- Roberta Molteni

“Ho ricevuto al cuore il colpo della grazia. Ah! Non lo avevo previsto!”
Questa una delle frasi che ritrovo appuntate nel diario del liceo, anno domini 1991. Il libro da cui è tratta ha un prezzo di copertina che merita un cenno: novemila lire. La citazione è da Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud. È scritta a penna, in coda a “versione di latino”, “ore 14:30 partenza – Elfo” e un improperio contro un partito (mi fa sorridere l’entropia dei pensieri che emanano le pagine che sfoglio, ma io credo si debba passare da lì per trovare una direzione).
Non ho buttato i diari del liceo, non ne ho mai avuto il coraggio. Ringrazio per questo, altrimenti oggi non potrei dire che il 9 aprile 1991 fu per me una data pegno. Quel pomeriggio milanese (che ricordo in bianco e nero: neri i vestiti, nere le pareti, nere le ombre – bianco il cono di luce in cui si muove l’attore) mi ha insegnato che niente come le parole, la musicalità delle parole, è in grado di restituirmi, nuda e cruda, alla sostanza cui tendo, cui tengo. Buttare fuori, costruire immagini, inventare modi consoni al sogno per raccontare il mondo orribile, meraviglioso e devastante che si è, la vita cieca, banale e straordinaria che si vive, il dolore sudato, malconcio e dignitoso che abitiamo. Ferdinando Bruni, la fonetica del gesto, un corpo che scava le parole del poeta sul vetro che separa intuizioni e visione: come si dice terrore? Come si pronuncia la sete? Come si implora il perdono?
Avevo diciassette anni: all’uscita dalla ex Chiesa di San Carpoforo ricordo una me elettrizzata, minuscola, sfinita, scarabocchiata su se stessa ed immensamente grata. Arrivano da lì le notti dei mie anni giovani passate a scrivere: di mio padre, dell’odore della distanza, di come si fa a nascere due volte in una vita sola (una da tua madre, una dalla sua morte). Scrivevo a matita, come per lasciare un segno che non ferisse nessuno, ma al contempo mi liberasse dalla nebbia, dalla rabbia. Ascoltavo musica e consumavo carta: cercavo (cerco, cercherò) il linguaggio capace di essere testamento, io che non ho nessuno a cui lasciare nulla, ma qualcosa da lasciare lo abbiamo tutti. Come si dice preghiera? Come si dice Grazie? Come si dice tienimi così come sono anche se potrei sembrare niente?
Ho avuto trent’anni, sapevo bene cosa riesce a fare la poesia, come si leggono le parole e come si ascoltano, il rispetto che meritano. Non ho mai avuto buono il corpo, potevo avere buone le parole e provare a danzarle. A Rimbaud ho finito per preferire Salinas, Szymborska, Cioran. Ho spento la radio e comprato CD, letto e metabolizzato canzoni, seguito dal vivo artisti che talvolta sono diventati buoni amici. Poi c’è stato Paolo Benvegnù. Non si creda a chi dice che i miracoli accadono una volta sola: i miracoli accadono quando te ne accorgi.
Incontrare Piccoli fragilissimi film è stato lo sfinimento, gli occhi sfiniti dalla semplicità disarmante con cui lui riesce a fare poesia. Non ho una data pegno, un giorno preciso fermato sul calendario (era il 2004, credo fosse quasi primavera, non dovrei sbagliarmi): ho le canzoni – canzoni come stagioni, dell’immaginario e delle ossa; ho la sensazione precisa di un corpo che non è il mio che si lascia prendere in prestito, un corpo custodia - ingombrante e fragilissimo; ho le cartoline da un viaggio verso un mare che è sempre da raggiungere.
I pomeriggi sono notti, le sere ricordano il mattino e mentre il tempo ci osserva sprecare fiato la memoria di maestri, oceani e padri ci presta soccorso. Ogni capoverso è un amo cui restano imbrigliati bellezza, compassione, furore; ogni accordo riesce a parafrasare luci ed ombre fino a renderle nomi, abiti, odori. Arrivano da qui le notti dei miei anni non più giovani passate a scrivere: di curanze e noncuranze, di resistenza, di panorami e briciole, di come “siamo stupidi a pensare di esser soli”. La grandezza degli uomini non riguarda quello che possiedono, ma come ringraziano: come si dice arrivederci? Come si dice addio?
“Io lascio che le cose passino e mi sfiorino / Perché non sono ancora in grado di comprenderle”.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 18 di Awand, inverno 2025-2026.
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- Martina Esposito

«Qui tutto è fatto di sole» (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1941). Lo lessi nell’estate del 2002 e pensai alla controra, soluzione linguistica squisitamente centro-meridionale paragonabile alla siesta spagnola - la sesta ora, mezzogiorno - che descrive un’azione specifica: ripararsi dal sole che nelle torride giornate estive fagocita chiunque gli si opponga (anticamente, in forma di demone). E siccome dagli spiriti postprandiali ci si difende coi sortilegi, ero ricorsa alle formule magiche (su tutte, Mégu Megún).
In realtà chi mi conosce sa che sono stata a lungo ossessionata dalla produzione di Fabrizio De Andrè che va dall’84 al ‘96, quella in cui il dialetto - ligure, sardo, campano – assume connotazioni sciamaniche. Di quell’altissima narrazione, Crêuza de mä penso sia l’unico disco che non ho mai saputo classificare. La descrizione più calzante la diede Wim Wenders, definendolo «oltre che bello, necessario». Chi lo conosce capirà perfettamente, chi non lo conosce può invece provare la medesima costernazione che provò l’amministratore delegato della Ricordi all’ascolto di un prodotto incentrato su lévre de cuppi e ammiragli della flotta ottomana, che arrivava come un fulmine a ciel sereno nel repertorio del cantautore genovese. Ma capire De André vuol dire anche e soprattutto comprendere perfettamente l’esigenza di scrivere un disco simile.
Ricordo di aver letto un’intervista ai Led Zeppelin sulla storica accusa di plagio ai danni di Willie Dixon in cui Robert Plant, esausto, ammetteva: «Volevamo disperatamente essere neri». Io credo invece che De André volesse disperatamente essere isolano. Era nato nel continente ma trovarsi a Genova gli aveva facilitato le cose. Aveva cercato il suo paesaggio interiore, lo aveva trovato a Tempio Pausania e in definitiva isolano ci era diventato. Da quel momento in poi era stato in grado di cose come Monti di Mola, capolavoro in gallurese scritto con Mauro Pagani, eccezionale mediatore tra Fabrizio De Andrè e la musica popolare (e che meraviglia era Davvero, davvero cantata a due voci), finendo per collaborare con i Tazenda che, ben consci della densità del cantautore, avevano convenuto fosse meglio dosarlo affidandogli solo una manciata di strofe in Etta abba chelu (1992). Nulla di nuovo: Leonard Cohen aveva scelto Idra e Albert Camus aveva inseguito Paestum fino a sorprenderla al tramonto («Sono a due dita dal piangere»).
In quel 2002 Crêuza de mä verbalizzava una ricerca della felicità a me molto cara: parlava di luoghi - dell’anima e non - in cui rifugiarsi. Nel mentre iniziavo L’Isola di Arturo (1957) in cui la Morante descriveva una Procida ai confini del fantastico: «La mia isola ha strade solitarie chiuse fra muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali […] l’isola è una cosa viva, non paesaggio ma personaggio anch’essa». Io non mi trovavo su un’isola ma ero a Maiori, ad un passo da Amalfi, prima repubblica marinara. In posti così, il tempo e lo spazio non servono a niente. Sono misure terrene, inutili ai viaggiatori e abbandonate le quali si scoperchia una geografia bizzarra in cui Ravello è Gran Burrone, Capri Isla Nublar e Maiori Macondo (non parleremo di Anime Salve ma quanto vorrei farlo). Luoghi “finti, mai falsi” direbbe qualcuno, perché Crêuza de mä era evidentemente uno Stargate e questo gli conferiva, a mio parere, un valore inestimabile.
Ad oggi sono abbastanza sicura di saperlo a memoria. L’ho comprato in ogni formato possibile, ma sembra che tutti fatichino a contenere la copertina. È una fotografia di Jay Maisel, in origine specchiata, che Pagani scelse come immagine definitiva. Si intitola Facade of House, One Window e mostra una casa contadina in una zona non ben identificata del Portogallo. Per ammissione dello stesso Maisel, in quel rovente 1972 stava inseguendo i raccolti, e aveva finito per perdersi fino a quando gli si era parata davanti la mastodontica cä de pria.
In descrizione sul sito, riporta il momento dello scatto come “high noon”. Mezzogiorno , ora sesta o controra.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 17 di Awand, autunno 2025.
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- Susanna Doccioli

«Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Avrò avuto quindici o sedici anni quando, grazie agli Yo Yo Mundi, ho letto questa frase. All’epoca frasi così mi si incidevano nella testa e risuonavano in continuazione. Le ho portate dietro per anni, non come adesso che tutto scivola via senza lasciar traccia. Questa in particolare l’ho usata per gli esercizi di lettering all’ISIA, la scuola di grafica dove ho studiato, ad Urbino. Un’altra frase che mi piaceva molto era «Imagine yourself young, with pockets full of water» (in Pockets dei Karate, del 2004), ancora oggi rievoca in un attimo come mi sentivo, come ci sentivamo: tasche piene d’acqua, giovani molto uniti e pieni di speranza, eppure spaventati e soli. Eccone un’altra «Un grido in cerca di una bocca”, così definiva lo scrittore Hubert Selby Jr il suo Last Exit to Brooklyn in un’intervista a Lou Reed del 1989. Potrei elencarne ancora tante e di tanti autori, Massimo Volume, Ani di Franco, Stefano Benni, La Crus… ognuna legata a ricordi di quegli anni.
Negli esercizi per l’ISIA, quella del tuffatore l’avrò scritta cento volte, in MAIUSCOLO, in minuscolo, in corsivo e in stampatello, in tutte le varianti che mi venivano in mente. Credo fosse il 2006, avevamo un professore meraviglioso, James Clough, capace di entusiasmarsi per l’asticella di una “A”, per la pancia di una “B” e ancora di più per le insegne di un tempo, “LATTERIA”, “BARBIERE” dipinte a mano o quelle con le lettere tridimensionali in metallo, luminose o alcune scritte a spray trovate in giro.
La citazione degli Yo Yo Mundi rigirava nella testa ma all’epoca non c’era internet per trovare in pochi secondi nomi, biografia, bibliografia e discografia, se non avevi amici informati sui fatti, la cosa finiva lì, così la frase del tuffatore è caduta nell’oblio per anni.
Nel 2020 sono andata ad un concerto dei Camillas a Roma al Fusolab, appena dopo la scomparsa di Mirko, membro della band. Con loro tanti amici che avevano voglia di restituire affetto e attenzione suonando insieme. Tra questi anche un certo Flavio Giurato che mi è piaciuto, così nei giorni successivi ho ascoltato tutto quello che trovavo di suo, e a un certo punto sento «Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Non potevo crederci, dopo trent’anni mi ero ritrovata di fronte l’autore della frase scritta così tante volte che ormai pareva mi appartenesse, neanche ricordavo più dove l’avessi letta la prima volta. Dopo la scoperta, ho preso un pennarello e l’ho scritta sul muro del bagno. Mia madre un giorno è venuta a trovarmi e, uscita dal bagno, ha chiesto: «Chi è F.G.»? C’è rimasta male, credo che avesse pensato fosse mio zio, Giulio Favino, mancato da poco.
Nelle settimane successive ho comprato gli album — uno quasi introvabile me lo hanno regalato — e ho anche letto il suo libro, Nuovo Marco Polo. Ma le sorprese non erano finite. Un giorno del 2021 il mio amico Giuseppe Catani è venuto a trovarmi a Roma da Bologna, dove vive. Chiacchierando viene fuori che stava scrivendo un libro-intervista, su chi? Su Giurato! Uscito poi nel 2022 per Arcana col titolo Ali e nomi. Ormai era amore, lo ascoltavo tutti i giorni in cuffia, pedalando in bicicletta contromano e cantando gli spezzoni che iniziavo a memorizzare.
Flavio Giurato è un autore di nicchia? Per me è incredibile non innamorarsene, ma quanto tempo mi ci è voluto per scovarlo! Improvvisato e strutturato allo stesso tempo, serio ma a tratti ironico, musica e parole si accompagnano in modo non scontato nelle sue canzoni. E poi è onesto, non c’è finzione, mi arriva come qualcosa di necessario. Mi piace la voce e i toni che sono sempre di racconto, di storia e mi piace che non si esaurisca, non mi stanchi, anzi si arricchisca, continuo a scoprirlo un pezzo alla volta.
L’emozione risiede nel seguire gli anelli di una catena di infiniti collegamenti senza perdersi, seguendo le diramazioni e allenando la memoria: c’è una coltre che copre possibilità d’amore infinite che aspettano solo d’essere sgamate: ti si avvinghiano al cuore, non ti lasciano più, ti accompagnano nelle passeggiate, a ritmo di danza, nel lavoro, nel bisogno di piangere, nei momenti di riposo con gli occhi al cielo e anche a letto, spesso e volentieri. La musica e le parole di Flavio Giurato sono tra quelle che sono riuscite ad attraversarmi e a posarsi.
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 16 di Awand, estate 2025.
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- Silvio Teot

Nino mi fa: «Si va a cinema questa sera?». Annuisco muovendo il capo mentre continuo a battere a macchina. Mi sono spesso chiesto perché non la si volle chiamare più correttamente macchina per scrivere. Ma poco importa. Intanto Nino incalza: «Al Fiamma danno l’ultimo film di Sergio Leone. Non possiamo perdercelo». Gli rispondo che avevo letto da qualche parte che durava tre ore e mezza e aggiungo: «Ce la facciamo coi tempi che abbiamo?». «Hai dimenticato che è domenica – ribatte lui – e possiamo uscire dopo aver pranzato…». Insomma non c’erano i tempi stretti della “libera uscita”.
Questo accadeva infatti ad Anzio - in una caserma dell’esercito, al 9° Battaglione Guerra Elettronica “Rombo” – durante il mio anno di militare di leva. Lo slogan del Battaglione lo si leggeva a caratteri cubitali all’ingresso e recitava: “La mia sfida attraverso lo spazio”. Noi commilitoni usavamo ironizzare sostituendo il termine sfida con sfiga. Nino faceva di cognome Pulvirenti, era di Catania e condivideva con me l’ufficio di Fureria.
Il film era C’era una volta in America, con un cast di tutto rispetto: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovem e tanti altri. I giornali lo avevano sostanzialmente stroncato, ritenendolo pretenzioso, ridondante e decisamente lungo per essere accettato. Gli americani lo avevano, non a caso, rimontato e ne avevano ridotto la durata a un’ora e mezza, in ordine rigidamente cronologico. La Warner aveva prodotto una pellicola in cui si raccontava solo una storia di gangster newyorkesi di origini ebraiche, eliminando il meglio di quanto Leone aveva creato in un continuo andirivieni temporale. Oggi direi che avevano cancellato la parte che meglio identificava il cinema italiano. Tutto questo lo scoprimmo negli anni a seguire. Quando C’era una volta in America si conquistò uno spazio tra i grandi capolavori del cinema mondiale. Quando lo stesso regista era ormai prematuramente scomparso.
Il Cinema Fiamma ad Anzio era nel centro storico, non molto distante dalla caserma che stava sul lungomare. Quel pomeriggio eravamo quattro gatti, in religioso silenzio, ad ammirare la grande fatica di Sergio Leone. Con gli occhi inchiodati sul grande schermo su cui le immagini, ogni tanto, erano segnate da un tremolio dovuto alle nuvole di fumo da sigaretta che produceva uno spettatore seduto davanti a noi. All’epoca non c’era il divieto di fumare. Si poteva fare di tutto. E tra i quattro gatti presenti non mancava la solita coppietta di innamorati che avevano scelto il Fiamma per pomiciare in santa pace.
All’uscita provammo a scambiarci le nostre impressioni. Entrambi avevamo afferrato la trama ma avevamo la sensazione che tanta roba avrebbe meritato la nostra maggiore attenzione. In sostanza la narrazione vera era nascosta tra le mille pieghe di una storia di mafia. Ed era il tema principale che il regista aveva sempre trattato in tutti i suoi film: il tema di una grande amicizia tradita. Mentre ci incamminavamo verso la caserma decidemmo che saremmo tornati al Fiamma la domenica successiva e avremmo rivisto C’era una volta in America. A costo di ritrovarci il tabagista a fumare allo stesso posto davanti a noi e la coppia di innamorati a pomiciare. Pertanto ci tornammo e fu come aver visto un altro film. Non più distratti dalla trama, fu una visione che profumava di capolavoro.
Per giorni in ufficio continuammo a parlare del film. Nino era un grande appassionato di cinema e mi snocciolava quotidianamente nuove letture, particolari inquadrature, dialoghi memorabili che quel film gli avevano lasciato sulla pelle come tatuaggi. Io lo ascoltavo con interesse e imparavo da lui come andava “guardato” un film. D’altra parte le mie passioni erano diverse: io amavo la musica e i fumetti. E fu proprio su un magazine di fumetti, credo “Orient Express”, che incrociai qualche mese dopo una recensione del film. L’autore chiudeva il pezzo scrivendo che in quella pellicola avrebbe fatto volentieri da comparsa, magari per pochi secondi, fosse stato anche nella parte di un gangster appena ammazzato. Credo che anche Nino avrebbe pagato per fare il morto ammazzato.
Il 1984 era stato l’anno in cui ero stato sequestrato dallo Stato e intruppato tra i militi di leva, pronti per una guerra assai improbabile ma si era rivelato un anno carico di nuove amicizie e emozioni forti. Compresa quella volta che dalle camerate di tutto il battaglione si sollevò un canto a me caro. Era L’Internazionale, era l’11 giugno ed era giunta in caserma la notizia della morte di Enrico Berlinguer.
A dicembre terminò il mio anno di leva e mi congedai dall’esercito. Salutai i commilitoni e volli abbracciare per ultimo Nino Pulvirenti che sarebbe dovuto rimanere fino al marzo dell’anno successivo. «Ti affido l’ufficio – gli dissi scherzando – cerca di uscirne vivo e proviamo a ritrovarci quando tornerai ad essere un “civile”»
Non ci siamo mai più rivisti. Non sono mai riuscito a trovarne traccia, neppure sui social. Sono però sicuro che, se dovessi ritrovarlo, gli dovrò chiedere cosa ha fatto in tutti questi anni e lui, come Noodles/De Niro, mi risponderà: «Sono andato a letto presto».
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L'articolo integrale è pubblicato nel n. 14 di Awand, inverno 2024/2025.
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- Gisella Genna

Con te dietro la finestra guardavamo
Le rondini sfrecciare in alto e in verticale
Lungo strade di campagna
Stavamo bene, per orgoglio non dovevi
Lasciarmi andare via
L’addio, Franco Battiato
Era estate e stavo vivendo una storia d’amore sbocciata da poco. Ascoltavo la musica in cucina e dalle finestre vedevo il sole alto e qualche rondine attraversare la porzione di cielo tra le case in cortile. Avevo impostato su Spotify l’ascolto casuale di alcuni brani di Franco Battiato. Ho sempre amato la sua musica, fin da piccola; in casa ascoltavamo spesso i suoi dischi, era uno dei cantautori preferiti di mia madre e ricordo che cantavamo insieme Stranizza d’amuri mentre la guardavo cucinare. Cantare quella canzone in siciliano mi veniva facile per via delle mie origini da parte del ramo paterno, ed è da sempre uno dei miei brani preferiti. L’intero album, “L’era del cinghiale bianco”, è un capolavoro. Già da bambina sentivo di essere di fronte alla grandezza di un artista unico; l’ascolto dei testi e della musica di Battiato mi proiettava verso realtà misteriose e mondi lontanissimi. Con gli anni ho sviluppato una vera adorazione per la sua musica, per i riferimenti alla mistica e alla spiritualità, e sono andata a vederlo in concerto in più di un’occasione. L’ultima volta è stata nel 2016, al Teatro degli Arcimboldi a Milano, dove si è esibito insieme ad Alice in un live toccante.
Dopo la sua morte, nel 2021, non sono riuscita ad ascoltare la sua musica per diverso tempo. Era come se sentissi di profanare qualcosa che non ero ancora pronta a riscoprire.
Una strana forma di rispetto altissimo e di devozione mi teneva a distanza.
Non ero pronta ad andare incontro al dolore provocato dalla sua scomparsa, dunque lo facevo scomparire a mia volta. Quell’estate, però, stavo vivendo una stagione di pienezza sentimentale che mi fece avvicinare di nuovo a lui. A sorpresa dalla playlist arrivò una canzone di Battiato che non avevo mai sentito: L’addio, interpretata da Giuni Russo.
Ricordo che l’impatto fu talmente forte che iniziai a piangere, e più piangevo, più desideravo riascoltare quel gioiello. Quasi si trattasse di un movimento ipnotico.
Andai avanti per giorni e giorni a programmare la riproduzione in loop di quel brano.
Ne parlai al mio compagno e anche lui mi disse che anni prima aveva vissuto lo stesso attaccamento febbrile a quella canzone meravigliosa.
Ancora oggi come allora L’addio ha la capacità di farmi precipitare in uno stato di commozione totale. C’è la sequenza finale in cui la voce della Russo sale di diverse ottave, fino ad arrivare a vocalizzi che ricordano le grida dei gabbiani. Questo passaggio apre letteralmente lo sterno, lo posso paragonare a uno stato di grazia.
Ma non è solo per un innegabile virtuosismo tecnico di Giuni Russo che quel procedere finale del canto spalanca il cuore. Credo che le corde della commozione vibrino per effetto della svolta che la sua voce riesce a imprimere trasformando il dolore in pura estasi.
Mentre ascoltavo quel prodigio riconoscevo l’universalità della sofferenza per amore così ben descritta da Battiato, e al tempo stesso sentivo avvicinarsi un’ombra. Qualche tempo dopo, in un giorno di inizio autunno, mi capitò di avvertire qualcosa di analogo. Provai improvvisamente un forte senso di mancanza per l’uomo di cui ero innamorata proprio mentre riposavamo insieme. Sentii un dolore inspiegabile. Ero con lui e lo abbracciavo, guardavo la sua schiena mentre dormiva. Era lì con me, eppure avvertivo un senso di perdita. Mi chiedevo come fosse possibile provare la mancanza di qualcuno mentre si è insieme a lui, e non riuscivo a darmi una risposta. Ripensai a quella canzone, al sentimento che mi aveva colto ascoltandola per la prima volta. Un senso profondo di tristezza, nonostante l’amore nascente che stavo vivendo in quel momento, come se presagissi l’avverarsi di quello che Giuni Russo cantava.
Quell’amore non era destinato a toccare altre stagioni e sfiorì in inverno.
Penso spesso al senso di verità che ci può capitare di cogliere leggendo un romanzo, una poesia, o vedendo un film. A come certi messaggi tocchino con potenza le nostre corde emotive. Quella volta la verità si era manifestata a me con una canzone.
(...)

