Awand. Tutte le arti in una rivista unica

FOTOGRAFIA. Ha cominciato con la scena indie, ora è tra le ritrattiste più apprezzate d’Italia. «Fa impressione constatare che a livello di immaginario visivo le donne debbano sempre avere più o meno 30 anni e che non si possa vedere una ruga». «Il backstage dei concerti è il luogo in cui mi sento meglio al mondo». «Questo bombardamento costante di immagini mi affatica, credo che inquini lo sguardo, lo influenzi, nel senso che poi tendi a introiettare una certa estetica anche se non vuoi»

magliocchetti lombi

 

 

C’è chi l’ha conosciuta per il ritratto di Elena Cecchettin sulla copertina de L’Espresso e chi per le foto della scena musicale italiana, Afterhours, Dente e Zen Circus solo per citare alcuni dei nomi nel suo portfolio. Ilaria Magliocchetti Lombi, romana, è tra le più apprezzate ritrattiste del Paese, cone le abbiamo parlato, tra l’altro, di stereotipi, di insegnamento e di un tema che le sta particolarmente a cuore, la cittadinanza italiana per chi è nato o cresciuto in Italia. Ma, prima di tutto, abbiamo parlato di talento.

Tempo fa in una intervista dicevi che la libertà è «decidere dove e a chi dedicare il tuo talento». Cos’è il talento?

Che domanda difficile. Il talento credo che sia qualcosa che ti riesce bene fare, una fiamma, una scintilla. Spesso coincide con un’ossesione.  Non si autoalimenta, è qualcosa che va coltivato, curato e avere cura di un talento credo significhi anche decidere come investirlo, come usarlo. Io spero di metterlo a servizio di situazioni allineate con il mio sentire, con la mia etica, con cose che ritengo importanti.

Hai mai rifiutato lavori per questioni etiche?

Sì, certo. Rifiutare dei lavori è anche un privilegio, lo so. C’è chi pensa che se non lo fai tu, lo fa qualcun altro, così come c’è chi dice: «Ok, quei soldi poi però li metto a frutto e ci faccio qualcos’altro più allineato alla mia sensibilità». Per me è una questione di credibilità e coerenza con il percorso che si sceglie. Non è un discorso di giudizio degli altri, ognuno risponde a se stesso, sono motivazioni molto private, individuali.

È vero che quando l’hai fotografata, Federica Pellegrini ti ha chiesto di non nascondere i suoi muscoli?

È vero.

Quanta sensibilità occorre per avere a che fare con l’immagine che hanno di sé le persone che ritrai?

Quello che sei è tutto nelle tue immagini, nel bene e nel male, per cui per esempio occorre consapevolezza di come vengono rappresentate le donne a livello mediatico mainstream. Che siano i magazine, che sia la televisione, che sia la pubblicità, c’è un pattern, c’è una cultura, o una non-cultura, rispetto a questo tema. Quando Federica Pellegrini mi dice “Non mi levare i muscoli” può essere una battuta, ma a me risuona, perché va a toccare temi di un percorso, di una consapevolezza mia in modo molto chiaro. L’atleta, per quanto forte e vincitrice, sui magazine deve comunque essere una donna secondo standard di femminilità decisi spesso e volentieri da un occhio maschile. Non deve sembrare troppo muscolosa, non deve sembrare troppo forte, quando invece per un’atleta il corpo è la cosa più importante a livello di immagine perché rappresenta tutti i sacrifici fatti. Occorre avere consapevolezza, decostruire un certo tipo di immaginario aiuta a rappresentare in una determinata maniera. Le stesse persone possono essere ritratte in tanti modi, sta a chi ritrae.

Quali sono gli stereotipi peggiori che ti vengono in mente con cui ti capita di fare i conti?

Da ritrattista mi fa molta impressione constatare che a livello di immaginario visivo le donne debbano sempre avere più o meno 30 anni e che non si possa vedere una ruga. Le donne dopo una certa età sono invisibilizzate e se appaiono debbono essere il più possibile “aiutate”, modificate. Questo mi fa abbastanza impressione. Poi fotograficamente c’è il cliché della donna vulnerabile, anche a livello di pose. Per fortuna negli ultimi anni si è allargato molto lo sguardo, però mi pare che le donne siano trattate come soggetti passivi più che attivi a livello fotografico.

 

(...)

L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
Abbonati, acquistalo o cercalo nei punti vendita.

Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

La sua pagina


© Riproduzione riservata. È vietata qualsiasi riproduzione su qualsiasi mezzo senza autorizzazione esplicita di Awand e degli autori.
© All rights reserved. Any reproduction on any medium is forbidden without the explicit authorization of Awand and the authors.