Fotografia. Ha fatto del suo lavoro sul campo un’indagine antropologica e sociale attraverso luoghi simbolo del dolore e della reclusione. «Il mio è un lavoro antropologico, un ibrido tra giornalismo e ricerca», racconta riflettendo sul proprio percorso creativo e umano. Al centro del suo sguardo non c’è solo la denuncia, ma l’urgenza del racconto, la vicinanza empatica e l'ascolto profondo: «Questa per me è la fotografia: il contatto umano».

L’intervista comincia così: mostro a Bispuri la mia Yashica FX-3 super 2000 comprata ai tempi dell’Accademia, una reflex a pellicola senza grandi pretese, e gli chiedo «Ti ricorda qualcosa?». Lui sgrana gli occhi «Come fai a sapere che è stata la mia prima macchina fotografica?». Non era poi così difficile per me, ne parla nei suoi libri, però poi svela che in realtà ne aveva comprata un’altra già in quinta elementare da un tabaccaio (sì, da un tabaccaio), spendendo tutta la paghetta avuta dalla mamma, per le spese da sostenere durante una gita a Cerveteri. Per farne cosa chi lo sa, perché la fotografia è arrivata nella sua vita molti anni dopo, come vedremo. Ma prima le presentazioni.
Valerio Bispuri è un fotoreporter nato a Roma nel 1971, da sempre attento al racconto degli emarginati e degli “invisibili”. Pur avendo realizzato reportage in Africa e in Asia, ha legato gran parte del suo percorso umano e professionale all’America Latina, scegliendo l’Argentina come seconda patria e collaborando negli anni con numerose testate italiane e internazionali.
Fin dai suoi esordi, Bispuri ha prediletto l’indagine a lungo termine: dopo un primo lavoro sulle comunità rom tra l’Italia e i villaggi della Bosnia, ha dedicato dieci anni alla realizzazione di Encerrados, un’imponente ricerca sulle condizioni di vita nelle carceri dell’America Latina. Il progetto, esposto tra il 2011 e il 2014 al festival di Perpignan, al Palazzo delle Esposizioni di Roma e al Bronx Documentary Center di New York, è poi diventato un volume pubblicato da Contrasto nel 2015.
A questo lavoro è seguita una documentazione durata oltre quattordici anni sul ciclo di vita del “paco”, la droga a basso costo diffusasi nel continente sudamericano. Il reportage Paco. A Drug Story, pubblicato anch’esso da Contrasto nel 2017, è stato presentato a Istanbul e a Perpignan, dove è arrivato in finale al prestigioso premio Visa d’Or. Insieme a Encerrados, questo lavoro gli è valso importanti riconoscimenti internazionali, tra cui i Sony World Photography Awards, il Picture of the Year, il Days Japan International Photojournalism Award e il Latin American Picture of the Year.
Negli anni successivi Bispuri ha continuato ad approfondire temi legati alla reclusione e alla sofferenza sociale. Con Prigionieri (Contrasto, 2019) ha portato il suo obiettivo prediletto, il 24 mm, all’interno degli istituti di pena italiani. Dopo essersi occupato della realtà delle persone sorde e del traffico di donne in Argentina, ha concluso un articolato progetto sulla salute mentale diviso tra Italia e Africa, intitolato Dimenticati.
Del 2022 è Dentro una storia. Appunti sulla fotografia per Mimesis. Nel 2024 il suo progetto Orphans è stato proiettato al festival di Perpignan, facendogli conquistare per la quarta volta la finale del Visa d’Or. Nello stesso anno, a novembre, ha dato alle stampe per Ponte alle Grazie il libro Raccontare con gli occhi, un saggio e manuale in cui l’autore esplora le tecniche e la grammatica visiva necessarie per costruire un racconto fotografico.
Com’è arrivata la decisione, la scelta di utilizzare la fotografia come linguaggio per esprimerti? Tua sorella Laura invece fa cinema (suoi i film Vergine giurata e Figlia mia).
Abbiamo avuto un papà, Ennio, scomparso da pochi mesi purtroppo, che ci ha sicuramente dato l’imprinting sull’immagine. È stato un grande critico di cinema, oltre che filosofo e direttore di istituti di cultura. Quando eravamo ragazzini ci faceva vedere Fellini e il neorealismo spiegandoceli nei dettagli. I nostri genitori ci portavano nei musei già a 3 o 4 anni, spiegandoci l’arte, la cultura e i pittori. A casa si facevano sempre discorsi di filosofia e di politica, anche da ragazzi; non si cazzeggiava, si parlava di cose importanti e serie. C’era quasi odio per il calcio e lo sport, l’attenzione era tutta rivolta al mondo culturale. La fotografia è arrivata in modo un po’ casuale. Dopo il liceo facevo parte di un circolo di poesia che si chiamava LARP, Laboratorio Aperto di Ricerca Poetica. Un mio amico poeta mi ha detto: «Guarda, faccio un corso di fotografia gratuito organizzato dalla Regione Lazio a Cesano, vieni, è bello, lo fanno accanto a una comunità di recupero per tossicodipendenti in un parco». Io ero già iscritto all’Istituto Superiore di Giornalismo e a Lettere, perché volevo fare il giornalista da sempre, era difficile pensare a altre lezioni da seguire ma mi sono convinto. È stata un’esperienza bellissima, si frequentava tutti i giorni dalla mattina al pomeriggio e si pranzava con le persone della comunità. Erano persone in recupero, c’erano molti sieropositivi, era il momento peggiore dell’AIDS. È stata un’esperienza molto forte, è lì che mi è entrato dentro il germe della fotografia. È stato allora che ho comprato la Yashica ed è cominciata questa passione: ho girato per Roma facendo foto ovunque, la macchina fotografica è diventata una compagna di vita. Spesso facevo passeggiate in solitaria, mi piaceva molto stare da solo a scattare. Nel frattempo coltivavo il vizio del viaggio, in un’epoca in cui viaggiare non era una cosa così facile come oggi. Io non avevo soldi, ma mi inventavo viaggi incredibili. Per esempio, sono andato in Israele e in Egitto facendo l’autostop marittimo. Una volta, al ritorno dall’Egitto, non ci hanno fatto entrare nel porto di Alessandria senza biglietto. Abbiamo deciso allora di andare in Marocco attraversando la Libia, ma non avevamo il visto. Ci hanno scaricato con gli ultimi soldi nella terra di nessuno tra Egitto e Libia. Avevo 23 o 24 anni e ricordo tre chilometri a piedi nel deserto di notte insieme a un mio amico. Alla fine siamo riusciti a impietosire le guardie e a rientrare in Egitto, siamo tornati ad Alessandria facendo l’autostop, col dito. Eravamo senza soldi e dopo due giorni senza mangiare siamo andati all’ambasciata dicendo che ci avevano rubato tutto. Il console non ci ha creduto, ma ci ha dato 300 dollari: «Trovatevi un biglietto aereo». Abbiamo trovato solo un volo per Bucarest e lì siamo rimasti bloccati finché la madre del mio amico non ci ha pagato il rientro a Roma. Ho fatto mille viaggi così, passando per Mosca o andando in India, sempre con la voglia di fotografare, vedere e conoscere.
Dopo la scuola di giornalismo ho fatto uno stage a Il Mattino. Sono andato a Napoli nel 1992, epoca pre-Bassolino: era un caos totale. Mi mandavano a fare la cronaca alle Vele per gli ascensori rotti, cose da niente che però mi immergevano nel mondo napoletano e lì mi sono fatto le ossa. Mi hanno proposto di restare, ma volevo laurearmi, viaggiare e non stare fermo a Napoli.
Sono tornato a Roma, ho lavorato per L’Espresso, Repubblica e avevo un contratto di collaborazione con Diario, la rivista diretta da Enrico Deaglio. Nel Duemila c’è stato lo spartiacque della mia vita. Un mio amico, Matteo Mazzocchi, che lavorava a Canale Viaggi su Stream TV, mi ha chiesto di partire per attraversare il Sud America per mesi. Mi avrebbe pagato tutto il viaggio e io avrei dovuto fargli da assistente e portargli lo zaino mentre lui filmava. Ho accettato subito. Un viaggio pionieristico: abbiamo persorso i luoghi di Che Guevara in Bolivia prima che diventasse un percorso turistico. Mi sono rotto un ginocchio a Pisac, in Perù, ma ho continuato per nove giorni sul Rio delle Amazzoni. Avevo con me una Nikon FM2.
Quando sono tornato mi sono dovuto operare: legamenti, menisco, rotula... stavo messo malissimo. Sono stato fermo un mese e mezzo e in quel periodo la mia vita è cambiata: ho ripercorso tutto il viaggio e ho preso decisioni coraggiose. Dico sempre ai miei allievi che servono coraggio e pazienza per fare questo lavoro. Il coraggio è stato mollare qualsiasi collaborazione per fare il fotoreporter e andare a vivere in Sud America. Mi sono preso un anno sabbatico per studiare, leggere e migliorare la fotografia. Poi, nel 2001, è scoppiata la crisi in Argentina e sono partito.
Dovevo restare due settimane, ma sono rimasto quattro mesi. Un’esperienza fortissima: ci sono stati 30 morti, i poliziotti sparavano e io non sapevo dove andare. Seguivo i fotografi esperti; mi manganellavano forte. Così ho capito di non voler fare solo cronaca, volevo capire perché la gente fosse così disperata. Nessun giornale me l’aveva chiesto, è stata una ricerca personale, rischiando molto. Ho iniziato a indagare nelle Assemblee di Popolo e sono andato nel Chaco, al nord, dove ho visto la malnutrizione. Mi sono innamorato di quel popolo che era riuscito a cacciare un presidente; una grande rivoluzione, una cosa enorme come non avveniva dalla Rivoluzione francese.
Sono tornato a Roma ad aprile e sono ripartito definitivamente per l’Argentina a fine settembre 2002. Lì mi sono formato come uomo e come fotografo. All’inizio tutti erano contro di me: «Hai 30 anni, che vai a fare?». Non avevo soldi, dormivo per terra da un amico, ma ho sacrificato una carriera sicura nel giornalismo perché sentivo che la fotografia era un mezzo più adatto a me e più forte per raccontare. Le foto sulla crisi sono state pubblicate da L’Espresso e ho fatto la mia prima mostra importante al Palazzo della Regione a Roma. Poi è arrivato Encerrados, dopo dieci anni vissuti in Argentina. Encerrados è nato per caso in Ecuador, quando mi hanno proposto di andare a vedere un carcere a Quito. Un’esperienza devastante: detenuti che lanciavano sacche d’urina e urlavano mentre io avevo cinque guardie intorno, ma è scattata la scintilla. Ho chiesto di vedere altri carceri e ho girato l’Ecuador per un mese, visitandone una decina.
(...)


