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flavio giurato il tuffatore

 

 

«Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Avrò avuto quindici o sedici anni quando, grazie agli Yo Yo Mundi, ho letto questa frase. All’epoca frasi così mi si incidevano nella testa e risuonavano in continuazione. Le ho portate dietro per anni,  non come adesso che tutto scivola via senza lasciar traccia. Questa in particolare l’ho usata per gli esercizi di lettering all’ISIA, la scuola di grafica dove ho studiato, ad Urbino. Un’altra frase che mi piaceva molto era «Imagine yourself young, with pockets full of water» (in Pockets dei Karate, del 2004), ancora oggi rievoca in un attimo come mi sentivo, come ci sentivamo: tasche piene d’acqua, giovani molto uniti e pieni di speranza, eppure spaventati e soli. Eccone un’altra «Un grido in cerca di una bocca”, così definiva lo scrittore Hubert Selby Jr il suo Last Exit to Brooklyn in un’intervista a Lou Reed del 1989. Potrei elencarne ancora tante e di tanti autori, Massimo Volume, Ani di Franco, Stefano Benni, La Crus… ognuna legata a ricordi di quegli anni.

Negli esercizi per l’ISIA, quella del tuffatore l’avrò scritta cento volte, in MAIUSCOLO, in minuscolo, in corsivo e in stampatello, in tutte le varianti che mi venivano in mente. Credo fosse il 2006, avevamo un professore meraviglioso, James Clough, capace di entusiasmarsi per l’asticella di una “A”, per la pancia di una “B” e ancora di più per le insegne di un tempo, “LATTERIA”, “BARBIERE” dipinte a mano o quelle con le lettere tridimensionali in metallo, luminose o alcune scritte a spray trovate in giro.

La citazione degli Yo Yo Mundi rigirava nella testa ma all’epoca non c’era internet per trovare in pochi secondi nomi, biografia, bibliografia e discografia, se non avevi amici informati sui fatti, la cosa finiva lì, così la frase del tuffatore è caduta nell’oblio per anni.

Nel 2020 sono andata ad un concerto dei Camillas a Roma al Fusolab, appena dopo la scomparsa di Mirko, membro della band. Con loro tanti amici che avevano voglia di restituire affetto e attenzione suonando insieme. Tra questi anche un certo Flavio Giurato che mi è piaciuto, così nei giorni successivi ho ascoltato tutto quello che trovavo di suo, e a un certo punto sento «Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Non potevo crederci, dopo trent’anni mi ero ritrovata di fronte l’autore della frase scritta così tante volte che ormai pareva mi appartenesse, neanche ricordavo più dove l’avessi letta la prima volta. Dopo la scoperta, ho preso un pennarello e l’ho scritta sul muro del bagno. Mia madre un giorno è venuta a trovarmi e, uscita dal bagno, ha chiesto: «Chi è F.G.»? C’è rimasta male, credo che avesse pensato fosse mio zio, Giulio Favino, mancato da poco.

Nelle settimane successive ho comprato gli album — uno quasi introvabile me lo hanno regalato — e ho anche letto il suo libro, Nuovo Marco Polo. Ma le sorprese non erano finite. Un giorno del 2021 il mio amico Giuseppe Catani è venuto a trovarmi a Roma da Bologna, dove vive. Chiacchierando viene fuori che stava scrivendo un libro-intervista, su chi? Su Giurato! Uscito poi nel 2022 per Arcana col titolo Ali e nomi. Ormai era amore, lo ascoltavo tutti i giorni in cuffia, pedalando in bicicletta contromano e cantando gli spezzoni che iniziavo a memorizzare.

Flavio Giurato è un autore di nicchia? Per me è incredibile non innamorarsene, ma quanto tempo mi ci è voluto per scovarlo! Improvvisato e strutturato allo stesso tempo, serio ma a tratti ironico, musica e parole si accompagnano in modo non scontato nelle sue canzoni. E poi è onesto, non c’è finzione, mi arriva come qualcosa di necessario. Mi piace la voce e i toni che sono sempre di racconto, di storia e mi piace che non si esaurisca, non mi stanchi, anzi si arricchisca, continuo a scoprirlo un pezzo alla volta.

L’emozione risiede nel seguire gli anelli di una catena di infiniti collegamenti senza perdersi, seguendo le diramazioni e allenando la memoria: c’è una coltre che copre possibilità d’amore infinite che aspettano solo d’essere sgamate: ti si avvinghiano al cuore, non ti lasciano più, ti accompagnano nelle passeggiate, a ritmo di danza, nel lavoro, nel bisogno di piangere, nei momenti di riposo con gli occhi al cielo e anche a letto, spesso e volentieri. La musica e le parole di Flavio Giurato sono tra quelle che sono riuscite ad attraversarmi e a posarsi.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 16 di Awand, estate 2025.
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