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Il teatro dell’Elfo nel 2023 festeggia mezzo secolo di vita ma è, questo, solo un motivo in più per parlare di un luogo dell’arte così ricco di passato, di presente e di futuro.

L’attuale sede è “nata” nel 2010 lì dove un tempo c’era il Puccini (infatti il nome per intero è ora Teatro Elfo Puccini) ovvero in corso Buenos Aires a Milano che, come recita la presentazione, è «una delle vie commerciali più importanti d’Europa: siamo in mezzo a un flusso continuo di merci. Proprio per questo il significato che il luogo fisico, l’Elfo Puccini, assume con il passare del tempo, per le cose che vi accadono, ha un senso profondamente diverso, come il silenzio e il buio che calano all’inizio di ogni spettacolo».

I nomi delle sue tre sale dicono già molto di quello che è lo spirito del collettivo i cui direttori artistici sono Ferdinando Bruni e Elio De Capitani: Shakespeare (l’aula magna con gradinata da cinquecento posti), Fassbinder (gradinata telescopica e scena integrata per 210 posti) e Bausch (la più piccola con i suoi cento posti). Tre fra i numi tutelari di un “teatro d’arte contemporanea” in cui trovano spazio: «la pratica convinta della drammaturgia contemporanea, la programmazione interdisciplinare, la compattezza del nucleo artistico e il lavoro con e per le nuove generazioni di artisti e di spettatori».

Dicevamo dei suoi cinquant’anni. Agli inizi, primi anni Settanta, L’Elfo non aveva ancora una sede stabile (fra quelle temporanee anche il Centro Sociale Leoncavallo) e le regie erano di Gabriele Salvatores mentre in scena andavano già quelli che ancora oggi ne sono l’anima, Corinna Augustoni, Cristina Crippa, Ida Marinelli e Luca Toracca, oltre Bruni e De Capitani. Questi due si cimentano anche alla regia dagli anni Ottanta in poi, quando la sede stabile ormai c’è, quella storica in via Menotti. Un grande spazio sotto il livello stradale, stravolto di stagione in stagione nei modi più disparati, dall’allagamento per La bottega del caffé di Fassbinder all’installazione post bellica della Medea di Heiner Müller.

Negli anni Novanta un’altra tappa fondamentale, la fusione con il Porta Romana che dà vita a Teatridithalia e vede l’arrivo del terzo direttore, quello amministrativo Fiorenzo Grassi.

Il curriculum dell’Elfo è lunghissimo, si fregia di molti riconoscimenti e della capacità di proporre nomi al momento nuovi e inediti — come Steven Berkoff, Sarah Kane e Mark Ravenhill — insieme a “classici” come Brecht, Wilde, Fo e Testori. Con successi a volte clamorosi come quelli di Angels in America scritto da Tony Kushner e di The History boys di Alan Bennet. Tutto questo ovviamente insieme agli spettacoli accolti, e qui l’impresa di elencarli diventa davvero impossibile.

Sono due i lavori visti all’Elfo a cui sono personalmente più affezionato, uno è Rosso di John Logan, testo tradotto da Matteo Colombo e regia di Fracesco Frongia, con un meraviglioso Ferdinando Bruni che interpreta Mark Rothko, il pittore astratto di origini lettoni (vero nome Markus Rothkowitz), e la sua brama di assoluto. Poche volte la pittura e l’arte trovano una trasposizione credibile negli altri linguaggi, Rosso è una di quelle. Vibrante come i dipinti del più lirico degli espressionisti astratti «Di una cosa sola al mondo io ho paura, che un giorno il nero inghiotta il rosso”.

L’altro è Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller con la traduzione di Masolino d’Amico e la regia di Elio De Capitani che in scena è anche il gigantesco protagonista, un umanissimo, commovente, osceno Willy Loman «Pensavo che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l’apparenza, quel “far finta” che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire». Un testo del 1949 incredibilmente contemporaneo, in questi anni così avidi di apparenza, di voglia di sembrare qualcosa o qualcuno che non siamo sul palco dei social.

Due lavori molto diversi così come diverso e sorprendente sa essere l’Elfo ogni volta che si varca la sua porta, per andare su su fino all’intimità della Bausch o per sedersi al bistrot, in attesa di nuovi incontri perché, come si legge sulle sue pareti «Il teatro dovrebbe essere soltanto un incontro tra esseri umani. Tutto il resto serve solo a confondere» (Ingmar Bergman).

 

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Foto tratta da www.elfo.org

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 7 di Awand, primavera 2023.
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Antonio Ant Cornacchia
Antonio Ant Cornacchia
Grafico, art director, giornalista. Ha studiato all'Accademia delle Belle Arti. È il fondatore e direttore di Awand. C'è chi lo chiama Ant, che sta per formica.

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