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Disegno. Tra le autrici più rappresentative della sua generazione, ripercorre la propria evoluzione artistica, dal legame con il fumetto franco-belga al disegno come percorso di conoscenza di sé stessi e di ricerca visiva. Il lavoro sul corpo umano al di fuori di ogni tabù e stereotipo «In Diario di una cagna è stato importante mostrare l'imperfezione, quello che rende un corpo reale». Un dialogo aperto tra musica, pittura e fumetto, in attesa del suo nuovo volume per Futuropolis.

la padula

 

Aspettavo da tempo la possibilità di intervistare Grazia La Padula e finalmente è arrivata, dopo mesi, anni di lavoro sulle tavole del suo prossimo volume in uscita per Futuropolis. La Padula appartiene alla generazione di mezzo del fumetto, quella che non ha vissuto la stagione delle riviste e che ha cominciato prima che i social dettassero la linea e lo stile di tante altre o altri autori. Agli inizi della sua carriera in Italia non c’era ancora il boom dei cosiddetti graphic novel e lei ha voluto e dovuto cercare in Francia il suo primo editore, rimanendo poi molto legata a quell’ambito professionale. Molte sue illustrazioni da anni compaiono sulle copertine e le pagine di riviste come Linus, Jacobin e la Revue, inoltre è tra le fondatrici di Moleste, collettivo per la parità di genere nel fumetto.

Perché il disegno?

È stato molto naturale, non è stata una vera scelta consapevole. Da un lato era la mia forma per comunicare senza dover utilizzare la voce, essendo da bambina molto introversa e timida. Dall’altro era anche un rifugio. In estate passavo molto tempo dai nonni, senza altri bambini, per cui era sia un modo per impiegare il tempo che un linguaggio che mi piaceva molto.

Ci sono mai stati dei periodi in cui non hai disegnato?

No, mai. Dopo le medie ero indecisa fra il Liceo Classico e il Liceo Artistico. Poi pensai, con un po’ di ingenuità rispetto alle lacune tecniche che avrei potuto colmare prima, di fare il Classico dicendo a me stessa: «Tanto continuerò a disegnare per conto mio; le cose che studierò qui invece non le studierei da sola». In effetti ho continuato a disegnare sempre durante il Classico: gli amici dell’Artistico si facevano fare i disegni da me. Il professore di latino e greco mi rimproverava perché disegnavo mentre spiegava, non capiva che in realtà riuscivo a concentrarmi molto di più in quel modo.

Di fatto sei autodidatta.

Sì, fino alla Scuola di fumetto. Quello è stato il primo percorso.

Disegnavi già con l’idea di creare storie o fumetti? Cosa guardavi allora?

Ho iniziato a leggere fumetti presto: Il Corriere dei Piccoli, Geppo (di cui ricordo l’odore di muffa durante le vacanze estive che ancora oggi mi piace), Topolino e Il Giornalino. Su Topolino andavo subito a cercare le storie di Mastantuono e Cavazzano perché mi piacevano di più i loro disegni.

Facevi già caso a chi fosse l’autore?

A un certo punto ho iniziato a farci caso: c’erano i nomi e li associavo ai disegni che mi piacevano di più. Verso i 13-14 anni sono passata a Dylan Dog. La cosa curiosa è che, pur avendo letto sempre fumetti, non pensavo che potesse essere un mestiere. L’illuminazione è arrivata al liceo: sotto un banco c’era una rivista scolastica per professori in cui si parlava della Scuola Internazionale di Comics. Lì mi si è accesa la lampadina, avrò avuto 15-16 anni, e mi sono detta: «Come ho fatto a non pensare che questo potrebbe essere un lavoro?». La molla nasceva soprattutto dalla passione per il disegno in sé. Da piccola facevo anche dei fumettini, mi piaceva leggere e scrivere, ma la spinta principale era disegnare.

La tentazione di dipingere c’è mai stata?

Sì, l’ho fatto un po’ giocando e provando materiali vari durante la fase liceale. C’era una sorta di ingenuità per cui non vedevo nemmeno quello come un lavoro possibile. L’interesse per la pittura, sia da guardare che da fare, lo porto anche nel fumetto e lo vedo negli artisti che seguo, come Jorge González. Mi dispiace un po’ della barriera che c’è fra l’arte contemporanea e il fumetto. Lo snobismo reciproco. Mi piace quando vedo più apertura, così come è nel modo di narrare degli artisti che mi catturano di più.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 21 di Awand, autunno 2026.
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Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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