CINEMA. La sua è una creatività temeraria e debordante, che attraversa i linguaggi con la naturalezza di un acrobata. Il palcoscenico, luogo di sperimentazione e di lavoro sul corpo degli attori. Il film, spazio di massima manipolazione nelle mani del regista. E lo spettacolo, come puro momento performativo, sempre al centro della scena.

Roberta Torre in un ritratto di Laila Pozzo (dettaglio)
Nel 1997 con Tano da morire fa parlare di sé per l’invenzione di un cinema ironico e dissacrante, che osa raccontare una storia di mafia dentro la cornice barocca e sovraccarica di un musical. Da allora Roberta Torre è un turbine di creatività che si muove in un colorato caleidoscopio di progetti, tra cinema e teatro. Dall’agosto 2025 è direttrice del teatro Pirandello di Agrigento, nel segno di un legame profondo con una terra che l’ha accolta e stregata.
Il percorso della tua formazione tocca diverse discipline. Cominci studiando filosofia a Milano, poi durante un periodo che tu stessa racconti come molto intenso frequenti contemporaneamente una scuola di cinema e una di teatro.
Quella che è diventata ora la Luchino Visconti a Milano, che allora prima di spostarsi si trovava in Viale Regioni Romane, e la Paolo Grassi. Di giorno facevo la Paolo Grassi e la sera facevo la scuola di cinema. Ho sempre avuto parecchie energie, per fortuna. Mi piaceva questo doppio binario, non ho mai fatto divisioni nette tra discipline. Il cinema per me è un amore precedente al teatro. Nella mia famiglia ho avuto mio nonno, Pierluigi Torre, che ai primi del Novecento filmava con delle cineprese tutto quello che trovava. Aveva macchine di tutti i tipi, e aveva inventato anche una macchina fotografica 3D molto rudimentale. In maniera strana, probabilmente anche poco razionale, mi ha trasmesso questa passione trasversale, molto tecnica ma anche artistica. Per quanto riguarda il teatro, ricordo di essere rimasta folgorata dalla visione di uno spettacolo di Tadeusz Kantor a Milano, La classe morta, dove c’era lui in scena. Da lì in poi il teatro per me ha rappresentato un altro grandissimo campo di gioia e di indagine, sul modo di lavorare con gli esseri umani, con le emozioni, con tutto quello che il teatro ti permette. Perché scegliere, se potevo fare entrambi. Sono sempre stata molto avida di sapere, e forse questo lega tutto quello che è il mio percorso. Più che il desiderio di un mestiere o di un lavoro, mi piace cercare la conoscenza tout court. Anche rispetto allo studio della filosofia, che poi di fatto era orientata più ad un sapere psicologico, psicanalitico. Se avessi potuto avrei continuato a studiare teologia. Poi la vita ti obbliga a prendere delle strade e i percorsi si restringono sempre di più. Più che per scelte razionali, al lavoro nel cinema ci sono arrivata grazie a degli snodi importanti della mia vita, come il mio essermi trasferita al Sud.
Hai un ricordo del tuo primo incontro con il cinema da spettatrice?
Da bambina ricordo di essere andata in una sala in via Gran Sasso a Milano, con mio padre. Proiettavano un film di Bud Spencer, Anche gli angeli mangiano fagioli. Ricordo che vedevo sullo schermo questi personaggi che mangiavano i fagioli e avevo voglia di andare lì a mangiare quei fagioli enormi anche io. Mio padre mi spiegava che non era possibile, ma io ero molto felice al pensiero di potermi sedere al tavolo con questi uomini. Sarà stata la compagnia di mio padre o quella situazione di enormità dello schermo, per me quello rimane proprio il primo ricordo indelebile. Il mio mondo cinematografico parte, sorprendentemente, da quel film.
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