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Fondazione Rossi. Dermis León. Per un'arte non riducibile a uno schema. Curatrice e critica d’arte cubana, vive tra Berlino e Santiago del Cile. Ha collaborato con la Fondazione Rossi; oggi è co-curatrice, con Marisa Caichiolo, del Padiglione del Cile alla 61ª Biennale di Venezia, con Inter-Reality di Norton Maza

rossi

 

Dermis León, iniziamo da lei.

Sono cubana, e uso il cognome di mia madre, all’anagrafe sono Pérez León. Mi sono laureata in Storia dell’Arte all’Università dell’Avana, ma il mio rapporto con l’arte contemporanea era cominciato prima: a quattordici anni i miei amici studiavano nelle scuole d’arte, e all’università ne ho ritrovati alcuni come colleghi. Era una formazione solida, con professori tornati da dottorati in Europa e negli Stati Uniti prima della Rivoluzione. Alla Biennale dell’Avana ho fatto uno stage nel 1986 e nel 1989, ancora da studentessa. E nel marzo del 1988 ho organizzato No es solo lo que ves, nella Facoltà di Arti e Lettere dove studiavo: non era solo una mostra, era una dichiarazione generazionale, con performance e una discussione pubblica: la prima grande mostra della seconda parte della generazione degli anni Ottanta.

Poi, all’inizio degli anni Novanta, lascia Cuba.

Per ragioni politiche, in un momento di forte conflitto. Sono andata a San José, in Costa Rica, e sono entrata nel primo staff del Museo di Arte e Design Contemporaneo, dal 1994 al 1998, nel dipartimento curatoriale; insegnavo anche all’Università Nazionale, a ottanta studenti circa. La scena costaricana allora non era visibile né sistematizzata, e il museo cominciava a lavorare non solo sull’arte del Costa Rica, ma su tutto il Centroamerica. Erano gli anni del dopoguerra civile: una regione punita, con un’arte potente ma invisibile. Conoscevo a fondo la scena cubana, quella centroamericana no: è stato prima di tutto un percorso di apprendimento.

Da lì gli Stati Uniti.

Prima uno stage al Reina Sofía, nel 1996, che mi ha messo in contatto con la scena madrilena. Poi ho deciso di concentrarmi sugli studi curatoriali: faccio domanda al Center for Curatorial Studies del Bard College e nel 1998 parto per New York. Immagina il passaggio dal Centroamerica a una scena come quella, internazionale, popolatissima. Tra il 2001 e il 2002 ho organizzato allo Smack Mellon la mostra Peppermint, undici artisti attorno al feticismo e agli oggetti del desiderio. E poi l’11 settembre: New York diventa quasi una città del dopoguerra, durissima, e vado a Miami, alla Daniel Azoulay Gallery, prima galleria di fotografia contemporanea del Design District, come direttrice associata. Allora lì c’erano sei gallerie, oggi più di quaranta. E Miami la chiamano la seconda capitale latinoamericana del mondo: per la mia condizione di immigrata, quella scena l’ho seguita dovunque abbia vissuto.

E l’Europa?

Düsseldorf, la Kunstakademie, l’arte tedesca del dopoguerra, i Neue Wilde: da quella scuola è passato Joseph Beuys. Ho frequentato le lezioni di Thomas Ruff e poi anche quelle di Daniel Buren, e lavorare accanto a lui è stata un’esperienza meravigliosa. Lì ho conosciuto Jörg Immendorff, Markus Lüpertz, Walter Dahn.
Dal 2004 alla fine del 2007 ho vissuto in Cile, legata alla nascita della Nuova Scuola di Arti Visive dell’Universidad Austral. Poi la Spagna, fino al 2012: sono gli anni in cui comincio a lavorare con il Medio Oriente, l’Egitto soprattutto: nel 2010 partecipo a Manifesta 8 con The Chamber of Public Secrets, il collettivo di Khaled Ramadan e dell’italiano Alfredo Cramerotti.

Nel 2012 l’invito a Sharjah.

Non è arrivato per caso, ma proprio da quel lavoro sull’arte egiziana. Mi invitano come giurata della Biennale dei bambini: negli Emirati danno molta rilevanza all’infanzia. Ed è lì che conosco Marisa Caichiolo, curatrice e artista, direttrice della fondazione Building Bridges di Santa Monica. Io li chiamo incontri «karmici». Da allora lavoriamo insieme senza interruzioni.

È lei a portarla in Italia.

Sì. Marisa mi invita a lavorare a una mostra che organizza con l’allora Bice Bugatti Club e l’associazione Heart di Vimercate, ed è quella presenza, nel 2014, che mi mette in contatto con Luigi Rossi, con gli artisti dell’Accademia di Brera e con la Libera Accademia di Pittura di Nova Milanese. Persone generose, affettuose: da lì comincia una collaborazione profonda.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 21 di Awand, autunno 2026.
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