MUSICA. Con gli Zen Circus e da solista è una delle voci più vere e seguite del panorama rock indipendente italiano «Sui social troviamo cinque modi per essere felici, quattro modi per capire come stare bene, le morning routine, frullati, proteine, però il risultato nel mondo là fuori è che si ripete il Novecento. Se si ripetono i soliti errori, non è che il male, per quanto lo scacciamo, è dentro di noi, che il male siamo anche noi?»

Andrea Appino in una foto di Antonio Cornacchia
Appino, leader degli Zen Circus, rappresenta una delle voci più vere e seguite del panorama rock indipendente italiano. L’uscita del nuovo disco della band, Il Male, è stato il punto di partenza per un’intervista in cui il songwriter toscano ci ha spiegato l’evoluzione musicale sua e della band, tra ironia e ricercata irresolutezza.
Partirei dall’ultimo disco, che ha un titolo piuttosto impegnativo, Il Male. Cosa volevate dire con questo titolo? Cercate di indicare anche dov’è il male e magari il suo contrario, dove trovare il bene?
Il disco è nato in studio. Abbiamo cominciato a incontrarci lì e riuscivamo a fare canzoni con una strana frequenza rispetto ad altre volte in cui avevamo seguito questa strada, arrivavano troppe canzoni e subito. A un certo punto ci siamo resi conto che ne avevamo una manciata e guardando i testi ci siamo accorti che parlavano quasi tutte del male. È molto probabile che fosse il male a cercare noi, mentre l’idea del bene non è tanto al centro della questione, secondo me. Era proprio la ricerca del male, nel senso che quando abbiamo capito che stavamo lavorando a un disco che si sarebbe chiamato Il Male, ci siamo fatti delle domande e quando poi abbiamo messo la parola fine, e paradossalmente l’abbiamo fatto facendo una canzone che si chiama La fine, ci siamo resi conto che tutto tornava, perché avevamo chiuso il cerchio con una canzone che si conclude dicendo “il male siamo noi”. La ricerca è del male dentro di noi, perché crediamo che sia stato un po’ rimosso in questi anni di positivismo estremo, di ritorno agli anni Ottanta, di questi sorrisi Durban’s che adesso non stanno più in televisione, stanno direttamente sui social, non stanno più negli attori, ma siamo direttamente noi tutti. Sui social troviamo cinque modi per essere felici, quattro modi per capire come stare bene, le morning routine, frullati, proteine, però il risultato nel mondo là fuori è che si ripete il Novecento. Se si ripetono i soliti errori, non è che il male, per quanto lo scacciamo, è dentro di noi, che il male siamo anche noi? Abbiamo fatto questa analisi, è veramente uno di quei rarissimi dischi in cui il titolo e il tema si sono autoproclamati, è successo forse solo per Andate tutti affanculo e per La terza guerra mondiale, per i quali a un certo punto abbiamo capito da soli dove saremmo andati a finire con l’album.
Il Male poi fa tornare alla mente anche la rivista anni Ottanta, infatti la versione fisica del disco è anche accompagnata da una tavola di Sferra. Anche quella è una cosa che è saltata fuori alla fine o già quando avete capito il tema del disco avete anche iniziato a pensare a questo accoppiamento?
Appena abbiamo finito il disco abbiamo pensato perché no? perché non proviamo a far uscire qualcosa legato alla rivista? Che comunque è un po’ quello che fa anche il disco, è un po’ satira, un po’ politica, un po’ ironia, un po’ poesia, un po’ giramento di coglioni e quindi ci sembrava il lavoro giusto. Poi pensa alla copertina di Tognazzi Capo delle BR, è veramente una cosa che potrebbe essere una canzone nostra.
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