Giacomo Spazio è stato ed è tante cose, artista visivo, poeta, performer, graphic designer, art director, musicista, discografico...

Giacomo Spazio in una foto di Laura Mars
Tracciarne un profilo completo in poche pagine è impossibile e non ci abbiamo neppure provato, infatti non abbiamo parlato di pezzi importanti della sua vita, il Punk per dirne uno. È impossibile anche tenere a bada le sue divagazioni mentre racconta i mille incontri a cui l’hanno portato la sua curiosità e la sua fame di conoscere e scoprire. Sappiatelo.
Andiamo in ordine, dove sei nato e cosa hai studiato?
Sono nato a Milano e sono un chimico.
Hai studiato chimica!?
Sì, mi piaceva drogarmi, ma con consapevolezza. Perché non sono le sostanze ad uccidere, ma l’ignoranza su di esse. Non è un caso che ‘proibire rende raro sapere’.
Davvero per quel il motivo?
Ma no! Ero portato per la matematica ma non mi piaceva più di tanto. La chimica invece mi ha entusiasmato, mi venivano molto bene i veleni. Sono stato assunto subito alla Bayer. Ma dopo sei mesi ho preferito tornare ad arrangiarmi per vivere seguendo i miei interessi.
Quando hai iniziato a fare arte e qual è stato il primo linguaggio che hai utilizzato?
La performance, legata ai testi poetici che scrivevo. Sono nato e cresciuto nel quartiere di Quarto Oggiaro, in una via di sottoproletari e di case cosiddette minime, quelle costruite dal Duce che stavano ormai in piedi solo perché puntellate. Lì ho incontrato quelli di Poesia Metropolitana (combo artistico ideato da Meo Cataldo Dino, autore ancora in attività) ed è nato tutto.
Quanti anni avevi?
Quattordici o quindici. Sono entrato in un mondo per me completamente nuovo, fatto di poesia e di controinformazione, ho incontrato gente come Matteo Guarnaccia (Disegnatore di fumetti, scrittore e storico della moda, Ndr), ho visto nascere i numeri di Puzz e Gatti selvaggi (Rivista di fumetti e politica creata da Max Capa la prima, rivista di critica radicale alla vita la seconda, Ndr), ho vissuto l’occupazione del Centro Sociale Comunale, ho conosciuto gente vegana... tutte cose che mi hanno aperto la mente. Leggevo molti libri, ma soprattutto saggi e quelli dei Situazionisti sono diventati la principale fonte di ispirazione per la mia visione dell’arte.
Perché hai pensato di fare arte?
Perché l’arte mi dava la possibilità di esprimermi in situazioni in cui altrimenti non avrei potuto fare niente.
Se fossi nato nella Milano di adesso avresti fatto trap invece che performance?
Ognuno vive nel proprio tempo. Io alla fine degli anni Settanta fui colpito e attratto dal Punk. Ero già proto-punk per il mio stile. Avevo i capelli corti e vestivo sempre di nero. L’inclinazione anarcoide e le letture hanno fatto il resto. Anche adesso che ho quasi settant’anni mi sento punk.
Proviamo a far capire a chi non ha mai sentito parlare di Punk che cosa vuol dire.
Prendere in mano la propria vita, ognuno a proprio modo. Io da sempre propendo ad agire e pensare come un “noi” più che come un “io”, cosa molto difficile nel mondo dell’arte ma non solo. Penso di essere nulla senza le relazioni che intesso con gli altri.
Anche quando hai cominciato, negli anni ‘70, era così?
È sempre stato difficile operare come gruppo, come collettivo. Per questo Poesia Metropolitana è stata una grande esperienza e ancora oggi sono in contatto con i suoi componenti, quelli che ci sono ancora.
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