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Giornalismo. Un'analisi della sostenibilità economica e culturale della scrittura sportiva contemporanea attraverso l'esperienza di Ultimo Uomo. Emanuele Atturo e Fabrizio Gabrielli raccontano le sfide del lavoro editoriale indipendente, il passaggio dall'approccio «da campo» al reportage autoriale, l'uso della soggettività come valore interpretativo e il rifiuto di un tono elitista: «Devi avere l'ambizione di intervenire sul pubblico più vasto possibile». Sul fronte dell'insegnamento e dei corsi, infine, prevale l'idea dell'esercizio e della condivisione: «Non credo che scrivere si possa insegnare, ma credo molto nell'esercizio».

ultimo uomo

 

Ultimo Uomo nasce nel 2013 e ha cambiato il modo in cui in Italia si scrive di sport. Dal 2022 è una rivista indipendente: nessun editore alle spalle, i conti tenuti in piedi dagli abbonamenti dei lettori, una redazione piccola in cui tutti fanno un po' di tutto.
Emanuele Atturo ne cura la linea editoriale e vi scrive; ha pubblicato Il mito dei bomber di provincia. Fabrizio Gabrielli scrive per Ultimo Uomo ma non solo: calcio sudamericano, cucina su Esquire, traduzioni dallo spagnolo, La partita firmato con Federico Buffa. Fa lo scrittore a tempo pieno solo da tre anni: per i vent'anni precedenti ha scritto negli intervalli del suo lavoro in albergo.

Li abbiamo intervistati insieme per capire quanto costa, economicamente e mentalmente, scrivere di sport in Italia.

MC: Emanuele, il tuo lavoro sembra centrarsi tutto sullo sport, tra Ultimo Uomo e i libri. È una scelta di fuoco — la sensazione che ci sia ancora molto da scrivere lì prima di disperdersi altrove — o hai avuto la tentazione di scrivere d’altro? Fabrizio, per te invece lo sport convive con la cucina su Esquire, il Sudamerica, la traduzione: è il centro da cui sei partito o uno dei territori?

EA: Quando ho iniziato, ai tempi dei blog e dell’università, avevo l’ambizione di scrivere di tutto: fenomeni, sottoculture, linguaggi pop, film, libri. Scrivevo già anche di sport, e piano piano ho cominciato a concentrarmi solo su quello, in parte perché mi sembra un territorio interessante da cui guardare tante cose, un prisma che ti apre prospettive diverse su fenomeni sociali, culturali, politici, ma anche umani, narrativi. E poi uno si concentra su ciò che gli riesce meglio: ero più bravo a scrivere di sport, sentivo di avere qualcosa in più da dire. Sul resto mi sentivo meno originale, meno penetrante.

FG: Io inizialmente scrivevo narrativa pura, racconti, e molto di food: vent’anni fa avevo un food blog con mia moglie, quando esistevano ancora. Poi mi appassionava il Sudamerica, e lo sport è stato la testa d’ariete per entrarci, perché lì il suo valore come strumento interpretativo, di fondazione identitaria, politico ante litteram, è molto più potente. Continuo a coltivare delle piccole oasi di resistenza, mi scrivo la mia narrativa, anche se è così sottopelle che non so cosa diventerà. Mi piace concentrarmi su più aspetti, che poi si somigliano tutti, perché hanno delle costanti a che fare con l’identità: che sia spadellando, o scegliendo un ingrediente, o giocando in una certa maniera a calcio. Alla fine lo sport è diventato una specie di core business del mio lavoro. Che espressione tremenda.

Uno dei filoni che seguiamo come rivista è la sostenibilità del lavoro culturale, economica e mentale. Quanto riuscite a vivere di scrittura? E che rapporto c’è tra il vostro benessere e il mestiere?

EA: La premessa è che io mi sostengo attraverso Ultimo Uomo, quindi tecnicamente la cosa mi fa campare, con qualche sacrificio. Dentro faccio varie cose: la parte editoriale, la scrittura, e una parte gestionale e amministrativa, perché essendo una rivista indipendente siamo pochi e dobbiamo fare tutti un po’ tutto. Il commerciale, la relazione con i clienti, l’amministrativo, per me è mentalmente pesante, perché non è il mio e non sono bravo a farlo: le cose che non sai fare bene sono molto più impegnative. Il lavoro editoriale e la scrittura sono la parte bellissima.

A me piace quasi di più quello editoriale: assegnare i pezzi, creare le idee, gestire la linea. Con la scrittura pura ho avuto un rapporto più travagliato nella prima parte della mia vita professionale. Adesso mi fa stare bene: dopo un po’ che non scrivo sto male. Come tanti, la intendo in modo artigianale: mi metto in una certa posizione della casa, seguendo una certa routine, e costruisco qualcosa con un metodo e delle regole, con un processo che non ha molto a che fare con l’ispirazione.

FG: Emanuele ha usato il verbo che descrive appieno il panorama, campare — che non è esattamente vivere. Per chi fa il lavoro di scrittura, editoriale, intellettivo se vogliamo definirlo così, non è l’epoca più florida, però in qualche maniera la pagnotta si porta a casa ogni mese. Io parlo da una prospettiva molto diversa: faccio questo a tempo pieno solo da tre anni. Per vent’anni l’ho fatto mentre facevo un altro mestiere totalizzante: lavoravo in albergo, da ruoli bassi a ruoli di direzione, con 14-16 ore al giorno dentro le quali mi ritagliavo gli scampoletti per fare il resto — nonostante anche io per scrivere mi debba mettere di testa e lavorare le quattro-cinque ore che servono. Ho dovuto imparare a essere multitasking: nella mezz’ora di attesa prima di un colloquio scrivevo un pezzo per Ultimo Uomo.

Non sono un fan della frase «scegli il lavoro che ti piace e non lavorerai mai per tutta la vita»: devi comunque faticare tanto. Però mi sento un privilegiato, se non altro perché conosco tanta gente che fa questo mestiere e non ha mai avuto la necessità di farne un altro per permetterselo — che è già una contraddizione. Quelli che sclerano dopo una settimana in ufficio a scrivere li capisco poco: vengo dall’estremo opposto, e con 40 ore a settimana di scrittura sto meno in burnout di prima.

EA: Un lavoro concepito così non è strettamente autoriale né strettamente giornalistico, sta a metà, e deve essere molto pratico: gestire l’attualità, la notizia. Dentro quel flusso non puoi permetterti lo struggimento dell’artista che dice «è molto faticoso scrivere». Se dovessi scrivere un romanzo, magari mi scontrerei anche io con quella fatica. Tutti siamo nervosi quando non troviamo la voce di un pezzo, la nota giusta. Ma scrivere è una cosa bella.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 21 di Awand, autunno 2026.
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Michele Cornacchia
Michele Cornacchia
È del '93 e vive tra Roma e Altamura. Si occupa di politiche pubbliche, economia della cultura e infrastrutture, cui si è dedicato per studio, lavoro e attivismo negli ultimi 10 anni.

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