conto di quanto il desiderio femminile fosse deviante, nel senso di non incasellabile rispetto alle norme che abbiamo introiettato, quanto fosse mutevole e costituisse un oggetto di paura, per gli altri e per me, un oggetto iridescente con una matrice politica. Una sorta di arma carica. Volevo scrivere qualcosa che rispecchiasse questo polimorfismo.

Ho capito che c’era un legame tra alcune poesie quando ho finito quello che, attualmente, è il testo che chiude la Prima transizione: lo associavo a un colore, una specie di indaco, e osservando a ritroso i testi che avevo scritto in precedenza, mi sembrava che alcuni di questi avessero la stessa luminescenza, la medesima traccia cromatica. Demi-monde è anche il frutto dell’unione di due plaquette, Demi-monde e (warning: titolo orribile) Ipertrauma. Ho deciso di unirle quando Carmen Gallo, durante un laboratorio di poesia a Milano, ha letto i testi e, dopo che avevo passato dieci minuti a spiegarle quanto dal mio punto di vista questi due lavori fossero diversi, mi ha detto: «lo sai vero che parlano tutti della stessa cosa?». Così ho iniziato a pensare a una struttura tripartita ma non cercavo qualcosa di netto, volevo che i versi si ripetessero, si modificassero, si rigenerassero continuamente. Avevo questo assurdo groviglio di concetti e immagini, e una serie di testi che non erano all’altezza: in questo senso posso dire che è stato fondamentale per me lavorare a Demi-monde insieme a Tommaso Di Dio, perché ha sostenuto da subito un progetto in apparenza troppo ambizioso ed è riuscito a far emergere nella mia poesia una parte che per me era ancora invisibile, una componente razionale, fredda, consapevole della finzione e dell’inganno della scrittura. Demi-monde sarebbe stato un libro molto diverso senza il suo sguardo.

Mi colpiscono i rimandi al mondo della fiaba e le citazioni di altri autori grazie a cui questo demi-monde viene ad essere ancor più mondo di altri mondi, specchio di altro e intreccio che riflette. Quali sono le fiabe a cui ci riporti e quanto pensi che la fiaba faccia parte di quest’opera?

Sì, la fiaba è tra i “mondi di mondi” che popolano il libro. Dalla fiaba ho estratto, fin dall’infanzia, gli archetipi della paura, del desiderio, della transizione. È un genere che si associa profondamente alla metamorfosi perché ha la sua matrice nel concetto di transizione. È un attraversamento di simboli. Le fiabe alle quali sono più legata sono quelle dei fratelli Grimm e di H. C. Andersen; in Demi-monde compaiono le riscritture di Frau Holle, Le tre melagrane, La guardiana delle oche, I cigni selvatici, mentre altre sono più nascoste, scorrono dentro al testo come una corrente. Sono storie brutali, di sangue e di innocenza al tempo stesso, intimamente connesse al doppio femminile, all’iniziazione sessuale, al perturbante (penso alla testa del cavallo Falada che viene inchiodata sotto a un ponte e parla ogni mattina alla principessa). Sono una fonte inesauribile di visioni.

Ci sono due parole chiave che mi vengono in mente leggendo Demi-Monde: teatro e desiderio. Come vedi la relazione tra teatro e poesia e poesia e desiderio?

In Demi-monde il teatro è una figura, una proiezione, si potrebbe dire un meccanismo narrativo. Demi-monde è stato il tentativo di costruire una sorta di camera dei desideri, un eden artificiale in cui l’io potesse proiettare i suoi feticismi, le sue paure, i sogni irrealizzabili: è un luogo dove paura e attrazione coincidono, dove il sesso trasla continuamente nell’orrorifico e l’allucinazione domina i sensi, li rigenera. L’estetica del teatro mi permetteva di tripartire lo spazio: la realtà, il palcoscenico e il vuoto tra questi due, il non-luogo che viene colmato dalla tensione del desiderio, l’intercapedine che separa la verità dalla finzione e ci interroga sulla percezione che, come individui, abbiamo di entrambe. Volevo un palcoscenico sul quale distaccare le immagini e le situazioni che si annidavano nella mia mente, per vederle agire, per risolverle, per avere davanti agli occhi, come uno specchio, quello che non sono mai stata in grado di dire fino in fondo o di esperire. Forse è stato un atto di deresponsabilizzazione. Ma anche di libertà. Ora posso dire che ciò che accade in Demi-monde è contemporaneamente del tutto vero e del tutto falso.

Com’è cambiata secondo te la poesia con l’avvento dei social e dei nuovi media?

Forse non è la poesia a essere cambiata ma il rumore che esiste intorno ad essa. È vero, le possibilità di esprimere il proprio pensiero in forme pseudo-letterarie si sono moltiplicate, ma il fatto che il sottobosco sia più affollato non significa che non possa emergere quello che ha valore. Credo che, per chi vuole scrivere, dedicare tempo e concentrazione a un’opera organica – un libro, una plaquette – sia più utile che lanciare testi singoli nel mare magnum dell’online sperando di essere notati. Paradossalmente, anche i più ipocriti sanno ancora riconoscere un lavoro di qualità in mezzo allo stordimento generale. I social sono uno strumento, sofisticato e per questo pericoloso, ma anche molto utile, non vanno demonizzati. Possiamo scegliere di invertire delle tendenze che sono dominanti e sposarne altre che aderiscono parzialmente alla nostra necessità. Un’altra cosa da sottolineare è che una parte consistente di poeti e poete sfrutta l’ambiente dei social per tessere le sue reti, esaltando testi e autori di nessun valore per puro tornaconto; poi sono gli stessi che si lamentano se la qualità del dibattito è bassa. Sono anche gli stessi che sentono la necessità di produrre il rumore di cui ho parlato e questo perché, in fondo, sanno che la loro poesia, da sola, non è abbastanza.

 

 

Da Demi-monde
NEM, 2020

 

Ø

Questo è un teatro dei desideri.
Non credete, non abbiate fede
è un gioco per provare
mettere in scena copie comparse
sogni di sogni; si uccidano,
si stringano, brucino al posto mio.
L’illusione
mai sarà più vera
come sulle false labbra di un falso.

*

 

VI

Come Cassandra, con le cosce ben strette,
ho visto il Grande Cavallo oltrepassare le mura
e non avevo voce per impedirlo. Boccheggiavo
come un pesce, le iridi che dilagavano,
ed era crudele non desiderarti
a scapito dei divieti che avevo addosso.
Apollo sputò in bocca a una vergine e la rese profeta
invece tu, più che umana,
hai disarticolato una creatura
banalmente magra, banalmente sessuata
e hai impastato una pulsione.
L’acqua delle attese ha compiuto il miracolo
levigando il bacino da ragazza
e dallo scarto dell’onda è nato uno strano androgino
che a te sarà vicino e separato
come la carne dall’unghia.
Togliendomi il trucco dagli occhi
ho visto il mio futuro.

*

 

Ø

Mondi su mondi
come maschere, come cose perdute
li esibisco.
Possediamo un mondo nell’altro, ognuno ne ha uno,
ci camuffiamo con uno. Plurimi sono gli uno.

*

 

Ø

Le finestre tagliano l’integrità
della casa, in file di tre
buchi color pastello.
Spio lei, mi osservo.
Sto rovistando in cerca di un cuore
dove i cuori dovrebbero annidarsi
tra le mani ho un artefatto
contorto, a spigoli
né buono né cattivo – solo
non è integro. Altri
ne hanno una parte
bambole o automi che non
lo restituiranno: tutti
si credono interi.

*

 

In sogno è in grado di nominare gli oggetti. Finestra. Seme. Camera. Nodo. Respiro. Porta. Afferra il limite di ogni oggetto che si manifesta davanti ai suoi occhi antichi presenti, dove l’oggetto è all’acme della sua essenza – vicino non vicino alla sua dissoluzione – della tensione perfetta della linea, della forma. Accade che tutti gli stati temporali coincidano in uno; un piano sottile come una foglia d’oro, non replicabile. Allora è certa di vederlo, allora impara a desiderarlo. Bisogna avere fede, aspettare. La creatura, eterna nel mutamento, aspetterà. Porta. Respiro. Nodo. Camera. Seme. Finestra.
Ancora.

*

 

 

Silvia Righi (Correggio, 1995), vive a Milano. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano con una tesi sulla casa editrice-rivista Forum/Quinta generazione, si occupa da cinque anni di comunicazione ed eventi culturali, collaborando all’organizzazione di manifestazioni come Festivaletteratura (Mantova) e Festa del Racconto (Carpi). Durante le edizioni 2020/21 di Festivaletteratura ha curato la rubrica di poesia Due punti per la webradio del Festival. 

Sue poesie e interventi critici sono apparse sui blog Formavera, Le parole e le cose, MediumPoesia, Disgrafie e Nuovi Argomenti. Con il racconto Cercate Raperonzolo? è tra i vincitori del bando italo-tedesco 2021 promosso dalla Fondazione Heimann. Nel 2020 ha pubblicato con la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde, con la prefazione di Tommaso Di Dio.

Sara Elena Rossetti
Author: Sara Elena Rossetti

Sara Elena Rossetti insegna lingua e civiltà inglese a Sesto San Giovanni (MI).

Ha lavorato come traduttrice per NextMediaLab, Fondazione Mudima, DesignVillage e Creativi Digitali. Ha collaborato come attrice e drammaturga con la compagnia teatrale Favola di Mattoni e ha girato con R. Cacciola il documentario Sogni? e con A. Sartori la videopoesia Who am I?.

Si è occupata della traduzione di poesie di Christina G. Rossetti (San Marco dei Giustiniani e GalassiaArte) e di Andrea Inglese (Patrician Press). Nel 2014 ha pubblicato una raccolta di poesie (Arcobaleno Rainbow, Patrician Press) e successivamente diversi aforismi con Edizioni Pulcinoelefante. Attualmente continua la ricerca poetica con MilleGru con cui si occupa principalmente di teatropoesia e poetry therapy.

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