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 talking heads 1980s billboard live 1548

 

 

Fin da piccolo sono stato attratto dalla luce, avevo sempre sospettato avesse un potere particolare, non solo quello di plasmare corpi o ambienti, come poi avrei capito alla scuola di cinema e lavorando in teatro, ma anche quello di comunicare. Io nel 1980 ero ancora uno studente di lingue, appassionato e instancabile lettore, divoratore di musica, fumetti, libri, cinema, teatro, concerti. Gli anni ’80 del Novecento erano un’epoca di grandi fermenti, il punk aveva creato una rottura con le convenzioni sociali e culturali dell’epoca. C’era un’esigenza precisa di segnare una linea di demarcazione, di riprendersi la scena, di lottare contro l’idea di un modello di vita rassegnato a non avere alternative al mondo capitalistico. Tutto era cominciato con lo slogan No Future; quello slogan incarnava il rifiuto della prospettiva di un futuro preconfezionato e standardizzato, il “posto di lavoro sicuro”, costruirsi una famiglia, mettere su casa, una prospettiva contro cui molti sentivano di doversi ribellare, sfidando gli stereotipi e cercando un’identità unica. Si erano rotte le acque della tradizione, tutto era possibile, si poteva iniziare a mostrarsi per quello che si era, diversi da tutti, contraddittori, imperfetti ma vivi. Il punk mi divertiva ma non era il mio genere, ero troppo delicato, artistico, affascinato dai decadenti e dalle avanguardie. I Talking heads sin dal loro primo album erano diventati un gruppo di riferimento, la loro musica, i testi e l’immagine era un concentrato di fascinazione come pochi altri gruppi di quel periodo. Loro erano complicati e semplici, misteriosi e diretti. I loro primi quattro album sono un crescendo di stupore ma quando esce Remain in light lo stupore diventa meraviglia, le strutture musicali creano vertigini, i suoni sono inauditi, quel disco rompeva tutti gli schemi. Era un disco sorprendentemente eclettico, funky, pop, tribale, futuristico, arcaico, tutto contemporaneamente, un’esperienza sonora unica. Un suono che sembra impossibile da riprodurre dal vivo e così con questa curiosità vado al Palalido. Di quella serata ricordo poco, non so chi era con me, non ricordo da quale settore ho visto il concerto, ricordo però l’assalto luminoso di quella luce bianca, una batteria di Par che non avevo mai visto usare in quel modo. Nessuna variazione di colore, neanche alla fine dei diversi brani, tutto immobile lassù, un controluce secco, durissimo che staglia i musicisti impegnati sul palco a restituire quella massa sonora che Brian Eno aveva definito “troppo complessa per essere eseguita dal vivo da un quartetto”. Quando entrano sul palco i Talking heads sono accompagnati da così tanti musicisti che lo spazio per muoversi è limitatissimo, ma che bisogno hanno loro di muoversi impegnati come sono a inseguire quel torrente di note. E la scaletta mischia tutti i loro pezzi, rinnovandoli e trasformandoli in pura energia, illuminati letteralmente da quella cascata di luce che rende tutto nitido. Niente è superfluo, non ci sono pause tra i pezzi. La loro musica è troppo complicata per essere ballata ma è impossibile stare fermi, tutto si muove pur restando fermi. Uno psicanalista americano ha definito gli otto pezzi contenuti nell’album come “basate sul principio della libera associazione, prive cioè del pensiero coerente rintracciabile nei testi scritti in flusso di coscienza” ed è davvero difficile capire come in assenza di apparente coerenza si riesca comunque a creare senso. Ancora oggi mi stupisco della profondità di quei brani, in particolare di Once in a lifetime  che rivela mondi senza usare strutture narrative tipiche delle canzoni. L’elenco dei gruppi e dei concerti che in quegli si sono succeduti sui palchi milanesi è impressionante ma quel concerto fu davvero unico.  L’importanza che la luce ha nella nostra percezione del mondo spesso è trascurata o ignorata dalle persone, la luce può causare disagio, intimità, in parole povere è uno strumento per comunicare. Gli artisti sono spesso ossessionati dalla “luce giusta”, Mark Rothko la studia e la usa per creare i suoi color field painting, la impone per la fruizione delle sue opere, Caravaggio forse è l’esempio più evidente del potere della luce, ma l’elenco dei pittori e del loro rapporto con la luce è infinito. Quando hai meno di vent’anni e vai a vedere un concerto non rifletti sul valore che la luce ha, la consideri solo un fatto tecnico, serve solo a fornire la quantità di luce adeguata a vedere. Non avevo mai pensato prima di allora a cosa significa “illuminare” e in quella assenza di effetti luminosi, in quel bianco abbagliante, travolto da tutte quelle note ho capito l’importanza del fattore luce, per la prima volta “ho visto la luce” e anche uno dei concerti più belli della mia vita.

 

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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 12 di Awand, estate 2024.
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