Awand. Tutte le arti in una rivista unica

piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù

 

 

“Ho ricevuto al cuore il colpo della grazia. Ah! Non lo avevo previsto!”

Questa una delle frasi che ritrovo appuntate nel diario del liceo, anno domini 1991. Il libro da cui è tratta ha un prezzo di copertina che merita un cenno: novemila lire. La citazione è da Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud. È scritta a penna, in coda a “versione di latino”, “ore 14:30 partenza – Elfo” e un improperio contro un partito (mi fa sorridere l’entropia dei pensieri che emanano le pagine che sfoglio, ma io credo si debba passare da lì per trovare una direzione).

Non ho buttato i diari del liceo, non ne ho mai avuto il coraggio. Ringrazio per questo, altrimenti oggi non potrei dire che il 9 aprile 1991 fu per me una data pegno. Quel pomeriggio milanese (che ricordo in bianco e nero: neri i vestiti, nere le pareti, nere le ombre – bianco il cono di luce in cui si muove l’attore) mi ha insegnato che niente come le parole, la musicalità delle parole, è in grado di restituirmi, nuda e cruda, alla sostanza cui tendo, cui tengo. Buttare fuori, costruire immagini, inventare modi consoni al sogno per raccontare il mondo orribile, meraviglioso e devastante che si è, la vita cieca, banale e straordinaria che si vive, il dolore sudato, malconcio e dignitoso che abitiamo. Ferdinando Bruni, la fonetica del gesto, un corpo che scava le parole del poeta sul vetro che separa intuizioni e visione: come si dice terrore? Come si pronuncia la sete? Come si implora il perdono?

Avevo diciassette anni: all’uscita dalla ex Chiesa di San Carpoforo ricordo una me elettrizzata, minuscola, sfinita, scarabocchiata su se stessa ed immensamente grata. Arrivano da lì le notti dei mie anni giovani passate a scrivere: di mio padre, dell’odore della distanza, di come si fa a nascere due volte in una vita sola (una da tua madre, una dalla sua morte). Scrivevo a matita, come per lasciare un segno che non ferisse nessuno, ma al contempo mi liberasse dalla nebbia, dalla rabbia. Ascoltavo musica e consumavo carta: cercavo (cerco, cercherò) il linguaggio capace di essere testamento, io che non ho nessuno a cui lasciare nulla, ma qualcosa da lasciare lo abbiamo tutti. Come si dice preghiera? Come si dice Grazie? Come si dice tienimi così come sono anche se potrei sembrare niente?

Ho avuto trent’anni, sapevo bene cosa riesce a fare la poesia, come si leggono le parole e come si ascoltano, il rispetto che meritano. Non ho mai avuto buono il corpo, potevo avere buone le parole e provare a danzarle. A Rimbaud ho finito per preferire Salinas, Szymborska, Cioran. Ho spento la radio e comprato CD, letto e metabolizzato canzoni, seguito dal vivo artisti che talvolta sono diventati buoni amici. Poi c’è stato Paolo Benvegnù. Non si creda a chi dice che i miracoli accadono una volta sola: i miracoli accadono quando te ne accorgi.

Incontrare Piccoli fragilissimi film è stato lo sfinimento, gli occhi sfiniti dalla semplicità disarmante con cui lui riesce a fare poesia. Non ho una data pegno, un giorno preciso fermato sul calendario (era il 2004, credo fosse quasi primavera, non dovrei sbagliarmi): ho le canzoni – canzoni come stagioni, dell’immaginario e delle ossa; ho la sensazione precisa di un corpo che non è il mio che si lascia prendere in prestito, un corpo custodia - ingombrante e fragilissimo; ho le cartoline da un viaggio verso un mare che è sempre da raggiungere.

I pomeriggi sono notti, le sere ricordano il mattino e mentre il tempo ci osserva sprecare fiato la memoria di maestri, oceani e padri ci presta soccorso. Ogni capoverso è un amo cui restano imbrigliati bellezza, compassione, furore; ogni accordo riesce a parafrasare luci ed ombre fino a renderle nomi, abiti, odori. Arrivano da qui le notti dei miei anni non più giovani passate a scrivere: di curanze e noncuranze, di resistenza, di panorami e briciole, di come “siamo stupidi a pensare di esser soli”. La grandezza degli uomini non riguarda quello che possiedono, ma come ringraziano: come si dice arrivederci? Come si dice addio?

“Io lascio che le cose passino e mi sfiorino / Perché non sono ancora in grado di comprenderle”.

 

(...)

L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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