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C era una volta in America

 

 

Nino mi fa: «Si va a cinema questa sera?». Annuisco muovendo il capo mentre continuo a battere a macchina. Mi sono spesso chiesto perché non la si volle chiamare più correttamente macchina per scrivere. Ma poco importa. Intanto Nino incalza: «Al Fiamma danno l’ultimo film di Sergio Leone. Non possiamo perdercelo». Gli rispondo che avevo letto da qualche parte che durava tre ore e mezza e aggiungo: «Ce la facciamo coi tempi che abbiamo?». «Hai dimenticato che è domenica – ribatte lui – e possiamo uscire dopo aver pranzato…». Insomma non c’erano i tempi stretti della “libera uscita”.

Questo accadeva infatti ad Anzio - in una caserma dell’esercito, al 9° Battaglione Guerra Elettronica “Rombo” – durante il mio anno di militare di leva. Lo slogan del Battaglione lo si leggeva a caratteri cubitali all’ingresso e recitava: “La mia sfida attraverso lo spazio”. Noi commilitoni usavamo ironizzare sostituendo il termine sfida con sfiga. Nino faceva di cognome Pulvirenti, era di Catania e condivideva con me l’ufficio di Fureria.

Il film era C’era una volta in America, con un cast di tutto rispetto: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovem e tanti altri. I giornali lo avevano sostanzialmente stroncato, ritenendolo pretenzioso, ridondante e decisamente lungo per essere accettato. Gli americani lo avevano, non a caso, rimontato e ne avevano ridotto la durata a un’ora e mezza, in ordine rigidamente cronologico. La Warner aveva prodotto una pellicola in cui si raccontava solo una storia di gangster newyorkesi di origini ebraiche, eliminando il meglio di quanto Leone aveva creato in un continuo andirivieni temporale. Oggi direi che avevano cancellato la parte che meglio identificava il cinema italiano. Tutto questo lo scoprimmo negli anni a seguire. Quando C’era una volta in America si conquistò uno spazio tra i grandi capolavori del cinema mondiale. Quando lo stesso regista era ormai prematuramente scomparso.

Il Cinema Fiamma ad Anzio era nel centro storico, non molto distante dalla caserma che stava sul lungomare. Quel pomeriggio eravamo quattro gatti, in religioso silenzio, ad ammirare la grande fatica di Sergio Leone. Con gli occhi inchiodati sul grande schermo su cui le immagini, ogni tanto, erano segnate da un tremolio dovuto alle nuvole di fumo da sigaretta che produceva uno spettatore seduto davanti a noi. All’epoca non c’era il divieto di fumare. Si poteva fare di tutto. E tra i quattro gatti presenti non mancava la solita coppietta di innamorati che avevano scelto il Fiamma per pomiciare in santa pace.

All’uscita provammo a scambiarci le nostre impressioni. Entrambi avevamo afferrato la trama ma avevamo la sensazione che tanta roba avrebbe meritato la nostra maggiore attenzione. In sostanza la narrazione vera era nascosta tra le mille pieghe di una storia di mafia. Ed era il tema principale che il regista aveva sempre trattato in tutti i suoi film: il tema di una grande amicizia tradita. Mentre ci incamminavamo verso la caserma decidemmo che saremmo tornati al Fiamma la domenica successiva e avremmo rivisto C’era una volta in America. A costo di ritrovarci il tabagista a fumare allo stesso posto davanti a noi e la coppia di innamorati a pomiciare. Pertanto ci tornammo e fu come aver visto un altro film. Non più distratti dalla trama, fu una visione che profumava di capolavoro.

Per giorni in ufficio continuammo a parlare del film. Nino era un grande appassionato di cinema e mi snocciolava quotidianamente nuove letture, particolari inquadrature, dialoghi memorabili che quel film gli avevano lasciato sulla pelle come tatuaggi. Io lo ascoltavo con interesse e imparavo da lui come andava “guardato” un film. D’altra parte le mie passioni erano diverse: io amavo la musica e i fumetti. E fu proprio su un magazine di fumetti, credo “Orient Express”, che incrociai qualche mese dopo una recensione del film. L’autore chiudeva il pezzo scrivendo che in quella pellicola avrebbe fatto volentieri da comparsa, magari per pochi secondi, fosse stato anche nella parte di un gangster appena ammazzato. Credo che anche Nino avrebbe pagato per fare il morto ammazzato.

Il 1984 era stato l’anno in cui ero stato sequestrato dallo Stato e intruppato tra i militi di leva, pronti per una guerra assai improbabile ma si era rivelato un anno carico di nuove amicizie e emozioni forti. Compresa quella volta che dalle camerate di tutto il battaglione si sollevò un canto a me caro. Era L’Internazionale, era l’11 giugno ed era giunta in caserma la notizia della morte di Enrico Berlinguer.

A dicembre terminò il mio anno di leva e mi congedai dall’esercito. Salutai i commilitoni e volli abbracciare per ultimo Nino Pulvirenti che sarebbe dovuto rimanere fino al marzo dell’anno successivo. «Ti affido l’ufficio – gli dissi scherzando – cerca di uscirne vivo e proviamo a ritrovarci quando tornerai ad essere un “civile”»

Non ci siamo mai più rivisti. Non sono mai riuscito a trovarne traccia, neppure sui social. Sono però sicuro che, se dovessi ritrovarlo, gli dovrò chiedere cosa ha fatto in tutti questi anni e lui, come Noodles/De Niro, mi risponderà: «Sono andato a letto presto».

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 14 di Awand, inverno 2024/2025.
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Silvio Teot
Silvio Teot

Negli anni Settanta è impegnato su diversi progetti musicali e teatrali e anima Radio Murgia, tra le prime radio libere nate in Italia. Come percussionista fonda - insieme a Maria Moramarco e Luigi Bolognese - il gruppo Uaragniaun col quale ha presentato spettacoli in Italia e nel mondo e prodotto 13 lavori discografici. Partecipa inoltre a diversi altri dischi in qualità di batterista. Studioso e collezionista di fumetti ha disegnato vignette satiriche per i giornali locali dell’Alta Murgia barese. Da giornalista-pubblicista ha diretto, dal 1986 al 2001, il periodico di cultura e informazione Piazza. Ha collaborato con quotidiani e riviste nazionali e regionali scrivendo articoli di cronaca, inchieste, e corsivi. È tuttora direttore responsabile della rivista storica Altamura, pubblicata dalla biblioteca A.B.M.C. Ha curato pubblicazioni e libri delle Edizioni Piazza e, nel 2002, pubblica il libro Trent’anni suonati, saggio romanzo sull’esperienza del laboratorio Uaragniaun e sulla musica popolare del Sud Italia. Nel 2007, insieme a Luigi Bolognese, cura il libro di Maria Moramarco Paràule. Nel 2010 pubblica il libro A furor di popolo, biografia del meridionalista Fabio Perinei. Negli ultimi anni si si dedica allo studio di numerosi altri strumenti a percussione e diversi strumenti a fiato. Col fumettista materano Pino Oliva è impegnato nella realizzazione di “Chitaridd, il brigante di matera”, un fumetto noir d’ambiente di cui cura soggetto e sceneggiatura.

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