
«Qui tutto è fatto di sole» (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1941). Lo lessi nell’estate del 2002 e pensai alla controra, soluzione linguistica squisitamente centro-meridionale paragonabile alla siesta spagnola - la sesta ora, mezzogiorno - che descrive un’azione specifica: ripararsi dal sole che nelle torride giornate estive fagocita chiunque gli si opponga (anticamente, in forma di demone). E siccome dagli spiriti postprandiali ci si difende coi sortilegi, ero ricorsa alle formule magiche (su tutte, Mégu Megún).
In realtà chi mi conosce sa che sono stata a lungo ossessionata dalla produzione di Fabrizio De Andrè che va dall’84 al ‘96, quella in cui il dialetto - ligure, sardo, campano – assume connotazioni sciamaniche. Di quell’altissima narrazione, Crêuza de mä penso sia l’unico disco che non ho mai saputo classificare. La descrizione più calzante la diede Wim Wenders, definendolo «oltre che bello, necessario». Chi lo conosce capirà perfettamente, chi non lo conosce può invece provare la medesima costernazione che provò l’amministratore delegato della Ricordi all’ascolto di un prodotto incentrato su lévre de cuppi e ammiragli della flotta ottomana, che arrivava come un fulmine a ciel sereno nel repertorio del cantautore genovese. Ma capire De André vuol dire anche e soprattutto comprendere perfettamente l’esigenza di scrivere un disco simile.
Ricordo di aver letto un’intervista ai Led Zeppelin sulla storica accusa di plagio ai danni di Willie Dixon in cui Robert Plant, esausto, ammetteva: «Volevamo disperatamente essere neri». Io credo invece che De André volesse disperatamente essere isolano. Era nato nel continente ma trovarsi a Genova gli aveva facilitato le cose. Aveva cercato il suo paesaggio interiore, lo aveva trovato a Tempio Pausania e in definitiva isolano ci era diventato. Da quel momento in poi era stato in grado di cose come Monti di Mola, capolavoro in gallurese scritto con Mauro Pagani, eccezionale mediatore tra Fabrizio De Andrè e la musica popolare (e che meraviglia era Davvero, davvero cantata a due voci), finendo per collaborare con i Tazenda che, ben consci della densità del cantautore, avevano convenuto fosse meglio dosarlo affidandogli solo una manciata di strofe in Etta abba chelu (1992). Nulla di nuovo: Leonard Cohen aveva scelto Idra e Albert Camus aveva inseguito Paestum fino a sorprenderla al tramonto («Sono a due dita dal piangere»).
In quel 2002 Crêuza de mä verbalizzava una ricerca della felicità a me molto cara: parlava di luoghi - dell’anima e non - in cui rifugiarsi. Nel mentre iniziavo L’Isola di Arturo (1957) in cui la Morante descriveva una Procida ai confini del fantastico: «La mia isola ha strade solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali […] l’isola è una cosa viva, non paesaggio ma personaggio anch’essa». Io non mi trovavo su un’isola ma ero a Maiori, ad un passo da Amalfi, prima repubblica marinara. In posti così, il tempo e lo spazio non servono a niente. Sono misure terrene, inutili ai viaggiatori e abbandonate le quali si scoperchia una geografia bizzarra in cui Ravello è Gran Burrone, Capri Isla Nublar e Maiori Macondo (non parleremo di Anime Salve ma quanto vorrei farlo). Luoghi “finti, mai falsi” direbbe qualcuno, perché Crêuza de mä era evidentemente uno Stargate e questo gli conferiva, a mio parere, un valore inestimabile.
Ad oggi sono abbastanza sicura di saperlo a memoria. L’ho comprato in ogni formato possibile, ma sembra che tutti fatichino a contenere la copertina. È una fotografia di Jay Maisel, in origine specchiata, che Pagani scelse come immagine definitiva. Si intitola Facade of House, One Window e mostra una casa contadina in una zona non ben identificata del Portogallo. Per ammissione dello stesso Maisel, in quel rovente 1972 stava inseguendo i raccolti, e aveva finito per perdersi fino a quando gli si era parata davanti la mastodontica cä de pria.
In descrizione sul sito, riporta il momento dello scatto come “high noon”. Mezzogiorno , ora sesta o controra.
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