Luigi Rossi, curatore della mostra, ripercorre il rapporto personale con Renato Caimi, attraverso aneddoti, dettagli e la visione creativa che hanno portato all’allestimento dell’esposizione a lui dedicata.

Il 21 marzo 2026 in Villa Vertua a Nova Milanese (MB) è stata inaugurata la mostra dedicata a Renato Caimi in occasione dei cento anni dalla sua nascita. Noto designer e creatore della “schiscetta” (il contenitore pensato per portare a lavoro il pranzo da casa), ha fondato l’azienda Caimi Brevetti nel 1949. Con i suoi oggetti ha sempre cercato di rispondere ai bisogni delle persone, così come è stato anche molto attento alle esigenze della sua comunità, quella novese appunto. Di Caimi e della mostra abbiamo parlato con Luigi Rossi, curatore e animatore dell’omonima fondazione che l’ha promossa.
Luigi, lei ha conosciuto personalmente Renato Caimi. Che tipo di persona era, al di là dell’imprenditore e quanto questo legame ha influenzato il suo approccio curatoriale alla mostra?
Sì, ho conosciuto personalmente Renato Caimi, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Dal 1967 lo conoscevo solo di vista, senza però un rapporto diretto. Quando mi sono trasferito nuovamente a Nova, ci siamo ritrovati: per quindici anni conversavamo quasi ogni sabato e ogni domenica, sempre allo stesso tavolo del bar, dalle nove del mattino, trascorrendo insieme almeno due ore. A questi incontri si sono poi aggiunti momenti molto più personali, a casa sua, con la sua famiglia o da soli. Erano occasioni in cui entrambi volevamo soddisfare una curiosità reciproca e conoscerci più a fondo. Questo rapporto ha inevitabilmente influenzato il mio approccio curatoriale, permettendomi di andare oltre la figura pubblica e imprenditoriale.
C’è un ricordo o un aneddoto legato a Renato che, durante l’allestimento, è tornato spesso alla mente?
La sua attenzione maniacale ai dettagli e la sua visione strategica. Per visione strategica intendo la capacità di guardare lontano, partendo sempre dalla consapevolezza delle proprie origini e del percorso già compiuto. Non si tratta di una visione idealistica o astratta, ma concreta: capire fin dove ci si può spingere, anche osando, senza perdere il contatto con la realtà.
Durante le varie riunioni di lavoro, c’è stato un momento in cui il progetto ha preso una direzione diversa rispetto all’idea iniziale?
I progetti nascono quasi sempre da un’idea semplice, a volte persino banale. All’inizio pensavo di raccontare molto di Renato Caimi, poi, entrando più a fondo nella sua figura, il progetto ha iniziato a trasformarsi. Si è costruito progressivamente, anche in base ai materiali ritrovati, perché non esisteva un corpus già strutturato sulla sua persona. C’era un progetto sull’azienda, certo, ma qui non volevamo fare una mostra aziendale: volevamo fare una mostra su Renato Caimi. Le sue sfaccettature, il suo contributo alla città e all’impresa, la sua personalità emergevano in modo completamente diverso. I figli stessi mi hanno riferito che in merito all’ultimo periodo della vita del padre conosco più vicende io di loro, perché nelle relazioni amicali le informazioni circolano diversamente. Renato era molto ironico, “furbetto” nel senso migliore del termine: amava giocare con le parole, dire e non dire, aspetti che spesso nei rapporti familiari non emergono con la stessa naturalezza.
Qual è stata, secondo lei, la sfida più grande nell’allestire una mostra dedicata a Renato Caimi oggi?
La sfida principale è stata integrare la dimensione storica con le tecnologie contemporanee, evitando una narrazione esclusivamente rivolta al passato. Volevamo raccontare la “macchina” che ha reso possibile ciò che Renato ha costruito, utilizzando strumenti attuali.
La mostra può essere letta in modi diversi: attraverso i video, il catalogo, l’intelligenza artificiale, oppure dal vivo, grazie ai materiali esposti. È un percorso articolato e complesso, che restituisce la stratificazione e la ricchezza della sua figura.
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