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mudima

 

 

Le storie sono abitazioni in cui vivere dentro ed attraverso. Insieme contenitore e contenuto, esse plasmano l’architettura della nostra vita e dei nostri spazi, ed anche quando non le percepiamo restano sotto traccia, come un fiume carsico o come uno di quei monacielli di cui hanno scritto Matilde Serao e Anna Maria Ortese, lari domestici nascosti tra le pareti di casa, ombre e tracce appena visibili su un pavimento.

La Fondazione Mudima, voluta e inaugurata da Gino Di Maggio nel 1989 a Milano, è stata la prima fondazione italiana dedicata a un programma di artisti contemporanei le cui esperienze non fossero soltanto multimediali, ma soprattutto intermediali, giocate quindi in una zona di sovrapposizione tra i media e i diversi generi, trovando nella musica un collante capace di unirle e di fecondarle a nuova vita.

Le storie che in più di trent’anni sono state narrate dentro le mura di via Tadino 26 sono quindi trama e ordito della memoria di uno spazio che ha portato al pubblico le Avanguardie Storiche con Marcel Duchamp, il Futurismo, il Dadaismo, il Surrealismo e le Neo-avanguardie dagli anni Sessanta in poi. Con uno sguardo transnazionale e intergenerazionale qui hanno dialogato Fluxus, Happening, l’Azionismo Viennese, Gutai, Mono-Ha, fino ad arrivare a un panorama di artisti contemporanei tra i quali Jean-Michel Basquiat, Hidetoshi Nagasawa, Neo Rauch, Sam Havadtoy, Piero Pizzi Cannella, Sandro Chia, Giuseppe Spagnulo, Gunther Uecker, Michel Majerus, Nanda Vigo, Marinellia Pirelli, Grazie Varisco, Fausta Squatriti, Mimmo Paladino, Jaume Plensa, Kim Moon Suep, Ha Chong-Hyun, Roman Opalka.

Nel cortile all’ombra del nespolo o all’interno protette da alcune pareti in cartongesso, rimangono le tracce di alcuni di questi passaggi, storie narrate che, pur non visibili, ancora impregnano l’architettura di quel luogo plasmato dagli incontri, dai dibattiti, dai concerti di John Cage, dalle performances e dalla sperimentazione teatrale e letteraria di protagonisti quali Francesco Leonetti, Nanni Baletrini e Umberto Eco.

I muri della Fondazione Mudima e le loro storie nutrono la fantasia, nascondono opere come monacielli dispettosi che si sottraggono alla vista pur restando presenti, quasi fossero loro ad osservare e seguire il pubblico per le sale e per i piani, occhieggiando da sotto la calce o dietro ad alcuni cartongessi appositamente predisposti. Si tratta degli interventi, più o meno nascosti ma tuttora esistenti, di Ben Vautier, di Yoko Ono, di Cy Twombly, di Renato Mambor, di Milan Knizak, di Mario Ceroli, di Daniel Spoerri, di Giuliano Mauri, di Nam June Paik, di César, di Lee Ufan, di La Monte Young, di Giuseppe Chiari. Tante voci alcune delle quali poi risuonare fino in Estremo Oriente, come nei casi delle mostre di Giuseppe Penone, di Alberto Burri e delle artiste giapponesi degli anni Sessanta organizzate al Toyota Municipal Museum of Art, o del genio leonardesco portato in un serrato quanto inedito dialogo con Pininfarina a Seoul nel 1996, o dell’Arte Povera interfacciata alla Transavanguardia nel progetto Italiana a Yokohama nel 1994.

A partire dal tetto con le sculture “in volo” di Antonio Paradiso, appena visibili dalla strada, e poi fino al pianterreno, lo spazio è trafitto e insieme fluidificato in tutta altezza dai volumi di Mauro Staccioli, una saetta rossa che salendo al cielo diviene taglio di luna, quasi a memoria del famoso cuneo rosso futurista, che sembra ora farsi perdonare di aver ucciso il chiaro di luna. Sottoterra, sottotraccia, intra moenia, tocca però all’environment di Wolf Vostell, La Quinta del Sordo, farsi sentire per ogni dove pur senza esser visto, con i suoi dodici monitor che si specchiano nell’acqua di una piscina nera che riflette immagini e suoni della contemporaneità televisiva, insieme alle scene dipinte da Vostell sulle pareti, pinturas negras di Goya attualizzate nei fantasmi dei disastri della guerra di ogni epoca.

È un luogo dove le storie di una comunità, della sua terra e del suo tempo, diventano parzialmente narrabili e quindi trasmissibili. La parzialità è una virtù, consente di fare in modo che nessuna di esse prenda il sopravvento sulle altre ma restino tutte comunicanti, anche quando giungono alle nostre orecchie come una voce lontana, un flebile sussurro da dietro i muri.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 13 di Awand, autunno 2024.
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