DISEGNO. Tra underground e mainstream, i suoi mostri raccontano la società italiana (e quella milanese in particolare) con ironia, ma senza far sconti a nessuno

Ivan Manuppelli, in arte Hurricane «per la canzone di Dylan e per l’uragano Ivan del 2004». Disegnatore cresciuto tra autoproduzioni e festival indipendenti, pubblica anche per grandi editori e per la rivista americana MAD. Nelle sue storie horror e ironia vanno a braccetto; demoni, vampiri e mostri assortiti sono i suoi attori preferiti per mettere in scena e raccontare una società, quella milanese in particolare, infestata di speculatori, i Succhiasuolo del suo ultimo volume Milano Horror Stories, esilarante parodia di una città preda di palazzinari senza scrupolo e di aperitivi invadenti.
Qual è il tuo primo disegno che ricordi?
Disegnavo un sacco di mostri, a tre anni ero appassionato di Zio Tibia, in famiglia horror e umorismo sono sempre stati incoraggiati. Quello che ricordo è il disegno di una bara-cameretta, da cui spuntava un abat-jour. Lì mia madre ha pensato che forse stessi esagerando.
Che formazione hai avuto? Come hai affinato il tuo segno?
Ho sempre disegnato fumetti e la mia vera formazione è stata guardare i film di Bruno Bozzetto, Guido Manuli e Osvaldo Cavandoli. Ho frequentato il liceo artistico, che è stato importante più per le amicizie che per quello che studiavo. Al secondo anno ho creato la prima autoproduzione, The Artist nel 2001, che mi ha permesso di intervistare e conoscere tanti autori importanti, gli stessi Bozzetto e Cavandoli ma anche Bacilieri, Caretta, Ponchione, Rosensweig e tanti altri ancora che poi sono convogliati nella rivista Puck! nel 2009, la mia vera scuola. Dopo ho frequentato l’Accademia di Brera, lì mi “nascondevo” perché già pubblicavo per XL e Frigidaire ma per quell’ambiente un fumettista era un po’ un artista di serie B. Facevo video, installazioni, dipinti ma soprattutto ho avuto come professore un grandissimo artista come Alberto Garutti. Il suo metodo consisteva nel farti presentare il tuo lavoro a tutta la classe, una classe addestrata a smontarti e darti i giusti anticorpi: «Se non sei in grado di difendere il tuo lavoro in classe, figuriamoci davanti alla critica. Probabilmente il tuo lavoro non è abbastanza pronto». È stato un insegnamento molto utile.
Non hai mai pensato di continuare con l’arte, con le installazioni?
La scena dell’arte contemporanea è deprimente, anche più di quella del fumetto: cricche, salottini... così a un certo punto me ne sono allontanato, ma il linguaggio resta interessante e quando posso rendo le mie mostre installazioni. Per esempio per Inferno domestico avevo concepito un ambiente intorno all’ansia dello spazio domestico, con uno stagista come zerbino e con dei mostruosi biscotti zombie chiamati “Rimastini”. Oppure per l’ultima mostra, l’Immobiliare Succhiasuolo, con le confessioni audio degli agenti immobiliari da ascoltare in cuffia e la presenza di un presunto vampiro nello stile di Max Schreck. Mi interessa il dialogo tra i linguaggi. Esporre le tavole e basta mi interessa poco.
Qual è la tua definizione di Underground?
Per i puristi è un determinato periodo storico e una determinata scena, quella californiana degli anni Settanta e di chi l’ha scimmiottata. Per me il fumetto Underground è qualcosa di autoprodotto con un pensiero e un linguaggio antagonista nei confronti dei temi e del linguaggio mainstream. E poi è qualcosa di comunitario. Il gruppo è fondamentale… le jam session di disegno, le influenze reciproche...
Quello italiano ha delle particolarità rispetto a quello americano o di altri paesi europei?
Degli anni Settanta le scene rimaste nell’immaginario sono soprattutto quella romana legata a Cannibale, quindi Tamburini, Scòzzari e gli altri, e poi quella milanese con Jannuzzi, Guarnaccia e Max Capa, autori che hanno autoprodotto riviste collettive come Insekten Sekte e Puzz con grandi tirature e creando situazioni. Facevano gruppo, collaboravano, tiravano dentro altre persone anche se erano molto diversi, Capa il più politico e situazionista, Guarnaccia lo psichedelico, Jannuzzi sanguigno e anticlericale. Oggi non saprei dirti cosa ci contraddistingue dagli americani, forse il fatto che loro hanno come contraltare i supereroi e noi la Bonelli?
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